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INDICE 

 

Cittadella
1. PREAMBOLO. L’ESSENZIALE. Al cuore della cittadella
2. IMMAGINIAMO UN “CONTESTO”
3. L’AMICIZIA E L’OSPITALITA’
4. GLI UOMINI DELL’IMPERATORE
5. I GENERALI
6. IL GEOMETRA E I SUOI COMMENTATORI
7. GLI ARCHITETTI
8. GLI EDUCATORI
9. IO COSTRUISCO LA CITTADELLA E LI COSTRUISCO
10. VISITA AL PALAZZO
11. L’ALA DELLE DONNE E LA FONTANA DEL GIARDINO
12. GRANAI E STALLE
13. LA STANZA VUOTA
14. LIBERTA’
15. IL GIARDINIERE
16. IN GIRO PER LA CITTADELLA
17. LA VANITOSA SULLA PIAZZA
18. I COSTRUTTORI
19. IL TEMPIO
20. IL CERIMONIALE
21. L’ORDINE
22. IL GRANDE ALBERO
23. L’ASINAIO
24. IL MERCATO
25. IL QUARTIERE FETIDO E IL LEBBROSO
26. I RIFUGIATI BERBERI
27. LE FILATRICI
28. A CENA

29. UN NUOVO GIORNO
30. ALBA
31. SENTINELLA ADDORMENTATA
32. I BALUARDI DELLA CITTADELLA
33. RADICI
34. CAMMINO
35. LA MONTAGNA
36. IL PROFETA
37. FELICITA’
38. SERA
39. LA DANZATRICE
40. DARE E RICEVERE
41. LA SPEDIZIONE NEL DESERTO
42. AL DI FUORI DEL TEMPO, NELLO SPAZIO DEL CUORE
43. SOLITUDINE
44. LA MORTE DEL NEMICO DELL’EST
45. PREGHIERA
46. AMORE E POSSESSO

47. VECCHIAIA
48. MORTE
49. SILENZIO
50. SUGGESTIONE LONTANA A MO’ DI EPILOGO.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. ANTOINE DE SAINT EXUPERY

 

Cittadella

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sembrano parole strane,

quasi giustapposte senza molto senso logico,

e invece parlano al cuore,

aprono orizzonti immensi come il cielo del deserto,

e ti fanno ascoltare

nel suo immenso ed eterno pulsare

il nodo divino che unisce le cose,

più importante del pane che mangi,

perché l’uomo non vive delle cose

ma del senso che le unisce

e fa di lui, insieme agli altri, un tempio per la gloria di Dio.


 

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1. PREAMBOLO. L’ESSENZIALE. Al cuore della cittadella

 

Cittadella, immagine dell’uomo da costruire

L’essenziale va vissuto, non sognato. La cittadella è l’immagine di cose che sono, di cose concrete, di cose vissute, di vita quotidiana. Con i suoi legami concreti la cittadella fa incarnare gli ideali, la stessa presenza e l’azione di Dio. Attraverso i nodi che ci legano alla nostra situazione di ogni giorno è possibile vivere il nodo divino che unisce tutte le cose.

     Mi è sembrato che l’uomo fosse simile alla cittadella. Egli però vuole abbattere le mura per assicurarsi la libertà, ma non è più che una fortezza demolita e aperta alle stelle. Allora comincia l’angoscia che deriva dal non essere. Occorre che l’uomo faccia dell’odore del tralcio che brucia e della pecora che deve tosare la propria verità. La verità si scava come un pozzo. Lo sguardo, quando si smarrisce dai legami concreti, perde anche la visione di Dio. Quel saggio che si è tutto raccolto e non conosce altro che il peso della lana, su Dio ne sa più della sposa adultera attratta dalle promesse della notte. Cittadella, io ti costruirò nel cuore dell’uomo.

    Proibisco che si pongano domande, poichè so che nessuna risposta soddisfa pienamente. Colui che interroga cerca innanzi tutto l’abisso. Li ho circondati col mio amore. Ho arrestato la marcia della carovana e ho deciso di porre qui le fondamenta della mia cittadella. Essa non era che un granello in balia del vento, che trasporta come un profumo il seme del cedro. Io però resisto al vento e sotterro il seme allo scopo di far spuntare dei cedri per la gloria di Dio. Occorre che l’amore trovi il suo oggetto. Assolvo solo colui che ama le cose che sono e che può essere saziato. L’amore è intreccio di legami che fa divenire.

    Così ho meditato a lungo sul significato della pace. La pace proviene soltanto dalla nascita dei figli, dalle messi mature, dalla casa finalmente riordinata. Essa proviene dall’eternità cui assurgono le cose ben fatte. Pace dei granai ricolmi, delle pecore dormienti, della biancheria piegata, pace della sola perfezione, pace di quello che diviene, quando è ben fatto, un’offerta a Dio.

    Perchè tutto ha senso non in se stesso, ma nel nodo divino che unisce le cose e ne fa le parti di un solo volto.

    E la pace durante tutta la vita non viene dal godere dei beni accumulati - saremmo un bestiame da ingrasso - ma dall’ordinato fervore della vita, che si sviluppa secondo le linee di forza del seme dell’amore. Io fabbrico l’anima dell’uomo, gli costruisco delle frontiere e dei limiti, gli disegno dei giardini, poiché non credo nella tua logica ma nel pendio dell’amore. Se tu sei, edifichi il tuo albero; e se io voglio fondare un albero non ho che da gettare il seme. I fiori e i frutti dormono in potenza nell’interno di questo seme. Se esisti puoi divenire. E vivere è per te divenire un volto, una cittadella costruita, fatta non di materiali sparsi, ma pulsante del fervore che viene dal nodo divino che unisce le cose. E lentamente ti apparirà Dio. Ed egli sarà la pace.

    Così dalla più alta torre della cittadella, ho scoperto che né la sofferenza né la morte in seno a Dio e neppure il lutto erano da compiangere. Poichè il defunto, quando si venera la sua memoria, è più presente e più potente di chi vive. Ho compreso l’angoscia degli uomini e ho avuto compassione di loro. Allora ho deciso di guarirli. Ho solo pietà di colui che si risveglia nella grande notte patriarcale, credendosi al riparo sotto le stelle di Dio e che ad un tratto si rende conto del viaggio.

 

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2. IMMAGINIAMO UN “CONTESTO”

 

Atterraggio di fortuna

“Cittadella” è un libro che è rimasto aperto, in divenire, come le linee di forza di cui parla. Antoine non ebbe il tempo, o forse nemmeno il desiderio, di dargli forma compiuta. Esso è un prezioso scrigno di suggestioni, di squarci di luce. Giusto per immaginare qualcosa, diamogli una qualche coordinata. Il racconto si svolge in un deserto, dove l’aviatore Antoine ha dovuto atterrare con il suo piccolo aeroplano. E ha incontrato un cittadella e il suo imperatore..

   Il ciclone mi aveva sballottato tutta la notte. Avevo perso l’orientamento e ora mi restava solo un po’ di carburante per tentare un atterraggio di fortuna. Adocchiai in mezzo al deserto una grande oasi attorno ad una cittadina cerchiata di mura e come Dio volle, strisciando sulle dune di sabbia, riuscii a fermare il mio apparecchio, senza che questo esplodesse. Mi ero appena riavuto dalla terribile tensione della “ panciata ” sulla superficie del deserto, che mi vidi circondato da guerrieri a cavallo. Mi presero e mi portarono dentro la cittadella. Entrando notai che la stavano costruendo. Passai per diverse stradine, e sempre trattato con un certo riguardo fui introdotto alla presenza di quello che doveva essere il capo. Per fortuna, i miei lunghi anni di contatto con le popolazioni del deserto mi avevano fatto conoscere l’arabo. E io potei raccontare la mia brutta avventura. L’imperatore (di aspetto severo, ma senza tracotanza, di età forse vicino alla sessantina) mi guardò a lungo, poi mi disse, congedando con un cenno i cavalieri che mi avevano catturato: “Non temere straniero. Ti accolgo da amico e ti apro la mia casa. Non conosco il tuo mondo, ma ho capito che sei in   difficoltà. Rimani tra noi quanto vuoi e sii nostro amico. Vivi con noi qualche tempo e conoscerai il sapore dei nostri discorsi insieme a quello del nostro pane ”.

 

 

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3. L’AMICIZIA E L’OSPITALITA’

 

L’amicizia

L’amicizia è la rivelazione più pura del nodo divino che unisce le cose: è gratuità, è amore che non chiede nulla in cambio, è incontrarsi in Dio e danzare insieme la danza della vita e della primavera..

    E l’imperatore mi parlò dell’amicizia: “L’amico è innanzi tutto colui che non giudica. Egli apre la porta al viandante, alle sue stampelle, al suo bastone deposto in un canto e non gli chiede di danzare per giudicare la sua danza. E se il viandante parla della primavera oramai sopraggiunta, l’amico è colui che riceve dentro di sé la primavera. E se egli racconta l’orrore della carestia nel villaggio dal quale proviene, l’amico soffre con lui la fame. L’amico nell’uomo è la parte destinata a te e che apre per te una porta che forse non aprirebbe mai per nessun’altro. Il tuo amico è un amico vero, e tutto quello che dice è vero. L’amico nel tempio, quello che grazie a Dio io sfioro e incontro, è colui che volge verso di me lo stesso mio viso, illuminato dallo stesso Dio, anche se tu sei piovuto dal cielo e io sto costruendo la mia cittadella. Io ti posso incontrare al di sopra di tutte le nostre divisioni, e posso divenire tuo amico. Quello che riceverai da me con amore è come un’ambasciatore del mio mondo interiore. Tu lo tratti bene, lo fai sedere e lo ascolti. Ed eccoci felici. L’amicizia è innanzi tutto una tregua e una grande circolazione dello spirito al di sopra delle divisioni particolari. L’ospitalità e la cortesia sono incontri dell’uomo nell’uomo. Incontrerai fin troppi giudici per il mondo. Se si tratta di plasmarti in modo diverso e di rafforzarti, lascia questo compito ai nemici. Se ne incaricheranno loro, come la tempesta scolpisce il cedro. Perché Dio quando entri nel suo tempio, non ti giudica più, ma ti accoglie.

 

Rispetta l’uomo

Diceva S. Agostino: “Ama la persona e odia il suo vizio”. Incontrare le persone non solo sul piano dei loro difetti, ma soprattutto sul piano della comune umanità, destinata ad essere condivisa alla mensa del Tempio di Dio.

    Se vuoi fondare delle amicizie dove c’è soltanto la spartizione dei beni che dà origine alla divisione dei cuori (poiché se vuoi che gli uomini si odino getta loro del grano) ritrova il rispetto dell’uomo, e sappi che si può vivere soltanto in quella tribù nella quale nessuno critica l’altro. Quando pensi male del tuo amico e lo dici, ciò significa che non l’hai incontrato su quel piano in cui sono gli uomini, quello dell’assemblea radunata nel tempio. In ognuno c’è una parte da giudicare e una parte da rispettare. Se vuoi eseguire una condanna a morte, prima devi curare il condannato se è ammalato! Perché in lui c’è una parte che va abbandonata al carnefice, ma c’è una parte che va accolta alla tua mensa.

 

All’amico vero non va chiesto niente

Ogni uomo è mio amico se lo tratto con gratuità, senza asservirlo ai miei bisogni. In ogni uomo va intravista la persona umana che va rispettata come tale. E non si avrà delusione che è avarizia frustrata..

    Era ingiusto quel tale che diceva della sua minuscola casa: La costruisco così perché contenga tutti i miei veri amici... Che pensava dunque degli uomini questo gottoso? Io, se volessi costruire una casa per i miei veri amici, non saprei fabbricarla abbastanza grande, poiché non conosco un uomo al mondo che non sia in parte mio amico, sebbene in modo limitato e transitorio. Ma che cosa intende per amico vero costui, se non colui al quale potrebbe affidare del denaro senza correre il rischio di essere derubato (l’amicizia allora altro non è che lealtà da domestico!), ovvero colui al quale potrebbe chiedere un favore (e l’amicizia non è altro che vantaggio ricavato dagli uomini!), ovvero colui che all’occorrenza prenderebbe le sue difese? (L’amicizia allora è un senso di ossequio!) Io disprezzo i calcoli e dico mio quell’essere intravisto nell’uomo, un essere che forse sonnecchia ancora nascosto nella sua ganga, ma che di fronte a me comincia a rivelarsi poiché mi ha riconosciuto e sorriso, anche se più tardi potrebbe arrivare a tradirmi. Ma costui chiama suoi amici quelli che berrebbero la cicuta al suo posto. Quel tale che si diceva buono non poteva capire l’amicizia. Mio padre invece che era crudele, aveva degli amici e sapeva amarli, poiché non era sensibile alla delusione, che è avarizia frustrata. La delusione non è che bassezza, poiché quello che in un primo tempo amavi nell’uomo, per quale motivo dovrebbe essere distrutto, se ci sono anche altre cose in lui che non ti piacciono? Ma così tu trasformi subito in schiavo colui che ami e che t’ama, e se egli non assume il peso di questa schiavitù, lo condanni. Allora costui, perché un amico gli faceva dono del proprio amore, ha trasformato questo dono in dovere. E il dono dell’amore diveniva dovere di bere la cicuta e schiavitù. All’amico la cicuta non piaceva affatto. L’altro è perciò rimasto deluso, la qual cosa è ignobile. Infatti, la sola delusione che qui si prova è quella per uno schiavo che ha mal servito. Non trattare gli amici da schiavi e non avrai delusioni.

 

L’ospitalità vera

Chi sa veramente ospitare qualcuno, non lo giudica, ma lo accoglie per quello che è e non pretende ringraziamenti che creerebbero doveri nell’ospite..

    Ti parlerò perciò dell’ospitalità. Se apri la porta della tua casa al viandante e lui si siede accanto al fuoco, non rimproverargli di essere diverso. Non giudicarlo. Perché ciò di cui aveva fame era soprattutto di trovarsi là in qualche luogo, presso qualcuno col suo carico, il suo bagaglio di ricordi, il suo respiro affannoso e il suo bastone posato in un canto. Era di stare là nel calore e nella pace del tuo volto, con tutto il suo passato oramai inutile, con tutte le pecche messe a nudo. La sua stampella egli non la sente più, perché non gli chiedi di danzare. Allora si rinfranca e beve il latte che gli versi, mangia il pane che gli spezzi, e il sorriso che gli rivolgi è un manto tiepido come il sole per un cieco. Per quale ragione lo ritieni indegno del tuo sorriso? Che cosa credi di dargli se non gli dai l’essenziale, l’ospitalità, quella stessa ospitalità che rende così nobili i tuoi rapporti, perfino col tuo più mortale nemico? Quale riconoscenza prevedi di avere da lui attraverso il fardello dei tuoi doni? Egli non potrà che odiarti: se ne va da casa tua carico di debiti. Perciò ho deciso di accoglierti in casa mia e nel mio regno, o viandante caduto dal cielo. Non ti chiederò nulla se non di camminare con noi e di bere il nostro latte in pace”.

 

Mi si aprì il cuore e già mi sembrava di sentire in bocca il sapore del latte appena munto!

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4. GLI UOMINI DELL’IMPERATORE

Vari tipi di personaggi incontrano l’imperatore della cittadella nella sua “sala del trono”: a tutti egli cerca di infondere il suo senso interiore, il significato e la direzione che egli vuole imprimere a tutto il suo popolo e alla sua cittadella.

    Era ancora presto, quel mattino. L’imperatore mi fece rifocillare e poi mi invitò a sedere con lui in una specie di “sala del trono”. Mi diceva: “ Sono io qui che costruisco e governo la cittadella, secondo lo stile che ho ereditato da mio padre. Ma tutti i giorni devo aiutare il mio popolo a entrare nel mio progetto. Segui attentamente gli incontri che avverranno in questa sala questa mattina e capirai molte cose.

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5. I GENERALI

I generali sono contraddistinti dalla loro “solida stupidità”, che crede di conoscere le cose, deducendole le une dalle altre. Ma la vita non è questo: è avvenimento, sorpresa, decisione, incontro. La vita può essere seguita, non preceduta. La storia non è sequenze di cause ed effetto, ma spesso è traccia di un desiderio.

    Vedrai arrivare i miei generali, con la loro solida stupidità; mi stancano con le loro dimostrazioni. Essi hanno studiato la storia e le sue date e credono che gli avvenimenti si deducano gli uni dagli altri. Immaginano la storia dell’uomo come una lunga catena di cause e di conseguenze, che inizia dalla prima riga del libro di storia e si prolunga fino al capitolo in cui viene notato per le generazioni future che la creazione è felicemente approdata fino a loro, a questa costellazione di generali!”. E arrivarono i generali. E cominciarono a dare consigli all’imperatore su come agire, in base a ciò che sapevano della storia. Egli li interruppe: “La vostra scienza si basa solo su quello che si ripete, come ogni scienza. Dagli effetti risalite alla causa. Ma se volete passare dalle cause agli effetti, voi procedete a saltelli verso l’errore. Perché una cosa è risalire dagli effetti alle cause e un’altra è discendere dalle cause agli effetti.

 

Orme sulla sabbia

Le tracce sulla sabbia permettono di seguire la carovana del nemico, non di precederla. Perché chi la guida è il suo desiderio, non il calcolo che fa nascere sempre il passo successivo da quello precedente.

    Anch’io sulla spiaggia vergine e sparsa come talco, ho riletto a cose fatte la storia del mio nemico. Poiché un passo è preceduto sempre da un altro passo che lo permette e la catena si snoda d’anello in anello senza che mai ne manchi uno. Se il vento non si è levato e, tormentando la sabbia, non ne ha asciugato la pagina superbamente scritta come sulla lavagnetta di uno scolaro, io posso risalire di impronta in impronta fino all’origine delle cose, oppure, inseguendo la carovana del mio nemico, sorprenderla in un anfratto in cui ha creduto bene di fare sosta. Ma nel corso di questa lettura io non ricevo alcun insegnamento che mi permetta di precederla nel suo cammino. Perché la verità che la domina è di un’essenza diversa dalla sabbia di cui io dispongo. E la conoscenza delle impronte non è che conoscenza d’un riflesso sterile che non mi istruirà né sull’odio, né sul terrore né sull’amore che innanzi tutto governano gli uomini ”.  I generali, incrollabili nella loro stoltezza dissero: ”Allora tutto si può ancora dimostrare. Se io conoscerò l’odio, l’amore o il terrore che li dominano, prevederò le loro mosse. Il futuro è quindi racchiuso nel presente ..”.Egli rispose: ”Mi è sempre possibile precedere la carovana di un passo. Egli infatti ripeterà il precedente sia come direzione che come ampiezza. Ma ben presto la carovana si allontanerà dalla via tracciata dalla mia logica, poiché il suo desiderio sarà mutato..”.

 

Il grande esodo

Il futuro può essere diverso da come previsto dai generali. La storia del grande esodo.

    Essi non comprendevano ed egli raccontò loro il grande esodo: “Accadde nella zona delle miniere di sale. Gli uomini sopravvivevano alla meglio in mezzo ai minerali, poiché nulla colà autorizzava la vita. Il sole pesava e bruciava. Essi venivano con i loro otri pieni, estraevano il sale e ritornavano poi alle loro oasi. Chi avesse assistito alle tradizioni secolari di quel deserto, le avrebbe previste durature e immutabili per i secoli. La montagna avrebbe continuato a consumarsi lentamente come sotto i denti di una lima troppo piccola, gli uomini avrebbero continuato a estrarre il sale, le carovane avrebbero continuato a rifornire l’acqua e i viveri e a dare il cambio a quei forzati. Ma un giorno, all’alba, gli uomini si voltarono verso la montagna. E apparve loro ciò che non avevano ancora visto. Infatti i venti avevano intaccato la roccia da tanti secoli ed avevano scolpito casualmente un volto gigante esprimente ira. E quella tribù posta su uno strato di sale indurito si scoprì fatta segno di un volto nero, furente, con la bocca aperta per maledire. Gli uomini, presi dal panico, fuggirono. Sotto un sole inesorabile presero le vie del Nord. Ma siccome mancava l’acqua, perirono tutti. E vane parvero le profezie dei logici, che vedevano la montagna consumarsi e gli uomini perpetuarsi. Come avrebbero potuto prevedere ciò che sarebbe successo? Quando risalgo verso il passato divido il tempio in pietre. E l’operazione è prevedibile e semplice. La stessa cosa accade se smembro il corpo in ossa e viscere, se riduco il tempio in macerie, o se divido la proprietà in capre, pecore, case e montagne..

 

Nuovi esseri nel futuro

Ma noi camminiamo verso il futuro, non verso il passato.. E il futuro va creato e costruito, come un seme, come aggiungere silenzio alle pietre per avere un Tempio..

    Ma io cammino verso il futuro e dovrò tener conto della nascita di nuovi esseri che si aggiungeranno ai materiali e non saranno prevedibili perché sono di un’altra essenza. Essi sono semplici, perché muoiono se diversi. Il silenzio si aggiunge alle pietre, ma viene a mancare se esse sono separate. Il volto si aggiunge al marmo, ma scompare se spezzi il marmo. Io non so prevedere, ma so fondare. Perché il futuro lo si costruisce, non prevedendo ma creando. Dando un volto alle cose disparate che mi circondano avrò creato qualcosa che guiderà gli uomini. Occorre quindi esprimere il presente, creando un tempio, un corpo, una proprietà che vivrà nel futuro e io non so come. Ma ciò che conta è il seme che getto“.

 

Per vincere occorre desiderare e poi calcolare

Non basta la perfezione del calcolo a tavolino dei generali. Perché le cose si costruiscono come il cedro dal seme. Gettate un conquistatore con un sogno nel cuore in mezzo al deserto e vedrete sorgere una città. Gettateci invece degli architetti e non sorgerà nulla dai loro calcoli!

    Per quelle piccole tribù del deserto c’è sempre una guerra da fare. I generali presentarono tattiche da adottare, ma non erano animati da Dio. Erano solo onesti lavoratori e perciò facevano fiasco. L’imperatore li redarguì anche su questo punto: “ Voi non vincerete perché cercate la perfezione. Ma la perfezione è oggetto da museo. Voi proibite gli errori e per agire attendete di conoscere se la mossa che si vuole tentare è di un’efficacia chiaramente dimostrata. Ma dove avete letto la dimostrazione del futuro? Voi impedite la vittoria, come vorreste impedire nel nostro impero lo sbocciare di pittori, scultori e inventori. La roccaforte cresce come l’albero. Voi non spiegate l’albero se mettete in evidenza l’acqua che ha succhiato, i succhi minerali che ha assorbito e il sole che gli ha prestato la sua forza. Come non capite la cittadella se raccontate i calcoli degli architetti. L’albero è racchiuso nel seme. E il seme è un desiderio. La roccaforte è racchiusa nel desiderio del conquistatore, nell’immagine che porta nel cuore. Se la città deve nascere, si troveranno sempre dei calcolatori che calcolano giusto. Ma questi sono solo servitori. E se voi mettete in prima fila l’architetto, credendo che le città nascano dalle sue mani, nessuna città sorgerà dalla sabbia. Ma provate a gettare un conquistatore ignorante sulla terra aspra e sassosa: quando ritornerete più tardi, brillerà nel sole una fortezza con trenta cupole. E le cupole si ergeranno come i rami del cedro, poiché il desiderio del conquistatore sarà divenuto una fortezza ed egli avrà trovato come mezzi, come vie e come strade tutti i calcolatori che desiderava. Così voi perderete la guerra perché non desiderate nulla. Nessun pendio vi stimola. Voi non collaborate affatto, ma vi annientate a vicenda con le vostre decisioni incoerenti. Guardate la pietra come pesa. Essa rotola in fondo al precipizio, poiché la pietra è collaborazione di tutti i granelli di polvere di cui è impastata e che tendono tutti verso la stessa meta.

 

L’acqua nel serbatoio

Non il calcolo dei generali, ma la spinta creativa del desiderio crea il futuro. Libera l’uomo ed egli crescerà.

    Guardate l’acqua nel serbatoio. Essa preme contro le pareti e attende le occasioni, perché viene il giorno in cui le occasioni si presentano. E l’acqua preme instancabilmente giorno e notte. Essa è calma in apparenza, eppure è viva. Perché alla minima screpolatura, ecco si mette in marcia, s’insinua, incontra l’ostacolo, lo aggira quando è possibile e se la via non ha sbocco, ritorna calma in apparenza fino alla prossima screpolatura che aprirà un’altra strada. Essa non si lascerà sfuggire la nuova occasione, e attraverso vie indecifrabili che nessun calcolatore avrebbe calcolato, una semplice pressione vuoterà il serbatoio delle vostre provviste d’acqua. Il vostro esercito invece è simile a un mare che non preme contro la diga. Voi siete come una pasta senza lievito, una terra senza seme, una folla senza desideri. Amministrate invece di condurre. Non siete altro che stupidi testimoni. E le forze oscure che invece premono contro le pareti dell’impero faranno a meno degli amministratori per affogarvi nelle loro maree. Dopo di che i vostri storici, più stupidi di voi, spiegheranno le cause del disastro, chiameranno saggezza, calcolo e abilità dell’avversario i mezzi del successo. Ma io dico che non esiste né saggezza, ne calcolo né abilità dell’acqua quando essa riempie le dighe e inghiotte le città degli uomini! Ma io scolpirò il futuro come lo scultore che ricava la sua opera dal marmo a colpi di scalpello e fa cadere ad una ad una le schegge che nascondevano il volto della divinità. E altri diranno: ”Quel marmo conteneva questa divinità. Egli l’ha trovata. Il suo atto era un mezzo.“ Ma io dico che egli non calcolava, ma plasmava la pietra. Il sorriso del volto non è formato da una mescolanza di sudore, di scintille di colpi di scalpello e di marmo. Il sorriso non è della pietra ma del creatore. Libera l’uomo ed egli crescerà“.

 

Unità e divisioni tra gli uomini

Gli uomini sono divisi e si odiano perché hanno freddo. Uniti nella cittadella non litigheranno più, ma saranno legati da un solo ideale e da una sola forza vitale.

    L’imperatore e i suoi generali passarono poi a trattare questioni della vita interna del regno. C’è sempre qualcuno fra il popolo che non vive del fervore di costruire l’impero e l’impero stesso è sempre sul punto di rompersi, come una nave squassata dalle onde delle tempeste d’alto mare. I generali (nella loro solida stupidità, come diceva l’imperatore) raccontarono al re il loro tentativo: “E’ necessario comprendere per qual motivo i nostri uomini si dividono e si odiano. Li abbiamo fatti comparire davanti a noi, abbiamo cercato di rendere giustizia a tutti, non abbiamo nemmeno dormito per il susseguirsi dei consigli. Ma per noi non c’è che una soluzione a questo guazzabuglio: il diluvio degli Ebrei!”. L’imperatore rispose: “Quando la muffa intacca il grano, cercatela fuori dal grano, mettete il grano in un altro granaio. Quando gli uomini si odiano, non ascoltate la stupida esposizione dei motivi che hanno per odiarsi. Perché oltre a quelli che dicono ne hanno ancora molti altri a cui non hanno pensato. Di motivi ne hanno altrettanti per amarsi e altrettanti per vivere nell’indifferenza. Io non faccio caso alle parole (esse sono un indizio difficile da scoprire, perché le parti dell’albero non spiegano l’albero, né l’ombra e il silenzio da soli rivelano il tempio) e non mi interesso al loro odio. Essi edificano l’odio come un tempio, con le stesse pietre che sarebbero loro servite per fondare l’amore. Non ritengo di doverli guarire mediante l’esercizio di una vana giustizia. Non farei altro che rafforzare le loro ragioni, fondando torti e favori, il rancore di coloro ai quali avessi dato torto e la boria di coloro ai quali avessi dato ragione. E in tal modo scaverei l’abisso. E in realtà l’odio è insoddisfazione. Si odiano perché hanno freddo. L’odio ha sempre un significato profondo che lo domina. Le erbe diverse si odiano e si mangiano tra loro, ma non l’albero unico i cui rami si accrescono della prosperità degli altri rami. Occorre dunque fare di tutti dei servitori dello stesso impero, ognuno al suo posto e invece di odiarsi collaboreranno. Ma se ogni pietra è al suo posto ed è al servizio del tempio, allora quello che conta è soltanto il silenzio che è scaturito da esse, e la preghiera che vi si compone. Chi mai sente parlare delle pietre? Una volta nelle nuove province dell’impero governatori e generali litigavano. Mio padre diede quest’ordine: i generali siano soggetti ai governatori e questi servano l’impero. Allora, ognuno al suo posto, non litigarono più: ma chi ubbidiva si scopriva lusingato dalle lodi di chi comandava, e chi comandava era felice di dimostrare la sua potenza accrescendo il proprio subalterno e nei banchetti lo spingeva davanti a sé affinché si sedesse per primo”.

 

La virtù

La virtù non è perfezione, ma energia impiegata a realizzare vita. Il vizio è potenza mal impiegata.

    Ma i generali, nella loro solida stupidità insistevano: “ Ecco, i loro costumi si corrompono. Per questo l’impero va in sfacelo. Occorre rafforzare le leggi e inventare pene più crudeli e tagliare la testa a coloro che avranno mancato”. L’imperatore rispose: ”Forse occorre proprio tagliare delle teste, a volte. Ma la virtù è innanzi tutto una conseguenza. La putredine dei miei uomini è innanzi tutto putredine dell’impero che dà fondamento agli uomini. Perché se l’impero fosse vivo e sano, esalterebbe la loro nobiltà. La virtù è la perfezione nella condizione umana e non assenza di difetti. Se voglio costruire una roccaforte, prendo la teppa e la plebaglia e la nobilito mediante il potere. Io le offro altre ebbrezze invece dell’ebbrezza della rapina, dell’usura e dello stupro. Eccoli che costruiscono con le loro braccia ossute. Il loro orgoglio diviene torre e baluardo. La loro crudeltà diviene grandezza e forza nella disciplina. Essi sono al servizio di una città che loro stessi hanno fondato e con la quale nell’intimo dell’animo hanno barattato la propria vita. E per salvarla moriranno sui baluardi. Ormai in costoro scoprirai solo le più splendide virtù. Ma tu che fai lo schifiltoso davanti alla potenza della terra, davanti alla volgarità dell’humus, con la sua putrefazione e i suoi vermi, chiedi innanzi tutto all’uomo di non essere e di non mandare cattivo odore. Tu biasimi l’espressione della loro forza e poni degli impotenti a capo del tuo impero. Costoro combattono il vizio che non è altro che potenza non impiegata. Ma è la potenza e la vita che in realtà tu combatti. E a tua volta divieni guardiano di museo e vigili su un impero morto.

 

il cedro (immagine della cittadella)

Il cedro è la perfezione del fango, è seme divenuto albero, scambio tra la terra e il cielo. Il cedro è il fervore: senza fervore la cittadella muore. Per questo una cittadella non deve mai finire di essere costruita, perché è continuo scambio con Dio e deve sapere accogliere e valorizzare tutti.

    Il cedro, diceva mio padre, si nutre del fango del terreno, ma lo trasforma in folto fogliame che si nutre invece di sole. Il cedro è la perfezione del fango. E’ il fango divenuto virtù. Se volete salvare l’impero suscitate in esso il fervore. E il fervore assorbirà gli impulsi degli uomini. E le stesse azioni, gli stessi impulsi, le stesse aspirazioni, gli stessi sforzi edificheranno la tua roccaforte invece di distruggerla. E allora vi dico: la nostra cittadella cadrà se sarà terminata. Perché i nostri uomini vivono non di quello che ricevono, ma di quello che danno. Per disputarsi le provviste fatte, gli uomini ridiventano lupi nelle loro tane. E se la vostra crudeltà riuscirà a ridurli all’obbedienza, diventeranno invece bestiame nella stalla. Perché una cittadella non la si può terminare. Terminerà quando il fervore verrà meno. Ma allora saremo tutti morti. La perfezione non è una meta che si possa raggiungere. E’ lo scambio con Dio. Dubito dunque che basti tagliare delle teste. E’ chiaro che se uno è corrotto, occorre separarlo dagli altri per paura che li corrompa, così si getta fuori dalla dispensa il frutto marcio o fuori della stalla l’animale malato. Ma sarebbe meglio cambiare la dispensa o la stalla, poiché sono esse le vere responsabili. Perché punire chi non può essere convertito? Preghiamo dunque Dio che ci presti un taglio del suo mantello per ricoprire tutti i nostri uomini, guerrieri, bifolchi, scienziati, sposi, spose e bambini che piangono, tutti col il loro bagaglio di nobili aspirazioni. Sono stanco di strozzare coloro che non so ricoprire, temendo che rovinino la mia opera. So che essi minacciano gli altri e i discutibili benefici della mia verità provvisoria”. I generali, nella loro solida stupidità, erano frastornati da questi ragionamenti, ma più di uno di loro cominciò a dire con fare allusivo:” Il popolo si ribella, ti consigliamo di essere abile..”. L’imperatore si adirò visibilmente a questa loro insinuazione e riprese a parlare: “L’arte del ragionare permette all’uomo di ingannarsi.

 

Si fonda ciò che si fa

Ciò che conta è ciò che si crea oggi.

    Disprezzo le vostre parole vane e diffido degli artifici del linguaggio. Non ci possono essere sotterfugi nella creazione. Si fonda quello che si fa e basta. Tu fondi ciò di cui ti occupi. Se faccio guerra, io fondo e plasmo il mio nemico. Se oggi fondo delle costrizioni per arrivare a libertà future, in realtà costruisco delle costrizioni e basta. Non si può fingere con la vita. Non si può ingannare l’albero: esso cresce nella direzione che gli si dà. Tutto il resto non è che un vento di parole. Se pretendo di sacrificare la mia generazione per la felicità delle generazioni future, chi sacrifico sono gli uomini. Non questi o altri uomini, ma tutti. Li avvolgo tutti nell’infelicità, semplicemente.

 

Pace

Convertire e accogliere al di là delle parole e delle contrapposizioni. Spesso il linguaggio mette gli uni contro gli altri.

    Se faccio la guerra per ottenere la pace, fondo la guerra. La pace non è uno stato che si possa raggiungere attraverso la guerra. Se credo nella pace conquistata con le armi, quando disarmo muoio. Perché la pace la posso stabilire soltanto se fondo la pace. Cioè se ogni uomo trova nel mio impero l’espressione delle sue aspirazioni particolari. Perché tutti cercano la stessa cosa, ma il linguaggio li mette gli uni contro gli altri. Il desiderio è lo stesso, ma le vie sono diverse. Uno cerca la libertà e uno preferisce la costrizione, ma ambedue vogliono la grandezza. Uno crede nella carità e l’altro fa soffrire gli uomini per far loro costruire una torre, ma ambedue lavorano per l’amore. Ecco, gli uomini prendono le armi a causa di qualche parola inefficace, in nome dello stesso amore. La pace non la posso imporre. Fondo il mio nemico e il suo rancore se mi limito a sottometterlo.

    L’unica cosa grande è convertire e convertire significa accogliere, offrire a ciascuno perché vi si senta a suo agio, un abito su misura e lo stesso abito per tutti. La contraddizione in realtà non è altro che mancanza di ingegno. Gli uomini non devono abbandonare le richieste del loro fervore ma costruire insieme un volto nuovo. La pace è un albero lento a crescere. Dobbiamo, come il cedro, assorbire ancora molto pietrame per imprimergli una sua unità. Costruire la pace, significa costruire una stalla abbastanza grande affinché l’intero gregge vi si addormenti. Significa costruire un palazzo abbastanza vasto affinché tutti gli uomini vi si possano raggiungere senza abbandonare nulla dei loro bagagli. Costruire la pace significa ottenere in prestito da Dio la sua mantella da pastore, per accogliere gli uomini in tutta la vastità dei loro desideri. Così avviene per la madre che ami i figli. Uno è timido e affettuoso, l’altro è pieno di vita, l’altro ancora forse è gobbo, gracile e patito. Però tutti nella loro diversità, commuovono il suo cuore. E tutti, nella diversità del loro amore sono al servizio della sua gloria. Ma la pace è un albero lento a crescere. Occorre più luce di quanto io abbia. Nulla è ancora evidente. Io scelgo e rifiuto. Sarebbe troppo facile fare la pace se gli uomini fossero tutti uguali”. Così naufragò l’abilità dei suoi generali, che erano andati da lui a sostenere certi ragionamenti. Ma fecero un’ultima richiesta, una richiesta assurda: ”Se i nostri uomini abbandonano le cariche dell’impero, ciò significa che si ammolliscono. Prepariamo dunque delle imboscate, essi riprenderanno vigore e l’impero sarà salvato”. Ma l’imperatore chiuse così il discorso con loro: ”Voi parlate come i professori che procedono di conseguenza in conseguenza. Ma la vita è. Come l’albero. Lo stelo non è il mezzo trovato dal germe per divenire ramo. Stelo, germe e ramo non sono che un unico sbocciare. Se i nostri uomini si ammolliscono, ciò significa che l’impero, il quale alimentava la loro vitalità è morto dentro di loro. La stessa cosa avviene per il cedro quando ha esaurito il dono di vivere. Esso non trasforma più il pietrame in cedro e incomincia a disperdersi nel deserto. Andate dunque e cercate di convertirli per animarli!..”. E li congedò. Quando fummo rimasti soli, egli continuò a parlare con me a bassa voce, quasi parlasse con se stesso:

 

La spedizione al pozzo

E’ giusto chiedere di morire per qualcosa, ma questo qualcosa deve essere valido, deve valere la pena di offrire la vita. L’esempio di una stupida spedizione per conquistare un pozzo secco. I generali farebbero invece scannare uomini per la frode fatta con un dado vuoto!

     “Per tentare di farli capire, una volta permisi una cosa del genere ed essi spedirono degli uomini a farsi ammazzare attorno a un pozzo che nessuno agognava perché secco, ma nei pressi del quale il nemico si era casualmente accampato. Certo è bella la sparatoria intorno al pozzo, questa danza attorno al fiore, perché colui che ottiene il pozzo sposa la terra e ritrova il sapore delle vittorie. Allora il nemico ti aggira con un ampio movimento simile a quello dei corvi, quando, spaventati dai tuoi passi, si levano in volo e disegnano un ampio cerchio, per posarsi là ove non avranno più da temerti. Allora tu ti giochi la vita e la morte, virilmente. E il pozzo è un centro vero da cui ti allontani e a cui ti avvicini. Ma se si tratta di un pozzo prosciugato, il gioco non è più lo stesso. È come giocare ai dadi senza scommetterci su il tuo patrimonio. Ed essi hanno giocato col pozzo come con un dado vuoto. Ma nessuno uccide per una frode fatta con un dado vuoto. Solo perché i miei generali hanno visto gli uomini giocare ai dadi e scannarsi per una frode, hanno creduto nei dadi. Essi in realtà non hanno capito l’amore. Infatti vedono l’innamorato esaltato dall’alba che gli riporta, risvegliandolo, il suo amore e credendo che sia l’alba a possedere questo potere di esaltazione, non l’amore. Ma io ti dico che non si può far nulla senza l’amore. Perché il dado ti annoia, se non rappresenta nulla di desiderabile. E l’alba ti annoia se ti immerge solo nella tua miseria. E la morte per il pozzo inutile ti annoia. I miei generali sono noiosi. Certo, più il lavoro nel quale ti consumi in nome dell’amore è duro, più esso ti esalta. Più tu dai, più sei accresciuto. Ma ci deve essere qualcuno per ricevere. Se il tuo dono va perduto non è più un dono. I miei generali, avendo visto dare con gioia,  non avevano neppure pensato che ci fosse qualcuno per ricevere. E non capivano che non basta spogliare l’uomo per esaltarlo. Quel giorno sorpresi uno dei feriti nella sua amarezza. Mi disse: “Muoio solo per aver rispettato la consegna del mio generale. Ho ucciso poco fa  un nemico che è morto votato interamente alle sue credenze. Io invece ho dato il mio sangue ma non ho arricchito nessuno. Muoio degnamente, ma disgustato”.

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6. IL GEOMETRA E I SUOI COMMENTATORI

“Geometra” è colui che crea la matematica, che è interprete dell’universo e delle sue leggi. Egli è un creativo, non uno che ripete quello che ha imparato (come invece sono i commentatori del geometra).

 

I logici, che deducono una verità dall’altra, pretendono di capire e governare.

L’imperatore non li apprezza, perché sono servi, buoni “ragionieri”, non creatori che sappiano aprire nuove strade allo spirito umano.. Sono vicini ai generali..  

    E vennero da lui i logici dell’impero, non i geometri – perché il geometra dell’impero era uno solo – ma i commentatori dei geometri, che erano diecimila. Il geometra crea i teoremi, i commentatori sono suoi servi, e deducono le forme geometriche di conseguenza in conseguenza. Entrò dunque nella grande sala una delegazione di questi logici e l’imperatore mi disse: “Questi confondono il loro lavoro, che è lavoro di servi, con il lavoro creatore, che è atto spontaneo, libero e imprevedibile dell’uomo. Li terrò a distanza”. E diede ordine alle guardie di tenere la delegazione proprio in fondo alla sala. Egli li sentì mormorare il loro disappunto. L’imperatore sembrava quasi disinteressarsi di loro e rivolto a me raccontò: “C’è un solo geometra vero nell’impero e un giorno di questi ti porterò a visitarlo. A volte di notte, nell’insonnia, mi sono recato da lui, sotto la sua tenda, e ho bevuto il tè e assaporato il miele della sua saggezza. Io gli dico: Tu sei colui che ha scoperto la verità, che ha intuito le forme geometriche, che ha fondato i teoremi. Ma egli mi rispose una volta: Io non sono un geometra, ma un uomo che talvolta medita sulla geometria. Sono uno che brancola nel buio e cerca un linguaggio, come il bambino. La verità non è ancora apparsa ai miei occhi. Avrei desiderato afferrarla per la falda dell’abito e strapparle il velo dal volto per renderla palese. Ma non mi è stato dato altro che scoprire me stesso. E gli uomini, trovando semplice il mio linguaggio ne hanno fatto la loro verità e divenuti miei commentatori credono di possedere il mondo..”.

    Intanto dal fondo della sala i commentatori del geometra avevano spinto avanti uno che si facesse interprete  del loro pensiero. “Parla” gli disse l’imperatore. E lui: “Dov’è la creazione arbitraria, l’opera dello scultore o del poeta nel monumento della verità logica che noi ti invitiamo a riconoscere? I nostri ragionamenti derivano l’uno dall’altro secondo la logica più rigorosa e noi diciamo che non vi è nulla di umano nella creazione. L’uomo non è colui che sogna, ma colui che ragiona rigorosamente. Noi stabiliremo davanti a te le relazioni tra le linee di una figura geometrica. Ora se noi possiamo trasgredire le tue leggi, tu invece non puoi sottrarti alle nostre. Devi prenderci come ministri, noi che sappiamo”. L’imperatore stava zitto e rifletteva probabilmente sulla scempiaggine umana. Essi non compresero il suo silenzio e prendendo ancor più coraggio, dissero: “Noi desideriamo innanzi tutto servirti”. Allora l’imperatore parlò loro: “Voi pretendete di non creare e sta bene. Perché chi è guercio, se si mettesse a creare, creerebbe dei guerci. Gli  otri pieni d’aria non producono che vento. Sentite. C’era una volta un alchimista che studiava i misteri della vita. Ora, accadde che dalle sue provette, dai suoi alambicchi e dalle sue droghe ricavò un minuscolo frammento di carne viva. Accorsero subito i logici. Rifecero l’esperimento, mescolarono un’altra cellula di carne. E così se ne andarono proclamando che la vita non era più un mistero. La vita non era che una conseguenza naturale di causa in effetto e di effetto in causa, dell’azione del fuoco sulle droghe e delle droghe tra loro, le quali droghe in un primo tempo non sono affatto animate. I logici, come sempre, avevano capito perfettamente. Perché la creazione è di un’essenza diversa dall’oggetto creato che essa sovrasta, e non lascia alcuna traccia nelle apparenze esterne. Il creatore non è mai presente nell’oggetto che crea. Tu scoprirai che quelle orme, quelle tracce e quegli indizi derivano sempre gli uni dagli altri, poiché l’ombra di ogni creazione è pura logica. Ma questa scoperta evidente non ti impedirà di essere un imbecille. Io invece, quella volta, andai umilmente a chiedere consiglio al mio amico geometra: “ Che cosa vedi di nuovo in tutto questo – mi disse - se non che la vita dà origine alla vita?”. La vita non sarebbe apparsa senza la consapevolezza dell’alchimista ed egli, che io sappia, viveva. La gente lo dimentica perché, come sempre avviene, egli si è ritratto dalla sua creazione”. Ma siccome essi borbottavano (giacche’ i logici non sono affatto logici!), l’imperatore li congedò dicendo loro: “Siete dei presuntuosi e non vi affiderò mai il governo dell’impero”.

 

Il geometra

Egli ha superato la semplice gioia e il semplice dolore: sa vedere le cose nel loro vero valore..

    Poi, di nuovo rivolto a me, continuò il suo racconto. “Mi recai dunque da lui a passi lenti poiché gli volevo bene. ‘Geometra, amico mio, io pregherò Dio per te’. Ma egli era stanco per aver tanto sofferto. ‘Non preoccuparti per il mio corpo. Ho una gamba e un braccio stecchiti, ecco sono come un vecchio albero. Lascia fare al boscaiolo...’.

     ‘Non rimpiangi nulla, geometra?’. ‘Che cosa dovrei rimpiangere? Io serbo il ricordo di un braccio vigoroso e di una gamba sana. Ma l’intera vita è una nascita. Uno si accetta così  com’è. Hai mai rimpianto la prima giovinezza, i quindici anni o l’età matura? Questi sono rimpianti di un poeta da strapazzo. Non si tratta di rimpianti, ma di una dolce malinconia, che non è sofferenza, ma un profumo lasciato nel vaso da un liquore evaporato. Certo, il giorno in cui perdi un occhio ti lamenti poiché ogni perdita è dolorosa. Ma non vi è nulla di patetico in un  uomo che vive con un occhio solo. Io ho visto ridere i ciechi.. Dove la vedi la sofferenza? È lo spirito che dorme e l’uomo non esiste più. Poiché il vuoto interiore non è rimpianto. Il rimpianto dell’amore è sempre amore.. e se non c’è più amore non lo si può rimpiangere.  Tu  non senti più che quel vuoto proprio delle cose poiché esse non hanno più nulla da darti. Anzi le cose materiali della mia vita crollano nell’istante in cui la loro chiave di volta cede, ed è la sofferenza della perdita. Ma come avrei potuto conoscerla dal momento che solo ora mi appare la vera chiave di volta, dal momento  che solo ora comprendo che quelle cose materiali non hanno mai avuto un valore maggiore di quello che hanno adesso? E come potrei conoscere il vuoto interiore dal momento che si è costruita una basilica, la si è terminata e infine illuminata per i miei occhi?’.                             

    ‘Geometra, che cosa mi dici? La madre può piangere ricordando il bimbo morto’. ‘Certo, nell’istante in cui muore, poiché le cose perdono il loro senso. Il  latte monta al seno della madre e il bambino non c’è più. Ti pesa la confidenza destinata alla fidanzata e la fidanzata non c’è più. Se la tua proprietà è venduta e smembrata che te ne farai dell’amore per la proprietà? È l’ora della trasformazione, che è sempre dolorosa. Ma tu ti sbagli, poiché le parole confondono gli uomini. Viene l’ora in cui le cose  passate prendono il loro vero significato, quello di farti divenire. Viene l’ora in  cui ti senti arricchito per aver un giorno amato. Ed è la dolce malinconia. Viene il giorno in cui la madre invecchiata ha un volto più commovente e l’animo più sereno, anche  se non osa confessare, tanto grande è la paura delle parole, che le è dolce ricordare il figlioletto morto. Hai mai sentito una madre dirti che avrebbe preferito non averlo conosciuto, non averlo allattato, non averlo amato?’. Il geometra dopo un lungo silenzio mi disse ancora:  ‘Così la mia vita, ben ordinata dietro le mie spalle, ora è già un ricordo..’. ‘Ah! Geometra, amico mio, mostrami la verità che ti rende l’animo così sereno..’.  ‘Conoscere una verità, forse non significa altro che scoprirla in silenzio’.

 

Le relazioni nel tutto

Conoscere il tutto è conoscere le relazioni che legano le cose, da un singolo albero, su su, fino a Dio. Conoscere queste relazioni e questo nodo è conoscere la verità. E ripercorrendo i singoli legami lungo strade sconosciute (ma già dentro di noi!) si può arrivare a Dio.

    ‘Conoscere la verità, forse significa avere diritto al silenzio eterno. Sono solito dire che l’albero è vero, il quale albero è una determinata relazione tra le sue parti. Dopo l’albero viene la foresta che è una determinata relazione tra gli alberi. Poi la proprietà che è una determinata relazione tra gli alberi,  le pianure e gli altri componenti la proprietà. Poi l’impero che è una determinata relazione tra la proprietà, le città e le altre cose che compongono l’impero. Poi viene Dio che è una relazione perfetta tra gli imperi e tutto quanto esiste al mondo. Dio è vero quanto l’albero, anche se più difficile da scoprire. E non mi pongo più altri interrogativi’. Egli rimase un po’ pensieroso:  ‘Non conosco altre verità. Non conosco che delle strutture che mi sono più o meno comode per esprimere il mondo. Ma ..’. Questa volta tacque a lungo e io non osai interrompere le sue riflessioni.

     ‘Tuttavia talvolta mi è parso che quelle strutture fossero simili a qualche cosa..’. ‘Che cosa intendi dire?’.  ‘Se io cerco, ho già trovato poiché lo spirito desidera solo quello che possiede. Trovare è vedere. Ma come potrei cercare quello che per me non ha ancora senso? Come ti ho detto, il rimpianto dell’amore è amore. Nessuno soffre perché desidera  ciò che non comprende. Eppure ho avuto come il rimpianto di cose che non avevano ancora senso. Altrimenti perché avrei camminato nella direzione di quelle verità che non potevo comprendere? Per raggiungere pozzi ignorati, ho scelto dei sentieri rettilinei che sembravano tortuosi. Ho seguito istintivamente le mie inclinazioni naturali come i bruchi ciechi hanno l’istinto della luce. Quando tu costruisci un tempio e questo tempio è bello, a che cosa rassomiglia? E quando legiferi sul cerimoniale degli uomini e questo cerimoniale li esalta come il fuoco riscalda il cieco, a che cosa rassomiglia? Perché i templi non sono tutti belli e vi sono delle usanze che non esaltano. Ma i bruchi non conoscono la luce, e ciechi non conoscono il fuoco e tu non conosci la forma che intendi dargli quando costruisci un tempio che commuove il cuore degli uomini. Quanto a me vi era un volto che m’illuminava da un lato ma non dall’altro, poiché mi faceva voltare verso di lui. Ma io non lo conosco ancora..’. Fu allora che Dio  apparve al mio geometra.

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7. GLI ARCHITETTI

 

Gli architetti: Per quale uomo

L’imperatore convoca gli architetti e chiede loro di dare un volto “umano” alla cittadella, un volto che rispecchi il significato che l’uomo deve avere: occorre l’importante e non solo il necessario! E’ importante la scalinata che serve per accedere al tempio, ma solo il tempio è necessario.

    Poi  mi disse: “A questo punto ti sembrerà che il mio lavoro di creatore della cittadella consista solo nel demolire le cattive impostazioni dei presuntuosi. Ma ti dimostrerò come io animo anche il fervore. Parlerò perciò davanti a te ai miei architetti e ai miei educatori”. E convocò davanti a me gli architetti, che stavano portando avanti la costruzione della cittadella e li esortò così: “E’ da voi, architetti del mio regno, che dipende la cittadella, non nel suo significato spirituale, ma nel volto che essa mostrerà e che le darà la sua espressione. Io penso come voi che si tratta di installare comodamente gli uomini, in modo che possano disporre delle comodità della città e non sprecare le loro forze in vane complicazioni e in uno sterile dispendio di energie. Però ho imparato a distinguere l’importante dal necessario. Certo, è necessario che l’uomo mangi, poiché se non si nutre muore e allora non si pongono più problemi. Ma l’amore e il senso della vita e il gusto di Dio sono ancora più importanti. Io non mi occupo di bestiame da ingrasso. Il problema che mi pongo non è di sapere se l’uomo sarà o non sarà felice, prosperoso e ben al riparo.

    Io mi chiedo innanzi tutto quale uomo sarà prosperoso, al riparo e felice. Perché ai miei bottegai arricchiti che l’agiatezza gonfia di superbia preferisco il nomade che fugge incessantemente e insegue il vento, poiché egli diventa migliore di giorno in giorno, servendo un signore così vasto. Se fossi costretto a scegliere e sapessi che Dio rifiuta al bottegaio la propria grandezza e la concede soltanto al nomade, immergerei il mio popolo nel deserto. Perché desidero che l’uomo emani la sua luce. Poco m’importa che il cero sia grosso. Solo la fiamma mi dà la misura della sua qualità. Io non respingo la scala delle conquiste che permette all’uomo di salire più in alto. Ma non ho confuso il mezzo con il fine, la scalinata con il tempio. E’ necessario che una scalinata permetta di accedere al tempio, altrimenti questo resterà deserto. Ma solo il tempio è importante. E’ necessario che l’uomo sussista e trovi attorno a sé i mezzi per potenziarsi, ma tutto ciò non è che una scala che conduce all’uomo. L’anima che io edificherò in lui sarà come una basilica, poiché solo essa è importante. Attenti, architetti! Io vi condannerò non se darete importanza alle cose ordinarie, ma se le prenderete come fine! Certo, sono necessarie le cucine del palazzo, ma  in fin dei conti quello che conta è soltanto il palazzo che le cucine devono servire. Io vi convoco  per chiedervi: Mostratemi la parte importante del vostro lavoro. E voi restate muti davanti a me. Mi dite: ‘Noi rispondiamo ai bisogni degli uomini. Li ripariamo’. Certo. Come si risponde ai bisogni del bestiame quando lo si rinchiude nella stalla, sullo strame.

 

L’uomo ha bisogno di far provvista di vastità

L’uomo ha bisogno di “ossigenare” la quotidianità, che fa divenire, con qualche esperienza di cose vaste, grandi e “inutili”, come la vista che si ha dall’alto del monte o la vista del mare raggiunto da un promontorio..

    Certo, l’uomo ha bisogno di muri per rinchiudersi dentro e divenire come la semenza. Ma ha anche bisogno della Via Lattea e della vastità del mare, benché né le costellazioni, né l’oceano gli servono a qualcosa in questo momento. Perché, che cosa significa servire? Conosco degli uomini che hanno scalato faticosamente un’alta montagna scorticandosi le mani e i ginocchi, sfiancandosi nell’ascesa per raggiungere la vetta prima dell’alba ed abbeverarsi nella profondità della pianura ancora azzurrina, come si cerca l’acqua di un lago per dissetarsi. E una volta lassù, si siedono e guardano e respirano. Il loro cuore scoppia di gioia, e trovano così un supremo rimedio ai loro disgusti. Conosco degli uomini che sentono il bisogno del mare e lo cercano al passo lento della loro carovana. Costoro, quando giungono sul promontorio dal quale dominano quella vasta e profonda distesa, respirando l’acre odore del sale e restando estasiati davanti a uno spettacolo che non serve a nulla in quel momento, perché il mare non si può afferrare. Ma dentro il loro cuore sono purgati dalla schiavitù delle cose meschine. Forse essi osservano nauseati, come dalle sbarre di una prigione, il bricco, gli utensili da cucina, le lagnanze delle mogli, la ganga quotidiana che può essere un volto letto in trasparenza e costruire l’essenza delle cose, ma che talvolta diventa  una pesante tomba e li imprigiona. Allora essi fanno provvista di vastità e riportano nelle loro case la beatitudine che vi hanno trovata. E la casa non è più  la stessa perché in qualche luogo esiste una pianura sul far del giorno e il mare. Perché tutto si apre su qualcosa di più vasto di noi. Tutto diviene sentiero, strada e finestra su qualcosa che è diverso da noi.

 

Non è energia sprecata quella usata per costruire cose grandi

Perché l’uomo ha bisogno di cose “inutili” ma che lo riempiano di senso.. ha bisogno del porto, dopo tanti giorni in alto mare..

    Perciò non venitemi a dire che i vostri semplici muri bastino all’uomo, poiché se egli non avesse mai visto le stelle e vi fosse concesso di fabbricargli una Via Lattea con arcate giganti a condizione di profondere un patrimonio nella costruzione di una cupola simile, verreste forse a dirmi che si è impiegato malamente quel denaro? E perciò vi dico: se voi costruite un tempio inutile dal momento che non serve né alla cottura dei cibi, né al riposo, né alle assemblee dei notabili, né alle riserve d’acqua, ma semplicemente a elevare l’animo umano, a placare i sensi e a far maturare il tempio – poiché il tempio è come un angolo recondito del cuore nel quale ci si installa per immergersi qualche ora nella pace equa, nella quiete non turbata dalle passioni e nella giustizia senza diseredati -, se voi dunque costruite un tempio nel quale il dolore causato dalle ferite diviene cantico e offerta, nel quale la minaccia di morte diviene un porto intravisto nelle acque finalmente calme, credete forse di aver sprecato le vostre energie? Coloro che si lacerano le mani a manovrare le vele nei giorni di burrasca e faticano duramente giorno e notte, ridotti  a carne viva gravemente corrosa dal sale, se fosse possibile raccoglierli di quando in quando nelle acque calme e luminose di un porto, là ove non esiste più alcun movimento, né urto, né sforzo, né aspra lotta, ma il silenzio delle acque appena increspate dall’arrivo della grande nave che avanza per forza di inerzia, credi forse di avere sprecato le tue fatiche? Poiché per loro ha un sapore di dolcezza quell’acqua di cisterna, dopo tutte quelle chiome fluttuanti sulla cresta delle onde, dopo tutte quelle criniere del mare. Ecco ciò che puoi offrire all’uomo; esso dipende soltanto dal tuo ingegno. Infatti tu costruisci il sapore dell’acqua del porto, il sapore del silenzio e delle speranze ineffabili mediante una semplice sistemazione delle tue pietre.

 

Il tempio

Il tempio attrae gli uomini e nel suo silenzio ritrovano la loro grandezza. Chi non ha bisogno di queste cose è piccolo di cuore e facilmente si accontenta, come i mercanti..

    In tal modo il tuo tempio li attrae ed essi vanno a saggiare le proprie capacità di grandezza nel suo silenzio. E prendono coscienza di sé. Perché altrimenti solo le botteghe li attirerebbero. In loro si risveglierebbe soltanto il compratore attirato dai mercanti. E non potrebbero credere in tutta la  loro grandezza. Non potrebbero conoscere la loro vastità. ‘Certo – tu mi dirai – quei bottegai arricchiti sono pienamente soddisfatti e non chiedono altro! Ma è facile appagare chi non ha spazio nel cuore. E’ chiaro che uno stupido linguaggio può far apparire inutili i vostri lavori.

 

Gli uomini viaggiano per visitare capolavori e non magazzini!

Gli uomini visitano gli antichi templi, in mezzo alla sabbia, con l’animo in ricerca di qualcosa che non è nelle pietre: essi cercano il capitano, il senso della loro vita, e senza saperlo sono imbarcati su quelle navi che vanno nei secoli. Gli uomini hanno bisogno di senso!

    Ma osserva il comportamento degli uomini di ogni contrada del mondo: con quale sicurezza corrono alla ricerca di quei capolavori di pietra, quei granai per l’anima e il cuore, che voi non fabbricate più. Quando mai avete visto sentire il bisogno di girare il mondo per visitare dei magazzini? Certo, l’uomo fa uso dei beni di consumo, ma se ne serve per sussistere e si sbaglia, se crede di desiderarli sopra ogni altra cosa. Infatti i loro viaggi hanno altre mete. Tante volte hai visto gli uomini intraprendere tali viaggi. Hai mai considerato le loro mete? Certo, talvolta una baia incantevole o una montagna coperta di neve o tale vulcano in eruzione, ma soprattutto quelle navi sepolte che conducevano, esse solo, in qualche luogo.

    Essi girano loro attorno e le visitano sognando, senza rendersene conto, di esservi imbarcati. Poiché non sono in viaggio verso alcuna meta. E questi templi non accolgono più le folle, non le portano più via e non le trasformano in una razza più nobile come la crisalide. Tutti questi emigranti non possiedono più alcuna nave, non possono più trasformarsi, e, avendo un’anima povera e fiacca, non possono più procurarsi un’anima ricca e generosa durante la traversata a bordo di navi di pietra. Perché tutti questi visitatori girano intorno al tempio sepolto e visitano e cercano e camminano sulle risplendenti lastre di pietra che il logorio dei passi ha reso lucenti. Essi ascoltano soltanto l’eco delle loro voci nel silenzio sepolcrale, sperduti in quella selva di pilastri di granito e credono semplicemente di istruirsi come degli storici, quando invece dal battito del loro cuore dovrebbero comprendere che quello che cercano di pilastro in pilastro, di sala in sala, di navata in navata è il capitano; e sono tutti là trepidanti, ma senza rendersene conto, a chiedere un aiuto che non giunge, ad attendere una trasformazione che non viene, sprofondati come sono in se stessi perché ormai quello che vedono non sono che templi distrutti, metà insabbiati, perché oramai non sono che navi naufragate la cui provvista di silenzio e di ombra è mal protetta e fanno acqua da ogni parte con quei grandi squarci di cielo azzurro che appaiono attraverso le volte crollate o quel crepitio della sabbia attraverso le brecce dei muri. E questi visitatori hanno fame di una fame che non potrà essere saziata..

 

Costruire col gusto delle cose grandi

Occorre costruire avendo di mira il silenzio del tempio, punto finale dell’opera di architetti che mettono insieme delle pietre. E l’opera, se ben fatta, assorbirà e trasformerà gli stessi architetti, e li metterà in viaggio verso Dio..

    Perciò io vi dico, voi costruirete poiché la selva profonda è utile all’uomo come la Via Lattea e la pianura azzurrina dominata dall’alto dei monti. Ma che cosa è la vastità della Via Lattea, delle pianure azzurrine e del mare in confronto a quella che offre la notte in mezzo alle pietre quando l’architetto ha saputo riempirle di silenzio? E voi pure, architetti, diverrete grandi se perderete il gusto delle cose ordinarie. Voi non nascerete se non dalla vera opera che sarà realizzata, poiché essa vi assorbirà in quanto non vi servirà più e vi costringerà a servirla. E vi trasformerà totalmente. Infatti come potrebbero nascere i grandi architetti se essi costruiscono opere senza grandezza? Voi diventerete grandi solo se le pietre alle quali pretendete di dare un potere non sono oggetti da concorso, un comodo riparo o di comune e immediata finalità, ma piedistalli e scale e navi che conducono a Dio”.

    Così parlò loro l’imperatore e le sue parole furono balsamo anche per la mia anima. Stavo scoprendo nel cuore del deserto una vita ben più profonda di quella che incontravo normalmente nelle grandi metropoli occidentali. Stavo entrando anch’io in un tempio, ed esso nutriva il mio cuore. L’imperatore si trattenne qualche minuto con loro, dando disposizioni pratiche per alcuni lavori e poi congedò i suoi architetti e fece introdurre da ultimi gli educatori che intanto avevano atteso nell’anticamera reale.

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8. GLI EDUCATORI

 

Gli educatori: costruttori dell’uomo

Gli educatori devono educare l’uomo ad essere uomo. Non un uomo uguale al bestiame da ingrasso, contento delle sue cose materiali, ma un uomo ricco di senso, di spirito, di amore, di fedeltà e soprattutto di vastità interiore, nella meditazione e nella preghiera, nella collaborazione con gli altri, al di là delle parole che dividono.

    E l’imperatore, dopo averli fatti accomodare, parlò loro brevemente così: “Ascoltatemi bene. A me poco importa che l’uomo sia più o meno ricco. M’importa che sia più o meno uomo. Non chiedo innanzi tutto se l’uomo sarà o non sarà felice, ma quale uomo sarà felice. Non m’importa dell’opulenza dei sedentari pasciuti come il bestiame nella stalla.

    Non dovete riempire i miei uomini di concetti vuoti, ma di immagini che contengano delle strutture. Non dovete imbottirli anzitutto di condizioni inutili, ma forgiare loro uno stile affinché possano cogliere l’essenza delle cose. Non dovete giudicare le loro attitudini soltanto dall’apparente facilità che dimostrano in questa o in quella direzione. Perché chi ha lottato di più contro se stesso va più lontano e riesce meglio. Dovete perciò tener conto innanzi tutto dell’amore. Non dovete insistere sull’uso dei beni materiali, ma sulla creazione dell’uomo affinché egli pialli la sua tavola nella fedeltà e nell’onore, e così la pialli meglio. Insegnerete il rispetto, poiché l’ironia è degna dello sciocco ed è dimenticanza di ogni contegno. Lotterete contro i legami dell’uomo con i beni materiali e fonderete l’uomo nel bambino insegnandogli innanzi tutto lo scambio poiché senza lo scambio vi è soltanto aridità. Insegnerete la meditazione e la preghiera perché è nella meditazione e nella preghiera che l’anima diviene vasta. E insegnerete l’esercizio dell’amore, poiché chi lo potrebbe sostituire? L’amore di se stesso è il contrario dell’amore. Punirete innanzi tutto la menzogna e il tradimento che possono anche servire all’uomo e in apparenza anche alla cittadella. Ma soltanto la fedeltà crea i forti. Perché non si può essere fedeli in un campo e infedeli in un altro. Chi è fedele è sempre fedele. E non è fedele chi può tradire il compagno di lavoro. Io ho bisogno di una roccaforte e non fonderò la sua forza sulla corruzione degli uomini. Insegnerete il gusto della perfezione poiché ogni opera è una marcia verso Dio e non può terminare che con la morte. Non dovete insegnare il perdono o la carità, poiché potrebbero venire fraintesi e non essere più che rispetto dell’ingiuria e delle piaghe. Ma insegnerete la mirabile collaborazione di tutti attraverso tutti e attraverso ciascuno. Allora il chirurgo correrà attraverso il deserto per rimettere a posto il ginocchio di un semplice uomo di fatica. Perché  anche questi è un veicolo. E hanno entrambi lo stesso conducente. Insegnate infine a diffidare del solo linguaggio e della verità di singoli enunciati, perché ognuno dal punto di vista della sua esperienza ha ragione ed è inutile lottare per affermare come assoluta la propria verità. Occorre aiutare l’uomo a situarsi e a cogliere la verità della sua vita, quella verità che imposterà e risolverà i suoi conflitti e lo farà collaborare con gli  altri”.

 

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9. IO COSTRUISCO LA CITTADELLA E LI COSTRUISCO

 

Sul terrazzo: l’autorità del capo

Il capo è colui che dà anzitutto un’anima alle cose, alle persone, al loro stare insieme, al costruire. Non basta esistere materialmente, ma bisogna essere nel nodo divino che unisce le cose.

    Detto questo, l’imperatore con un cenno congedò gli educatori del suo regno e la grande stanza delle udienze se fece deserta, come la piazza del villaggio nella notte. E mi condusse fuori, su un vasto terrazzo, dal quale con uno sguardo si abbracciava, immersa nel sole, la città piena di fervida vita. E quasi parlando tra sé e sé, egli mi illuminò sui fondamenti del suo stile di governo: “Dimora degli uomini, chi potrebbe fondarti sul ragionamento? Chi sarebbe in grado di costruirti secondo la logica? Tu esisti e non esisti. Sei e non sei. Sei fatta di materiali disparati, ma bisogna inventarti per scoprirti. Così come quel tale che ha distrutto la sua casa con la pretesa di conoscerla, non possiede altro che un cumulo di pietre, di mattoni e di tegole, poiché manca loro l’idea geniale che li domini, l’anima e il cuore dell’architetto. Perché alla pietra manca l’anima e il cuore dell’uomo.

 

Non la logica, ma l’anima e il cuore (scaturite dal cuore del capo)

Dal cuore del capo scaturisce un senso, una direzione (dalle sue scelte, dai suoi progetti) che poi vengono amati e riproposti dalla gente del suo regno, che può essere così unita nelle sue decisioni.

    Ma siccome i ragionamenti logici riguardano solo il  mattone, la pietra e la tegola, ma non l’anima e il cuore che sfuggono alle leggi della logica e alle regole dei numeri, allora io mi sono fatto avanti con il mio arbitrio. Io l’architetto. Io possiedo un’anima e un cuore. Io detengo il potere di mutare la pietra in silenzio. Vengo e plasmo questa pasta che non è che materia secondo l’immagine creatrice che mi viene soltanto da Dio e fuori dai binari della logica. Io costruisco la mia città, attratto unicamente dal sapore che avrà; come altri costruiscono il loro poema e danno l’inflessione alla frase e sostituiscono la parola, senza essere costretti a giustificare l’inflessione né la sostituzione, attratti unicamente dal sapore che quella frase avrà e che essi sentono nel cuore. Perché io sono il capo. E scrivo leggi, istituisco feste e ordino sacrifici e dalle loro pecore, dalle loro capre, dalle loro case, dalle loro montagne io traggo questa civiltà. Perché senza di me che cosa avrebbero fatto del cumulo di pietre disposte in maniera ancora peggiore? Io governo e scelgo. Sono solo a governare. Ed ecco che essi possono pregare nel silenzio e nell’ombra che devono alle mie pietre, alle pietre ordinate secondo l’immagine del mio cuore. Io sono il capo. Sono il padrone. Sono il responsabile. E attraverso me, attraverso l’immagine da me recata (e che ora essi amano) che si fonda l’unità. E io farò loro amare la casa, esigendo i loro sacrifici per essa. E riconosceranno questa struttura divina che ha preso la forma di un volto, quello della loro casa e della loro città e la insegneranno ai figli, perché la conservino.

 

Come una nave e un tempio..

La cittadella è una delle tante possibili direzioni che può prendere la gente e che possono prendere delle pietre. Occorre perciò equipaggiarla, farla salpare come nave e difenderla dal ricominciare da capo. E sarà il senso che riempie il tempio navigando verso l’eternità di Dio.. Quanta vicinanza al progetto della Chiesa, Città di Dio, che si costruisce nel tempo e cammina verso l’eternità!

    E se la mia dimora l’ho saputa costruire abbastanza grande da dare un significato persino alle stelle, allora, se per caso si attarderanno sulla loro soglia di notte e solleveranno il capo, renderanno grazie a Dio perché guida così bene quelle navi. E se la costruisco abbastanza stabile da contenere la vita nella sua durata, allora procederanno di festa in festa come di vestibolo in vestibolo, sapendo dove vanno e scoprendo attraverso le contraddizioni della vita il volto di Dio. Cittadella! Ti ho dunque costruita come una nave. Ti ho inchiodata, equipaggiata e poi abbandonata al tempo che non è più che un vento favorevole. Nave degli uomini senza la quale essi non raggiungerebbero l’eternità. Conosco le minacce che gravano sulla mia nave. Sempre tormentata dal mare in burrasca e dalle immagini di altre possibili navi. Perché è sempre possibile abbattere un tempio e prelevarne le pietre per un altro tempio. E quest’altro tempio non è né più vero, né più falso, né più giusto né più ingiusto. Sarà di un altro. E nessuno si renderà conto del disastro, poiché la qualità del silenzio non è insita nel cumulo di pietre. Perciò desidero che essi sostengano saldamente le strutture della nave per salvarle di generazione in generazione, poiché non abbellirò mai un tempio se lo ricomincio ad ogni istante.

 

Sono contro l’inquietudine dei ladri..

Perché rubano per un amore che non sanno capire; in realtà vagano da un bene inutile a un altro, perché non conoscono l’essenziale.

    Condanno l’inquietudine che spinge i ladri al reato, poiché ho imparato a leggere nei loro animi e so di non poterli salvare se li libero dalla miseria. Perché essi si ingannano, se credono di desiderare le ricchezze altrui. L’oro, però, luccica come una stella. Ed essi vanno da un riflesso all’altro sottraendo beni inutili, come quel pazzo attinge l’acqua scura delle fontane per impadronirsi della luna che vi si riflette. Vanno e gettano sul fuoco effimero delle orge la vana cenere che hanno rubato. Ma il loro è solo un amore che non ha capito se stesso!

 

..e delle adultere

L’adultera che vaga da un uomo all’altro non ha capito la verità dell’amore che è fedeltà, realizzazione quotidiana che si approfondisce nel tempo, come un cedro attorno al seme..

    Anche per questo rinchiudo la donna nel matrimonio e ordino di lapidare la sposa adultera. Certo io comprendo la sua sete di amore e la sento tutta palpitante, gettata sulla terrazza nella sera, straziata  di tenerezza, come una trota sulla sabbia, in attesa di veder apparire, come la pienezza dell’onda marina, il mantello azzurro del cavaliere. Essa lancia il suo richiamo nella notte intera. Ma in realtà  essa passa da un mantello all’altro, poiché non esiste alcun uomo che possa appagarla. Così una spiaggia, per rinfrescarsi, invita le onde del mare a riversarsi sulla rena, e le onde si succedono all’infinito e si esauriscono una dopo l’altra. A che scopo ratificare il cambiamento dello sposo? Chiunque ami soprattutto gli approcci amorosi non conoscerà l’incontro vero.. Io assolvo solo colei che può divenire e costruirsi armoniosamente nel proprio spazio interiore, al pari del cedro che si forma attorno al suo seme e trova nei propri limiti la sua pienezza. Assolvo colei che non ama subito la primavera, ma l’armonia di quel fiore nel quale la primavera si è manifestata; colei che non ama subito l’amore, ma quel volto particolare che ha assunto l’amore. Perciò quella donna sperduta nella sera, io la purifico e le faccio prendere coscienza di se stessa.

 

Costruzione di quella donna

Costruire una persona è farla essere nei piccoli e grandi legami di ogni giorno, negli “steccati” della vita concreta: non una vita sognata, ma quella vita incarnata in cose da fare e relazioni da vivere. E incarnando l’amore si potrà arrivare all’Amore..

    Dispongo attorno a lei, come altrettante frontiere, il fornello, il bricco, il vassoio d’ottone lucente, affinché a poco a poco, attraverso questa accozzaglia, essa scopra un volto ben noto, familiare, un sorriso che è solo di questo luogo. E lentamente le apparirà Dio. Allora il bambino strillerà per essere allattato, la lana da cardare tenderà le dita, il fuoco chiederà di essere ravvivato. Da quel momento essa sarà rapita e pronta a servire. Perché io sono colui che costruisce l’urna attorno al profumo affinché non si disperda. Sono il processo che fa maturare il frutto. Sono colui che costringe la donna a prendere forma e ad esistere, per poter più tardi presentare a Dio in nome suo, non quel lieve sospiro disperso nel vento, ma tale fervore, tale tenerezza, tale sofferenza.

 

Odio ciò che muta: il lento perfezionarsi della vita

La vita ha bisogno di sedimentarsi, di perfezionarsi nel tempo, per questo non si vive di continuo mutamento: vivere è abitare qualcosa, la cittadella è abitare, l’eternità è abitare, la vita vera è abitare in Dio.

    Io che sono servo di Dio, ho il gusto dell’eternità. Odio ciò che muta. Vi è un tempo per tutto: per la creazione e per la creatura, per la semente e per la messe.. Bisogna pacificare, coltivare e levigare. Io sono colui che ricuce le screpolature del terreno e nasconde agli  uomini le tracce del vulcano. Sono il manto erboso sull’abisso. Sono il traghetto a cui Dio ha affidato una generazione e la faccio passare da una sponda all’altra. A sua volta Dio la riceverà dalle mie mani, tale quale me l’aveva affidata, più matura forse, più saggia, più abile nel cesellare le brocche d’argento, ma immutata. Io ho circondato il mio popolo del silenzio del mio amore. Perciò proteggo colui che alla settima generazione corregge la linea della carena o la curvatura dello scudo per portarla a sua volta alla perfezione. Proteggo colui che eredita il poema anonimo dall’antenato cantore e, riprendendo a sua volta e sbagliandosi anche lui, vi aggiunge la propria linfa, il proprio logorio, la propria impronta. Amo la donna incinta o quella che allatta, amo il gregge che si perpetua, amo le stagioni che ritornano. Perché io sono anzitutto colui che abita. Cittadella, mia dimora, io ti salverò delle insidie del deserto e ti ornerò di trombe  da ogni parte per suonare contro i barbari!”. Tacque a lungo. Sotto di noi continuava il brusio della vita della cittadella come il rumore  di un alveare. Poi mi disse bruscamente:

 

Io sono il responsabile: essi vivono la mia verità

Gli uomini dell’impero possono amare la vita e incarnarla solo attraverso quella interpretazione della verità che dà l’imperatore. Tra tante possibili verità essi incarnano e vivono per la sua, perché le parole portano a dividersi. Il capo vive della verità di Dio, e i suoi uomini vivono della sua verità e ne fanno una cittadella e una storia.

     “Io sono il responsabile di tutti i loro atti, perché essi sostengono quella che io dico essere la verità. E se io ho accettato come verità qualcosa che mi può recare danno, io servo.. la verità del mio nemico. Perché gli avvenimenti non hanno altra forma se non quella che il cercatore darà loro. E dal punto di vista di ogni cercatore tutte le verità sono vere. Mio padre una volta fece un esperimento: divise i convitati in due gruppi e poi chiamò alla finestra, uno alla volta, i capi dei due gruppi e chiese loro di interpretare la forma di una nuvola. Uno ci vide un leone accovacciato e un altro un volto sorridente. Poi mio padre chiese ai due gruppi di mettersi d’accordo su cosa rappresentava la nuvola, ma essi non poterono e si insultarono inutilmente perché le due cose erano troppo evidenti per ognuno dei due gruppi. Così è un traditore che si lamenta degli errori altrui o della potenza del proprio nemico. La cittadella e le sue verità dipendono da me ed essa vive la mia verità, come io vivo la verità di Dio. Io esigo sempre che mi si offra la parte migliore. Perché solo allora i miei uomini saranno grandi. Non si tratta infatti di spingerli a disprezzare la vita, ma, al contrario, di farla amare a loro. E anche di far loro amare la morte, se essa è offerta per l’impero”.

 

Stabilire delle gerarchie arricchisce la vita

Vanno stabilite delle gerarchie fra gli uomini, perché esse creano dei legami: capo-sudditi, marito-moglie, primogenito-fratelli.. Ognuno ha un ruolo e per questo è importante: non è solo un numero da sostituire..

    Li vedevo lavorare alacremente e chiesi: “Ma questa gente si ama? Vanno d’accordo? Come riesci a legarli gli uni agli  altri?”. Ci pensò su un momento e poi, incamminandosi per rientrare nel palazzo, mi rispose: “Se io li facessi tutti uguali e liberi l’uno rispetto all’altro, non si sentirebbero legati. Con la morte di uno non cambierebbe nulla, perché egli sarebbe rimpiazzato da un altro. Ma se essi si sentono di un albero, allora ciascuno dipenderà da tutti e tutti dipenderanno da ciascuno. Per questo io li sottometto ad una forma esteriore e creo una gerarchia tra loro, perché se non esiste gerarchia, non ci sono fratelli. Se nella tua casa stabilisco il diritto alla primogenitura, avresti certamente una ragione di più per odiare, ma nello stesso tempo per amare e piangere tuo fratello se egli dovesse morire, anche se egli era quello che ti danneggiava in base alla mia legge. Perché così ha un senso dire che muore il fratello maggiore, il responsabile, la guida e il polo della tribù. E lui, se tu muori, piange la sua pecorella, quello che egli aiutava, quello a cui dava dei consigli di sera al chiarore della lampada. Non deve essere come in guerra, in cui non ti accorgi nemmeno se muore il soldato accanto a te, perché egli viene rimpiazzato da un altro. Deve essere come nell’amore, che deve essere scoperta di un regno interiore e non un semplice atto bestiale. E se muore colei che ami, ti sentirai in esilio, perché l’amore della sposa accresce il piacere di prendere il tè sopra un semplice vassoio d’argento accanto a lei..”.

 

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10. VISITA AL PALAZZO

 

     “Vieni, ti mostrerò il mio palazzo”. La sua voce risuonò alquanto nel vasto cortile interno nel quale mi aveva introdotto. Mi mostrò tutta la vasta ala riservata alle donne e il giardino interno nel quale zampillava una fontana.

 

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11. L’ALA DELLE DONNE E LA FONTANA DEL GIARDINO

 

Abitare un universo strutturato

Gli uomini abitano: l’impero è un insieme strutturato, la casa deve essere un insieme strutturato, il tempo con i suoi riti deve essere un insieme strutturato. E gli uomini crescono di stanza in stanza, di tempo in tempo..

    Seduto sul bordo della fontana l’imperatore mi spiegava non a cosa servono le singole cose, ma il perché dell’ordinamento della sua casa: “O uomo, venuto da lontano, ho scoperto da tempo una grande verità: e cioè che gli uomini abitano e che il senso delle cose per loro muta secondo il significato della casa. La strada, il campo, l’orzo e le pendici della collina sono diversi per l’uomo a seconda se compongono o no una proprietà. Ecco, all’improvviso questi beni materiali così diversi divengono una sola cosa e gravano sull’animo. Colui che vive e colui che non vive nel regno di Dio non abitano lo stesso universo. La stessa cosa succede a coloro che credono di scoprire il mio territorio dividendolo. ‘Qui - dicono - ci sono delle pecore, delle capre, dell’orzo, delle case e delle montagne, e che vuoi di più?’. Costoro sono poveri perché non possiedono nient’altro e si sentono a disagio. Ho scoperto che essi somigliano a quel tale che taglia a pezzi un cadavere. ‘La vita – egli dice – io la mostro alla luce del sole: essa non è altro che una mescolanza di ossa, di sangue, di muscoli e di viscere’. Mentre la vita era quella luce degli occhi che ora non si vede più perché gli occhi sono spenti, mentre il mio territorio è ben altra cosa da queste pecore, questi campi, queste case, queste mura o questo giardino del palazzo: esso è anzitutto ciò che domina e unisce tutto ciò, la patria del mio amore, e i miei uomini sono felici se lo sanno perché abitano una casa. Vedi, quest’ala è il cuore del palazzo, perché io voglio che si faccia un cuore alla casa in modo che ci si possa avvicinare e allontanare da qualche cosa, uscire e rientrare. Altrimenti non si è più in nessun posto. Essere liberi non significa non essere. E i miei schiavi percorrono i corridoi portando i loro carichi, salgono e discendono scale, ma sono più o meno inquieti, se sono più o meno vicini a questa fontana centrale, perché sanno che la vista anche involontaria delle mie donne può costare loro la vita”. Mi portò poi a vedere la sala riservata alle grandi ambasciate e che viene aperta al sole esclusivamente in quei giorni. In essa l’imperatore mi disse: “Qui si compiono i grandi riti del mio impero. I riti sono nel tempo quello che la casa è nello spazio. Perché è bene che il tempo che passa non dia apparentemente l’impressione di logorarci e disperderci come una manciata di sabbia, ma di perfezionarci. E’ bene che il tempo sia una costruzione. In tal modo io posso procedere di onomastico in onomastico, di compleanno in compleanno, di vendemmia in vendemmia, come i miei servitori attraversano le sale del mio palazzo e non tutte le sale hanno lo stesso significato”. Mi mostrò quindi i granai e le stalle.

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12. GRANAI E STALLE

 

L’amore conta più dell’uso

Se non si hanno più punti di riferimento, se tutto è uguale a tutto, allora l’amore si smarrirà. Per questo ogni stanza della casa deve avere il suo uso e non quello di un’altra stanza. E l’uomo si costruisce in un universo ordinato.

    Mentre ammiravo le sue ricchezze, egli mi disse: “Al tempo di mio padre a volte succedeva che i granai erano vuoti e le stalle deserte. E mio padre si opponeva che gli uni fossero adibiti agli usi riservati alle altre. ‘Il granaio – diceva – è innanzi tutto un granaio e tu non abiti una casa, se non sai più dove ti trovi. Poco importa che un uso sia più o meno produttivo. L’uomo non è un bestiame da ingrasso, e l’amore per lui conta più dell’uso. Non puoi amare una casa che non ha un volto e nella quale i passi non hanno alcun senso’. Sì, io ho imposto la mia legge che è come la forma dei muri e la disposizione della mia casa. Lo stolto è venuto a dirmi: ‘Liberaci dalle tue costrizioni e noi diventeremo più grandi’. Ma io sapevo che essi avrebbero perso la possibilità di conoscere un volto e, non amandolo più, avrebbero perso la possibilità  di conoscere se stessi, e ho deciso, contro la loro volontà, di arricchirli del loro amore.

 

Contro chi dilapida il senso delle cose

Il senso delle cose è nel palazzo ordinato e con delle regole. Ridurre tutto ad una piazza da calpestare, in poco tempo riduce l’uomo alla noia e al non senso. E così pure calpestare usanze e convinzioni e tradizioni per il “gusto del nuovo” per una libertà che è solo l’eco vuoto di se stessa..

    Perciò io odio l’ironia che non è degna dell’uomo, ma dell’ignorante. Infatti l’ignorante dice loro: ‘In altri luoghi le usanze sono diverse dalle vostre. Perché non cambiarle? Così come se avesse detto:  ‘Chi obbliga a mettere le messi nel granaio e gli armenti nelle stalle?’. Ma è lui la vittima delle parole, poiché ignora quello che le parole non possono esprimere. Ignora che gli uomini abitano una casa. E le sue vittime che non sanno più riconoscerla cominciano a demolirla. Gli uomini dilapidano in tal modo il loro bene più prezioso: il senso delle cose. E si vantano, nei giorni di festa, di non cedere alle usanze, di non rispettare le loro tradizioni, e di festeggiare così il loro nemico. E mentre compiono i loro sacrilegi, provano certamente una soddisfazione interiore, ma fin tanto che si tratta di un sacrilegio, fin tanto che insorgono contro qualche cosa che grava su di loro. E vivono di questo, che il loro nemico  respira ancora. Ma poi l’ombra delle leggi svanirà e allora non proveranno più nulla, poiché anche il sapore della vittoria verrà dimenticato. E sbadiglieranno. Essi hanno trasformato il palazzo in una pubblica piazza, ma appena avranno esaurito il piacere di calpestare la piazza con l’arroganza di uno spaccone, non sapranno più che cosa stiano a fare là, in quella fiera. Ed ecco che sognano vagamente di ricostruire una casa con mille porte, con tendami che ricadano pesantemente dietro le spalle, con vaste anticamere. Ecco che senza saperlo rimpiangono il mio palazzo, in cui ogni passo ha un senso. E io che ho ben capito questo, contrappongo il mio arbitrio a questa disgregazione generale e non ascolto chi mi parla dei pendii naturali.

 

Contro i pendii naturali

Pendii naturali è la tendenza a ridurre tutto uguale, a tornare nel caos, all’indistinto. La vita è nell’ordine, per cui ogni cosa è se stessa, cedro o palma, costruita con le sue regole. E’ dentro questo corpo costruito e armonico che c’è il soffio della vita e dello Spirito, il nodo divino che unisce le cose..

    Perché so fin troppo bene che i pendii naturali ingrossano gli stagni con l’acqua dei ghiacciai, livellano le asperità dei monti e rompono la corrente del fiume nel mare. Perché i pendii naturali fanno sì che il potere sia ripartito e che gli uomini diventino uguali. Ma io governo e scelgo. So bene che il cedro è tale finché prevale sull’azione del tempo che dovrebbe ridurlo in polvere, e di anno in anno esso edifica contro la forza stessa che lo trae verso il basso un tempio di fronde. Io sono la vita e ordino le cose. Formo i ghiacciai contro gli interessi dei pantani. Non m’importa se le rane gracidano contro l’ingiustizia. Io riarmo l’uomo, affinché egli sia. Perciò non ascolto neppure lo stupido cialtrone che viene a rimproverare alla palma di non essere un cedro, e al cedro di essere un cedro, e al cedro di non essere una palma, e, mescolando i libri, tende verso il caos. Eppure so che quel cialtrone ha ragione nel suo ragionamento assurdo, poiché fuori della vita cedro e palma si unificherebbero e si ridurrebbero in polvere. Ma la vita si oppone al disordine e ai pendii naturali. Dalla polvere essa ricava il cedro. Dalla verità delle mie ordinanze nascerà l’uomo. Io non cerco nelle usanze e nelle leggi e nel linguaggio del mio impero il loro vero significato. So fin troppo bene che ossa e viscere non servono a nulla in sé se non sono armoniosamente costruite in un corpo, come l’inchiostro e la carta del libro. Infatti la saggezza che reca il libro non è della loro essenza. Io rifiuto la discussione perché qui non c’è nulla da dimostrare, ma solo delle scelte da fare per vivere e costruire”.

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13. LA STANZA VUOTA

 

La stanza vuota: regole per vivere. Il rosario a 13 grani

Qualcosa di apparentemente inutile, forma il punto di riferimento di coloro che abitano nel palazzo. Perché così il palazzo viene abitato, riconosciuto in ogni suo punto. Perché tutto non sia uguale a tutto, perché tutto non sia un putrido pantano marcio, occorre che la volontà di uno, il costruttore e l’imperatore, dica a tutti la direzione secondo cui costruire la vita e abitarla.. Così tutto è uguale e non è uguale..

    E di stanza in stanza, attraverso lunghi corridoi e vaste anticamere, mentre gli schiavi si inchinavano al nostro passaggio, mi condusse alla stanza vuota, quella di cui nessuno sa a che cosa serva, ma che è stata voluta dall’imperatore per insegnare il senso del segreto e che non si penetra mai del tutto in ogni cosa. Mi fece poi accomodare in una accogliente sala da pranzo per un breve spuntino. Per arrivarci passammo attraverso uno stupendo giardino pensile, in cui la luce giocava con i colori dei fiori.

    Ed egli mi disse: “ Sento la voce dello stolto che dice: ‘Quanto spazio sprecato, quante ricchezze non sfruttate, quante comodità  perdute per negligenza! Occorre demolire questi muri inutili. Allora l’uomo sarà libero’. E io rispondo: Allora gli uomini diventeranno bestiame sulla piazza pubblica, e per non annoiarsi tanto, inventeranno dei giochi stupidi che saranno ancora retti da regole, ma da regole meschine. Perché il palazzo può favorire i poemi. Ma qual poema si può scrivere sulla futilità dei dadi lanciati in aria? Forse essi vivranno ancora a lungo dell’ombra dei muri, di cui sentiranno la nostalgia destata dai poemi, ma poi l’ombra stessa svanirà e non li comprenderanno più. E di che cosa si potrebbero rallegrare ormai? Lo stesso avviene per l’uomo sperduto in una settimana senza giorni, o in un anno senza feste che non rivela alcun volto. Così avviene per l’uomo senza gerarchia, che invidia il vicino se questi gli è superiore in qualche cosa e che cerca con ogni mezzo di ridurlo allo stato in cui egli stesso si trova. Che soddisfazione  trarranno in seguito dal pantano immobile che avranno formato? Io invece creo la giustizia di domani. Ristabilisco le direzioni là ove ognuno si installa al suo posto chiamando felicità questo putrido ristagno. Disprezzo le acque che imputridiscono nella loro giustizia, libero colui che è stato fondato da una bella ingiustizia. Ed in questo modo nobilito il mio impero”.

    E mentre ci sedevamo, mi raccontò qualcosa che feci una certa fatica a comprendere subito: “Un miscredente venne a far visita a mio padre e gli disse: ‘tu ordini che nel tuo impero si preghi con rosari di tredici grani. Che importanza hanno tredici grani? La salvezza non è forse la stessa, se cambi il loro numero?’. E si valse di ragionamenti sottili perché gli uomini pregassero con rosari di dodici grani. Io, a quel tempo un bambino, sensibile all’abilità del discorso, osservavo mio padre dubitando di una sua pronta risposta, talmente brillanti mi erano parse le argomentazioni addotte. ‘Dimmi, riprendeva l’altro, in che cosa pesa di più il rosario di tredici grani?’ ‘Il rosario di tredici grani, rispose mio padre, ha il peso di tutte le teste che in suo nome ho fatto tagliare..’ Dio illuminò il miscredente che si convertì”.

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14. LIBERTA’

 

Libertà di essere, non di non essere!

     Mentre mangiavamo dei saporiti frutti tropicali, azzardai a dirgli: “Ma tu con la tua autorità, non distruggi forse la loro libertà?”. Mi rispose pacatamente, come di uno che ha meditato lungamente su quanto viene dicendo e quasi legge le pagine di un invisibile libro interiore, scritto nel suo cuore:

 

Gli alberi da raddrizzare

Non si può lasciare ognuno esprimere se stesso come vuole: perché la vita va indirizzata e anche “potata” perché non disperda il suo vigore.

     “Quando la sera vado nelle mie piantagioni di aranci ove gli operai raddrizzano i tronchi e tagliano i rami, potrei dire: ‘I miei aranci sono belli e stracarichi di arance. Allora perché tagliare questi rami che avrebbero anche prodotto dei frutti? Conviene lasciare l’albero libero di crescere. Si svilupperà in piena libertà. Perché in tal modo si pregiudica al suo splendore’. Se mi sentissi ragionare così come mi considereresti? Per lo meno un inesperto e non avveduto. Perché la potatura e l’opera dei contadini è il respiro degli alberi! Perciò io ti dico: io non posso lasciare esprimere ognuno semplicemente come vuole. Certamente, se non si tratta di schiavi ciechi, ogni uomo ha la sua opinione. Non che gli uomini siano versatili, ma perché la loro verità interiore è una verità che non trova tra le parole quella che fa al caso suo.  E per esprimerla ti occorre un po’ di questo e un po’ di quello.

 

Libertà e costrizione: dalla costrizione alla libertà

Solo la costrizione applicata per prima potrà portare poi alla vera libertà, che è capacità di esprimersi secondo il cuore e non capacità di distruggere soltanto. Se ognuno va per la propria direzione, la creazione si distrugge, non si realizza. Occorre prima aver interiorizzato la direzione: la costrizione e le regole guidano la libertà ad essere se stessa in modo positivo e non negativo.

    Perché tu hai semplificato a proposito della libertà e della costrizione. E oscilli da una parola all’altra, poiché la verità non si trova né in una di esse né tra loro due, ma al di fuori di esse. Come puoi far contenere in una sola parola la tua verità interiore? Le parole sono come scatole fragili. E quello che ti è necessario per crescere come può essere contenuto in una scatola fragile? Ma perché tu sia libero della libertà che possiede quel cantante che improvvisa sullo strumento a corda, non occorre forse che dapprima io ti eserciti le dita e ti insegni l’arte del cantare? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere. E perché tu sia libero di quella libertà che possiede il montanaro,  non occorre forse aver esercitato i tuoi muscoli? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere. E perché tu sia libero di quella libertà che possiede il poeta, non occorre forse aver esercitato la tua mente e forgiato il tuo stile? Il che significa lottare, accettare i costringimenti e resistere. Non sai che la condizione della felicità non è mai la ricerca della felicità? Tu ti adageresti, non sapendo dove andare. La felicità quando hai creato ti è concessa come ricompensa. E le condizioni della felicità sono la lotta, la costrizione e la resistenza! Non rammenti che la condizione della bellezza sono la lotta, la costrizione e la resistenza? Così come le condizioni della tua libertà. Esse non sono doni della libertà. Tu ti adageresti, non sapendo dove andare. La libertà, quando si è fatto di te un uomo, è la ricompensa di questo uomo, che dispone di un regno nel quale esercitarsi. E le condizioni della tua libertà sono la lotta la costrizione e la resistenza. Perché se tu agisci secondo il tuo volere e il tuo amico secondo il proprio, le due azioni messe insieme si annullano. Se ciascuno dipinge un oggetto secondo il proprio gusto, uno lo tinge di rosso, l’altro di blu, l’altro ancora di giallo, e l’oggetto non ha più alcun colore. Se si organizza una processione e ciascuno sceglie la propria direzione, succede il finimondo e non esiste più alcuna processione. Se dividi il tuo potere e lo spartisci tra tutti, il tuo potere non ne sarà rafforzato ma si dissolverà. E se ciascuno sceglie il posto per costruire il tempio e porta la propria pietra dove vuole lui, allora troverai una pianura pietrosa invece di un tempio. Perché la creazione è una e l’albero non è che germinazione di un solo seme. Certo quest’albero è ingiusto, poiché gli altri semi non germoglieranno”.

 

Costrizione contro la libertà di non essere

La libertà senza costrizione è solo libertà di non essere. La libertà è possibile solo se può scegliere tra qualcosa che è stato imposto e costruito con un volto preciso (e quindi in modo “ingiusto” rispetto ad altro..)

    E qui intervenni ancora io, ma sempre timidamente (infatti il vecchio saggio mi metteva una grande soggezione e mi sembrava di essere in una favola, in quelle favole in cui il povero bambino arriva nella sala incantata del tesoro, tanto ero ammirato del tesoro della sua sapienza): “Ma allora non distingui tra libertà e costrizione? A che cosa mira la costrizione che tu eserciti mediante l’azione della tua autorità su questa cittadella?”. Si fece servire da bere con un cenno della mano e dopo una piccola sorsata di liquore di mandorle riprese: “Non ho capito bene, in verità, per quale motivo si faccia una netta distinzione tra costrizione e libertà. Quanto più io traccio delle strade, tanto più tu sei libero di scegliere. Ora, ogni strada è una costrizione poiché ho costruito ai suoi lati una barriera. Ma che cosa significa per  la libertà se non esistono strade tra le quali ti sia possibile scegliere? Chiami forse libertà il diritto di vagare nel vuoto? Proprio quando si è costretti a percorrere una via, la libertà diviene più grande. Senza l’obbligo di fare il naso e le orecchie non sei affatto libero di scolpire un volto sorridente. L’uomo raffinato, generato da una civiltà progredita, è arricchito dai limiti, dalle barriere e dalle leggi che essa gli impone. Si è più ricchi di movimenti interiori nel mio palazzo che nel putridume dei bassifondi. I riti imposti ti accrescono. Il bambino triste, quando vede gli altri giocare, chiede innanzi tutto di sottostare anche lui alle regole del gioco, le quali, e soltanto esse, lo faranno divenire. Quando squilla la tromba ti senti triste se non devi balzare in piedi, mentre è felice quel tale che ti dice: “L’appello che ho sentito è per me e mi alzo”. In verità la libertà per chi non accetta la costrizione non è altro che libertà di non essere!

 

Il vero potere

Il potere quando non è solo sete di dominio, è un atto creativo che impone delle linee di forza, grazie alle quali si fa crescere l’uomo e lo si apre all’infinito, obbligandolo con delle regole.

    Quando  il potere è sete di dominio, io lo giudico una ambizione stupida. Ma se è un atto creativo ed esercizio della creazione, io celebrerò quel potere. La vita è struttura, linee di forza e ingiustizia. Quando vedi dei bambini che si annoiano imponi loro le tue costrizioni, cioè le regole del gioco, dopo de che li vedi correre felici. Perciò ho gettato il mio seme e vi sottometto al suo potere. Mi riconosco ingiusto se la giustizia è uguaglianza. Perché io creo delle linee di forza, delle tensioni e delle forme. Ma grazie a me che vi ho mutati in fronde, voi vi nutrirete di sole”.

 

Libertà, uguaglianza e fraternità

La libertà non è spazio illimitato per ognuno, ma capacità di collaborare a far crescere l’albero di cui siamo parte. L’uguaglianza ad ogni costo porta alla morte del pantano, dove tutto è uguale a tutto, e ognuno va per la sua strada. La fraternità si costruisce con l’ingiustizia di una direzione precisa (che tralascia tutte le altre per essere se stessa).

    Lo interruppi: “Ma noi non siamo tutti uguali? Non dobbiamo rispettare la nostra libertà a vicenda?”. Sorrise ironico: “Sì, venne un tempo in cui la libertà, essendo tutto libero, si ridusse alla spartizione dei beni in una uguaglianza piena di odio. Ma in questa libertà tu urti il tuo vicino ed egli ti urta. Lo stato di riposo che trovi è lo stato delle palline mescolate quando hanno cessato di muoversi. Una simile libertà conduce all’uguaglianza e l’uguaglianza conduce all’equilibrio che significa morte. Non è forse meglio che la vita ti governi e che tu urti, come se fossero ostacoli, nelle linee di forza dell’albero che cresce? Venne perciò il tempo in cui la libertà non fu più liberata dalla bellezza dell’uomo, ma espressione della massa, nella quale l’uomo si era necessariamente dissolto, massa che non è libera, perché non va in alcuna direzione, ma  pesa semplicemente e rimane immobile. Ciò non impediva che si chiamasse libertà questa libertà di imputridire e giustizia questa putredine. E invece non parlarmi della libertà delle parole di un poema: esse dipendono le une dalle altre secondo quel determinato ordine che ho dato loro. Può anche darsi che si abbatta il mi tempio e si adoperino le sue pietre per costruirne un altro. Chi nasce e chi muore. Ma non parlarmi della libertà delle pietre. Perché allora non vi sarà alcun tempio. Che cos’è un generale senza esercito o un esercito senza generale? L’uguaglianza è quella che avviene nell’impero e la fraternità non è il diritto di darsi del tu o di insultarsi. Io dico che la tua fratellanza è il premio della tua gerarchia e del tempio costruito insieme. Io non ho nulla da dire a colui che si proclama sdegnosamente mio pari e non vuole né dipendere da me in qualche cosa né che io dipenda da lui. Io amo solo colui la cui morte mi procurerebbe un dolore straziante. La tua libertà, quando ha trasformato i tuoi ghiacciai in pantano, ti lascia anzitutto solo. Che cosa potreste attendere dalla vostra fraternità se non è una fraternità nell’albero del quale voi siete gli elementi? Come potrete divenire cedro se ciascuno sceglie l’albero da costruire o non vuole essere al suo servizio, ovvero si oppone alla crescita di quell’albero che egli chiamerà tirannia e desidera il medesimo posto? E’ necessario che si ponga termine alla vostra uguaglianza e che voi serviate l’albero invece di pretendere che l’albero sia al vostro servizio. Odio soprattutto quelli che non sono. Razza di cani che si credono liberi, perché liberi di cambiare idea, di rinnegare.

 

Odio chi muta sempre

La vita non ricomincia sempre da capo: occorre una patria interiore che sia sempre quella e che permetta all’uomo di vivere, crescere e avere un significato sempre più ricco. Cambiare continuamente non permette di costruire niente.

Odio l’uomo fatto bestiame, l’uomo senza patria interiore. Alla gente io dico: conservate la vostra forma, siate stabili come la prua di una nave. Quello che attingete dall’esterno trasformatelo in voi stessi come il cedro. Io sono la cornice, l’armatura e l’atto creatore che vi fa nascere. Ma tutti quelli che vivono delle azioni altrui e ne assumono i colori come il camaleonte, sono solo funghi spuntati sulla faccia della terra. Col pretesto di migliorare l’albero io non posso tagliarlo ogni giorno per sostituirlo con un seme.

 

Lo spirito e le parole

Le parole possono essere diverse: guardiamo quello che siamo, la sostanza, non le apparenze o i modi con cui diciamo ed esprimiamo la nostra esperienza!

    Non ti fidare delle parole. L’uomo è ciò che è, non ciò che esprime. Certo, il fine di ogni coscienza è di esprimere ciò che è, ma l’espressione è un’impresa difficile, lenta e tortuosa, e l’errore è di credere che non esista ciò che non può essere enunciato. Io che domino la città e sono come il capitano di una nave in alto mare so che solo lo spirito governa gli uomini, e non la ragione, che serve a esprimere ciò che lo spirito ispira. E lo spirito vi fa nascere nuovi, al di là delle contraddizioni del linguaggio”.

    Si era fatto piuttosto tardi. Un pomeriggio assolato, sfumato nell’aria calda. I servitori avevano già silenziosamente sparecchiato la tavola. Ed egli mi invitò a uscire per le vie della sua cittadella.

 

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15. IL GIARDINIERE

 

    Passammo attraverso i grandi giardini che abbellivano sul davanti la residenza del principe. Ed egli mi fece notare, passando, un vecchio giardiniere curvo a potare una piccola siepe.

 

Il giardiniere: capace di appartenere. Il giardiniere e il suo amico

Il giardiniere fa meditare: egli appartiene al suo lavoro e al suo amico..

    Dopo qualche passo, mi raccontò: “Quel vecchio, semplice giardiniere mi ha fatto meditare a lungo sulla verità dell’appartenere. Giorni fa è venuto a parlarmi di un suo amico, con il quale era vissuto a lungo come fratello prima che la vita li separasse, bevendo il thè serale insieme, celebrando le medesime feste e cercandosi l’un l’altro per chiedersi qualche consiglio o per farsi delle confidenze.

    Anche il suo amico era giardiniere. Un giorno un mercante di passaggio lo assunse per qualche tempo, ma i predoni di carovane, poi le vicende della vita e le guerre tra imperi e le tempeste e i naufragi e le disavventure e i lutti e i mestieri per vivere sballottarono costui per molti anni come una botte sul mare, respingendolo di giardino in giardino fino ai confini del mondo.

 

La lettera dell’amico e la risposta del giardiniere

Nel potare i propri roseti i due amici si appartengono: fanno meditare sull’essenziale, sul nodo divino che unisce le cose e che si manifesta nei dolci nodi del significato e dell’amicizia.

    Da questo amico, il mio giardiniere aveva ricevuto una lettera. Raggiante di felicità, mi ha pregato di leggergliela, come si prega di leggere una poesia. Spiava sul mio viso l’emozione che mi procurava la lettura. Evidentemente non si trattava che di qualche parola poiché i due giardinieri erano più abili nel maneggiar la vanga che la penna. Lessi semplicemente: ‘Questa mattina ho potato i miei roseti..’. Poi meditando sull’essenziale, che mi pareva informulabile, scossi il capo come facevano loro quando, insieme, scoprivano la presenza di un bruco su una pianta. Nei giorni successivi il mio giardiniere  non ha avuto pace. Si è informato sulla geografia, la navigazione, i corrieri, le carovane e le guerre tra gli imperi. Proprio un paio di settimane fa ho avuto l’occasione di mandare un corriere dall’altra parte della terra. Allora, fatto chiamare il giardiniere, gli ho detto: “Puoi scrivere al tuo amico”. Gli alberi ne hanno sofferto un poco, e in questi giorni i bruchi hanno regnato indisturbati perché egli ha passato giornate intere tappato in casa a scarabocchiare, a cancellare, a ricominciare il lavoro da capo, sudando come uno scolaretto sul suo compito, perché sentiva qualcosa d’urgente da dire e doveva trasportare tutto se stesso, con la propria verità, dal suo amico. Doveva costruire la propria passerella sull’abisso, raggiungere l’altra parte di sé attraverso lo spazio e il tempo. Doveva dire il suo amore. Arrossendo è venuto l’altro ieri a sottopormi la sua risposta per spiare anche questa volta sul mio volto il riflesso della gioia che avrebbe illuminato il volto del destinatario e per provare così su di me il potere delle sue confidenze.

    E io ho letto che confidava all’amico, con la sua scrittura forzata e maldestra, come una preghiera fervente espressa con parole semplici: “Anch’io questa mattino ho potato i miei roseti..” E ho taciuto di nuovo, meditando sull’essenziale che cominciava ad apparirmi più chiaro, perché essi senza saperlo celebravano Dio e si univano al di sopra dei roseti. In effetti io ho ricevuto dal Signore troppo lavoro per poter stabilire un vero contatto, una vera appartenenza di amicizia, con il tale o il tal altro che avrei potuto amare e quindi ho dovuto fare a meno di questo contatto umano che, esso solo, procura gioie dell’animo.

 

Il mio silenzio di capo

Al re non è dato sperimentare lo stesso dolce nodo dell’amicizia: egli ha un altro ruolo davanti a Dio: offrire tutta la sua gente, legata a lui dal suo potere di guidarli a costruire la cittadella per incontrare Dio.. E tutto si compie nel silenzio adorante..

    Ma Dio mi ha condannato al silenzio, affinché al di là delle parole vane ne comprendessi il significato, poiché è compito mio chinarmi sull’angoscia degli uomini dalla quale ho deciso di guarirli. In effetti amore e amicizia si stringono veramente in Dio solo, ma egli ha deciso per me di permettermi che io vi acceda soltanto attraverso il suo silenzio. Io compongo un fascio con i loro movimenti di adorazione e li offro a Dio, perché io sono non un muro, ma un seme operante che trae dalla terra le fronde per il sole. Felici sono i due giardinieri perché nel roseto incontrano Dio, che essi servono e in Dio si incontrano e si appartengono. Perché il Signore è la comune misura di entrambi; è il nodo essenziale di azioni diverse, della loro amicizia, come del mio silenzio di amore”.

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16. IN GIRO PER LA CITTADELLA

 

    Eravamo ormai per strada, scortati da quattro soldati ( ma in maniera discreta, non vistosa). Il re passava tra la sua gente, salutato con affetto e riverenza.

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17. LA VANITOSA SULLA PIAZZA

 

I vanitosi hanno cessato di vivere

Come si può dare se si vuole soprattutto prendere? Il vanitoso vive solo per ricevere lode e non dà niente a nessuno. E invece l’amore vero è dare qualche cosa che non potrai più riavere, donare e basta, senza pensare a se stessi.

    Ad un tratto – eravamo in una grande piazza -  l’imperatore mi indicò un gruppetto di persone attorno ad una bella donna, riccamente vestita e disse: “E’ una delle donne più belle del mio regno ma anche una delle più vanitose. Ella è sensibile all’opinione della folla, e per questo concede a tutti sguardi, parole e carezze, perché trae un godimento straordinario dalle parole pronunciate al suo indirizzo. Il suo volto si infiamma quando tutti la guardano. E invece a me non sembra soltanto stupida: sembra piuttosto malata. Perché come si può trarre le proprie gioie dagli altri se non attraverso l’amore e il dono di sé? Io  credo che i vanitosi hanno cessato di vivere. Perché chi offrirebbe la propria vita in cambio di qualche cosa più grande se innanzi tutto vuol ricevere? Costui non crescerà più, imbozzacchito per l’eternità! Vanitosi, voi non potrete conoscere il movimento dell’albero che offre i suoi frutti che non gli saranno più restituiti. Voi non potrete conoscere il movimento del fiore che sparge al vento tutti i suoi semi che non gli saranno più restituiti. Il vanitoso è una caricatura. Io non ti chiedo di essere modesto, poiché mi piace l’orgoglio che è resistenza e stabilità. Se sei modesto cedi al vento come la banderuola, poiché il nemico è più forte di te. Io ti chiedo di vivere non di quello che ricevi, ma di quello che dai, poiché solo questo ti accresce. Ma che cos’è un frutto per te? Il tuo frutto ha valore soltanto se non può esserti restituito! Vedi dunque quella donna come si mette in mostra e vive delle acclamazioni della plebaglia. Sembra dire: ‘Io offro la mia bellezza, la mia grazia e il mio incedere maestoso, e gli uomini ammirano il mio passaggio, nave meravigliosa del destino. Devo solo essere per donare’. La vanità deriva da un dono falso e ingannevole. Perché tu puoi dare soltanto quello che trasformi, così come l’albero sta i frutti nei quali ha trasformato la terra, la danzatrice la danza nella quale ha trasformato i suoi passi e il soldato il suo sangue che muta in tempio o in impero. La vanità è mancanza d’orgoglio, sottomissione alla plebaglia, umiltà vile.

 

Un animo di scimmia

La vanitosa imita la maestà del re e non vuol dare la sua vita per la maestà del re. Ma noi siamo nobilitati solo da quello che realizziamo, poiché nulla veramente ci basta. Non serve fermarci, come Narciso, a contemplare la nostra bellezza, perché dobbiamo camminare verso la bellezza di Dio.

    E quella donna cerca la plebaglia perché le faccia credere nei suoi frutti. Ovvero quel tale nobilitato del sorriso del re dirà:  ‘Dunque egli mi conosce’. Ma se lui amasse il re, arrossirebbe dalla gioia senza dire nulla, poiché quel sorriso del re avrebbe per lui soltanto un significato:  ‘Il re accetta il sacrificio della mia vita..’. e all’improvviso tutta la sua vita è come offerta e barattata con la maestà del re. Egli potrebbe dire: ‘ho contribuito alla bellezza del re, che è bello perché è l’orgoglio del popolo’. Ma il vanitoso invidia il re. E se il re gli ha sorriso, egli si avvolge in quel sorriso e si pavoneggia per essere invidiato a sua volta. Il re gli ha prestato la sua porpora. Perché questo significa soltanto imitare e possedere un animo di scimmia! L’amore della danza non è amore di te come danzatore, anche se esiste una giusta forma di orgoglio, che è amore della danza ben eseguita. Tu trai il tuo significato dalla tua opera, non è l’opera che si avvale di te. Non troverai mai la tua compiutezza, se non nella morte. E invece la vanitosa si sente soddisfatta, interrompe il suo incedere per contemplarsi e si sprofonda nell’adorazione di se stessa. Essa non può ricevere nulla da te, fuorché i tuoi applausi. Ora noi disprezziamo tali appetiti, noi, gli eterni nomadi della marcia verso Dio, poiché nulla di noi stessi ci può soddisfare. La vanitosa ha fatto sosta in se stessa, credendo di aver preso forma prima dell’ora della morte.

 

Umiltà del cuore

La vera umiltà è disponibilità allo scambio. a lasciar fluire in noi la vita, a non essere chiusi, a riconoscere il dono di Dio che continuamente ci costruisce come persone e come comunità, come suo tempio..

    Ecco perché non può più né ricevere né dare, proprio come i morti! Essere umile di cuore non esige che ti umilii, ma che ti apra. E’ questa la chiave degli scambi. Solo allora potrà dare e ricevere. Io non saprei distinguere l’una dall’altra queste due parole che indicano la medesima strada. Essere umile non significa sottomettersi agli uomini, ma a Dio. Così è per la pietra sottomessa non alle altre pietre, ma al tempio. Quando tu ti rendi utile, tu servi la creazione. La madre è umile di fronte al bambino e il giardiniere è umile davanti alla rosa.

 

La vanitosa rapina e divora

Come vampiro che si nutre del sangue degli altri, la vanitosa considera se stessa un idolo e vuole che tutto  e tutti siano sacrificati a questo idolo. Lei prende soltanto, non dà mai. Non conosce l’amore, non conosce le incarnazioni umili ma fondamentali, quotidiane dell’amore.

    Quella donna si è considerata un idolo. Che cosa potrebbe ricevere lei dall’amore? Tutto, persino la tua gioia di ritrovarla le diviene un omaggio. Ma più l’omaggio è costoso, più ha valore: essa assaporerebbe di più la tua disperazione. Questa divora senza nutrirsi. S’impadronisce di te per bruciarti in suo onore. E’ come un forno crematorio. Nella sua avarizia si arricchisce con vane rapine, credendo di trovare la propria felicità un questo ammucchiamento. Ma essa non ammucchia che cenere. Perché il vero uso dei tuoi doni era una strada dall’una all’altro e non una rapina.. infatti se lei scorge in questi doni dei pegni si guarderà bene dal contraccambiarli. In mancanza di slanci che ti colmerebbero di felicità, con la sua falsa riservatezza pretenderà che la comunione dispensi dai segni di affetto. Questo è un contrassegno dell’impotenza ad amare, non elevazione dell’amore.

 

Si deve incarnare

Perché l’amore può essere letto solo sulla trasparenza di una trama quotidiana, fatta di cose concrete, singole, reali e non immaginate.

    Lo scultore che disprezza la creta , impasta il vento. Se il tuo amore disprezza i segni d’affetto, col pretesto di mirare all’essenza, non è più che un vocabolo. Da te io voglio degli auguri, dei doni e delle testimonianze. Potresti amare la proprietà se ne escludessi di volta in volta come cose superflue, poiché troppo particolari, il mulino, il gregge, la casa? Come costruire l’amore che è un volto letto in trasparenza sulla trama, se non esiste la trama su cui intesserlo? Perché non ci può essere amore senza il cerimoniale che precede l’amore. Ma costei disdegna gli scambi che le permetterebbero di nascere.

 

Si nasce solo dall’insieme dei legami dell’amore

Si nasce dall’insieme dei legami, quando si è disposti a dare e a ricevere. La vanitosa invece prende soltanto e si chiude in se stessa. Non scambia, cerca di afferrare e chiudere il vento nella sua mano..

    Nell’amore lei cerca un oggetto da rapire. E tale amore  non ha senso. Lei crede che l’amore sia un dono che essa può rinchiudere dentro di sé. Se tu l’ami è perché ti ha conquistato. Essa ti rinchiude dentro di sé, credendo di arricchirsi. Or l’amore non è un tesoro da carpire, ma un impegno da entrambe le parti. Il frutto di un cerimoniale accettato. Un aspetto delle vie del contraccambio. Costei non nascerà mai. Poiché non si può nascere se non da una rete di legami. Essa resterà un seme mancato, che racchiude in sé un potere non sfruttato, arida di animo e di cuore. Invecchierà, funerea, nella vanità delle sue catture, perché tu non puoi attribuirti nulla. Non sei uno scrigno. Sei il nodo della tua diversità. Come avviene per il tempio che dà un senso alle pietre. Uomo, staccati da lei. Non puoi sperare né di abbellirla né di arricchirla. Nella sua mano il tuo diamante è diventato scettro, corona e segno di dominio. Per ammirare anche soltanto un gioiello bisogna essere umili di cuore.     

 

Vanità: Solitudine e invidia

La vanitosa non accetta regali per contraccambiarli, non accetta lo scambio. Se tu le doni qualcosa, esso servirà solo per confermarla nella sua solitudine. Ella si interessa solo a se stessa, non a te che la ammiri.

    Lei non ammira: invidia. L’ammirazione prepara l’amore, ma l’invidia prepara il disprezzo. Essa disprezzerà in nome di quel diamante che possiede, tutti gli altri diamanti della terra. E tu l’avrai ancora di più separata dal mondo. L’avrai allontanata da te, poiché quel tuo diamante non era una via da te verso di lei, né da lei verso di te, ma il tributo della tua schiavitù. Non dare dunque omaggi ad una vanitosa, perché ogni omaggio la renderà più dura e solitaria”.

 

L’amore vero

L’amore vero è passaggio, dalla pietra su fino a Dio. Uomo e donna, se si amano veramente, non si possiedono, ma si aprono a vicenda e fanno scorrere fra loro la grande corrente dell’amore che sale fino a Dio. Negli occhi dell’altro si scoprirà l’universo, e tutto sarà dono possibile..

    “Ascolta”, ci eravamo seduti su una grande pietra proprio di fronte ad un palazzo in costruzione. La sua voce si fece ancor più confidenziale, e mi sembrò che mi volesse parlare dell’amore. “Se incontrerò colei che arrossisce e balbetta e che ha bisogno di doni per imparare a sorridere, poiché essi sono per lei come un vento marino e non una cattura, allora io diventerò per lei la strada verso la libertà. Attorno a lei sarò come lo spazio e in lei come il tempo. Le dirò: “Non aver fretta di conoscermi, non c’è niente da capire in me. Io sono lo spazio e il tempo nei quali divenire”. Se lei avrà bisogno di me, come il seme della terra per divenire albero, non la soffocherò con la mia presunzione. E neppure l’onorerò per se stessa. Affonderò in lei gli artigli dell’amore. Il mio amore sarà per lei come un’aquila dalle ali possenti. E lei non scoprirà me, ma attraverso me le valli, le montagne, le stelle, gli dèi. Non si tratta di me. Io sono solo colui che trasporta. Non si tratta di te: tu sei soltanto il sentiero verso le praterie al sorgere del giorno. Non si tratta di noi: insieme, noi siamo il passaggio per Dio, che per un instante prende la nostra generazione e se ne serve”.

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18. I COSTRUTTORI

 

Lavorare insieme per essere fratelli. Si vive di quello che si dà

Ciò che veramente nutre è quello che si crea, che si dà. Che poi si riceva anche come frutto del nostro impegno e lavoro è naturale, ma non è la cosa più importante. Per cui creare cose che “non servono” a livello economico, come le danze, non solo è importante, ma fondamentale. Se non vogliamo essere solo “collezionisti” di cose morte e non protagonisti di una vita..

    Rimase pensieroso, sotto il sole caldo di quel pomeriggio africano. Attraverso l’aria limpida ci giungevano chiari i rumori dei lavoratori là nel palazzo in costruzione, e gli ordini dei loro capi. Gli dissi: “Ho notato che state costruendo molto in questa cittadella”. Allora egli mi offrì di nuovo, come chiave di lettura di quanto vivevamo, la parabola di suo padre, il grande imperatore.

     “Così parlava mio padre: ‘Costringili a costruire insieme una torre e li muterai in fratelli. Ma se vuoi che si odino, getta loro del grano’. E mi diceva ancora: ‘Infatti non sono poi tanto da compiangere coloro che piegano le spalle sotto i pesanti sacchi quando li portano a macinare o li riportano a casa bianchi di farina. Il peso del sacco li accresce come una preghiera. Ed ecco che ridono, felici, quando portano il covone come un candelabro di spighe con le sue punte e il suo sfavillio. Perché una civiltà si fonda su quello che gli uomini devono dare, non su quello che viene loro concesso. E’ chiaro che in seguito essi verranno di nuovo ad attingere a questo grano per cibarsene.

    Ma per l’uomo questo non è l’aspetto importante delle cose. Ciò che li nutre nel loro cuore non è quello che ricevono del grano. E’ quello che danno al grano! Scoprii così che la vita non ha senso se non la si offre in cambio di qualcosa a poco a poco. La morte del giardiniere non lede un albero, ma se tu minacci l’albero, allora il giardiniere muore due volte’. E mio padre continuava: ‘Perché è giusto che io riceva nel tempo stesso in cui dono per poter continuare a dare.

    Io benedico questo scambio fra il dono e il contraccambio, che permette di proseguire il cammino e di dare ancora di più. E se il contraccambio permette alla carne di riscontrarsi, solo il dono alimenta il cuore. Ho visto delle danzatrici comporre le loro danze. E una volta che la danza era stata creata ed eseguita, nessuno, evidentemente, portava via il frutto del loro lavoro per farne una provvista. La danza passa come in un incendio. Tuttavia io dico civile quel popolo che compone le proprie danze, anche se per le danze non esistono né raccolti né granai. Mentre invece dico selvaggio quel popolo che allinea sugli scaffali degli oggetti, siano essi i più puri, frutti del lavoro altrui, anche se si dimostra capace di inebriarsi della loro perfezione.

    L’uomo - diceva sempre mio padre - è innanzitutto colui che crea. E sono fratelli solo gli uomini che collaborano. E solo vivono coloro che non hanno trovato la pace nelle provviste fatte! Un giorno gli obbiettarono: ‘Che cosa intendi per creare? Perché se si tratta di un’invenzione di una certa importanza, ben pochi ne sono capaci. E allora parli soltanto per qualcuno, ma e gli altri?’. Mio padre rispose loro: ‘Creare, forse significa sbagliare quel passo nella danza. Significa dare di traverso quel colpo di scalpello nella pietra. Poco importa il fine di un’azione. Questo sforzo ti sembra sterile perché sei cieco e guardi troppo da vicino. Ma allontanati un po’.

 

Il fervore della vita

Da lontano vedi solo il fervore che genera delle opere, vedi la città venire su, non vedi più i colpi falliti e tutti i problemi che accompagnano la realizzazione dell’idea..

    Osserva da maggior distanza il movimento di quel quartiere di città – così come noi osserviamo da distante quel cantiere di lavoro. Dove si costruisce quel palazzo -: non vedrai più che un grande fervore e la polvere dorata del lavoro. I colpi falliti non li noti più. Perché quel popolo curvo sul lavoro, voglia o non voglia, edifica i suoi palazzi o le sue cisterne o i suoi ampi giardini pensili. E le sue opere nascono necessariamente, come d’incanto, dalle sue dita.

 

Di errore in errore si perfeziona la vita

Al progresso della vita servono sia coloro che danno colpi giusti e sia coloro che danno colpi sbagliati: il colpo fallito aiuta il colpo che riesce. E’ dal fervore della ricerca che viene fuori la doratura del tempio.

    E io ti dico: quelle opere nascono sia da coloro che falliscono i loro colpi che da coloro che li azzeccano, perché non puoi separare gli uni dagli altri. Se tu salvi solo i grandi scultori sarai privo di grandi scultori. Chi sarebbe così pazzo da scegliere un mestiere che offre così poche possibilità di vivere? Il grande scultore nasce dal terriccio composto di cattivi scultori. Essi gli servono da scala e lo innalzano. La bella danza nasce dalla passione per la danza. E questa passione per la danza richiede che tutti danzino – anche quelli che danzano male – altrimenti non c’è passione, ma solo accademia pietrificata e spettacolo senza significato. Non condannare i loro errori come fa lo storico quando giudica un’era ormai conclusa. Chi rimprovererà al cedro di non essere che un seme o uno stelo o un ramoscello cresciuto di traverso? Lascia fare. Di errore in errore sorgerà una foresta di cedri che nei giorni di forte vento spanderà nell’aria, come un incenso, il cinguettio dei suoi uccelli’. E mio padre concludeva: ‘Sbaglio di uno, riuscita di un altro. Non preoccuparti per queste divisioni. Di fertile non c’è che la grande collaborazione reciproca. Il colpo fallito aiuta il colpo che riesce. E il colpo riuscito rivela a colui che ha fallito come suo lo scopo che perseguivano insieme. Chi scopre la divinità la scopre per tutti. Perché il mio impero somiglia a un tempio e ho sollecitato gli uomini, li ho invitati a costruirlo. Così sarà il loro tempio. Dalla nascita del tempio essi trarranno il loro più alto significato e inventeranno la doratura. Anche colui che la cercava senza trovarla, la inventerà, perché la nuova doratura nascerà innanzitutto da questo fervore”.

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19. IL TEMPIO

 

Il tempio: fervore che trasfigura le cose

Tutte le cose prendono un altro significato se c’è un progetto che guida il tutto. E di questo progetto della cittadella, il tempio è il cuore, il significato più profondo. Perché il significato non sta nelle singole cose, ma nel loro collegamento, nel significato, nel nodo che le unisce.

    Ci avviammo dunque verso il tempio. Esso era granaio di significato per tutto l’impero. Avevo capito che questo strano personaggio governava il suo popolo in maniera molto diversa da tanti altri capi di Stato che conoscevo. Egli si preoccupava del fervore e del senso della vita, più che di cifre e di partiti politici. Glielo feci notare. Ed egli mi disse:  “Io trasfiguro il mondo come fa il bambino con i suoi tre sassolini, se do ad esso un significato diverso e un’altra funzione. La realtà per il bambino non risiede né nei sassolini né nelle regole che non sono altro se non un tranello opportuno, ma soltanto nel fervore derivante dal gioco. In cambio i sassolini sono come trasfigurati. Che cosa faresti dei tuoi oggetti, delle tue case, dei tuoi amori, dei rumori che senti e delle immagini che vedi se non diventano materiali del mio invisibile palazzo e del tempio che li trasfigura? Ma coloro che non traggono alcun vantaggio dei loro beni, poiché manca un impero che li animi, si accaniscono contro questi stessi beni. ‘Come mai la ricchezza non mi arricchisce?’ si lamentano costoro e pensano che basti accrescerla poiché non ancora abbastanza grande. E si accaparrano altre ricchezze che li contrariano ancor più. Ed eccoli crudeli nella loro ineluttabile noia. Poiché non sanno che essi cercano un’altra cosa che non hanno trovata. Essi hanno incontrato quel tale che appariva talmente felice mentre leggeva una lettera d’amore. Sporgendo il capo dietro le sue spalle osservano che egli trae la sua felicità da caratteri neri su pagina bianca e ordinano ai loro servi di esercitarsi a comporre dei segni neri su pagina bianca. E li  sferzano poiché  non riescono a trovare il talismano che rende felici. Perché per costoro non esiste nulla che faccia in modo che gli oggetti abbiano una risonanza  gli uni sugli altri. Essi vivono nel loro deserto di pietre sparse. Ma arrivo io e con esse costruisco il tempio. E le medesime pietre riversano su loro la beatitudine”.  “Qual è dunque la tua politica, come vuoi condurre il tuo popolo?” gli chiesi.  Mi rispose:  “Ero assillato dal dubbio di non poter condurre il mio popolo verso la luce della verità  se non attraverso le azioni e non con le parole.

 

La vita si costruisce come tempio e seme

Saper guardare lontano, mentre si lavora a costruire, a seminare, ad annodare legami: non siamo miopi, e comprenderemo le dimensioni del progetto: il tempio, l’albero, la terra divenuta basilica..

    Poiché devo costruire la vita come un tempio affinché assuma un volto. Che te ne faresti di giorni tutti uguali, così come delle pietre ben allineate? Ma quando sarai vecchio dirai: ‘Ho celebrato la festa dei miei padri, ho educato i miei figli, ho dato loro delle spose, poi alcuni, che Dio mi ha ripreso quando erano già costruiti – poiché Dio se ne serve per la propria gloria - li ho pietosamente seppelliti’. Poiché avviene di te la stessa cosa che avviene del meraviglioso seme che innalza la terra al grado di cantico e l’offre al sole. Poi questo grano tu lo innalzi al grado di luce nello sguardo della donna amata che ti sorride, poi essa compone le parole della preghiera. E se io spargo dei semi, è come se recitassi già la preghiera della sera. Io sono colui che procede lentamente, spargendo il grano sotto le stelle, ma non posso valutare la mia funzione se sono miope e guardo le cose troppo da vicino. Dal seme scaturirà la spiga, la spiga si muterà in carne umana e dall’uomo scaturirà il tempio alla gloria di Dio. E io potrò dire di quel grano che ha il potere di riunire le pietre: Affinché la terra diventi basilica, basta un seme, e alato, in balia  dei venti”. Provai a provocarlo:  “Ma tu parli sempre dei diritti del tempio sulle pietre.. L’individuo non ha forse anche lui i suoi diritti?”. Eravamo sulla grande spianata antistante il tempio dalle guglie dorate.

 

Il senso è nella collaborazione e insieme nel rispetto dell’apporto di ognuno

L’egoismo è mutilazione non verità. La pietra fuori del tempio non ha senso: è nella collaborazione che si sperimenta il nodo divino che unisce le cose. Non più “io”, ma il “noi” dell’appartenere e del costruire insieme.

    Si fermò e mi indicò un angelo di pietra svettante su una delle guglie più vicine: “ Non c’è verità nell’egoismo, ma solo mutilazione. La pietra fuori dal tempio e la parola fuori dal poema non hanno senso. Unificare d’altra parte significa raggruppare meglio le diversità particolari, non  sopprimerle. Vedi? Quelle pietre formano un collo e altre ancora un’ala. Ma tutte insieme compongono quell’angelo di pietra. Altre pietre compongono un’ogiva. Altre insieme una colonna. Ed ora se prendi questi angeli di pietra, queste ogive e queste colonne, tutti insieme compongono un tempio. Ed ora se prendi tutti i templi, essi formano la città santa che guiderà la tua marcia nel deserto. Alcuni difatti negano la presenza di qualcosa che li trascenda.  ‘Io’, dicono. E si percuotono il ventre come se esistesse qualcuno in loro, attraverso loro. Così come se le pietre del tempio dicessero: ‘Io , io, io..’. Del pari succedeva a quelli che condannavo a estrarre i diamanti.  Il sudore, la fatica, l’abbrutimento divenivano diamanti e luce. Gli uomini esistevano attraverso il diamante che dava loro un significato. Ma un giorno essi si ribellarono. ‘ Io, io, io!’, dicevano.

 

Si è belli nei valori (la rivolta degli uomini dei diamanti).. gli uomini sono belli solo nel diamante..

 

    Ecco, rifiutavano di sottomettersi al diamante. Non volevano più divenire, ma sentirsi onorati per se stessi. Invece del diamante proponevano se stessi come modello. Essi erano laidi perché gli uomini sono belli nel diamante. Perché le pietre sono belle nel tempio. Perché l’albero è bello nella proprietà. Perché il fiume è bello nell’impero. E noi decantiamo il fiume: ‘Tu sostentatore delle nostre mandre, sangue lento delle nostre pianure, conduttore delle nostre navi..’. Ma quelli si consideravano come fine ultimo, e ormai s’interessavano soltanto di ciò che era al loro servizio, non di servire qualcosa più grande di loro. Perciò essi massacrarono i principi, ridussero in polvere i diamanti per spartirseli tra loro. Gettarono in prigione quei cercatori di verità che avrebbero potuto un giorno dominarli. Essi dicevano: ‘E’ ora che il tempio serva la pietra’. E tutti andavano via arricchiti – così pensavano – con dei pezzi di tempio, privati però della loro parte divina e divenuti  semplici macerie.

 

Dipende dai valori cui si è educati

Il dolore e la gioia dipendono dai legami che si hanno, dai rapporti che si vivono. Fuori di essi il linguaggio, e la stessa vita, non hanno significato. Così per l’uomo educato nella fedeltà all’impero, così per l’uomo cresciuto nella morale del padre..

    Occorre salvare il tempio ponendolo al di sopra del valore delle cose. Perché la vita mi ha insegnato che non esiste la vera tortura nella carne straziata e neppure nella morte. Ma la risonanza cresce secondo la grandezza del tempio, che dà un significato alle azioni dell’uomo. Quel tale che è cresciuto nella fedeltà all’impero, se lo tieni fuori dell’impero in una prigione d’esilio, si scaglia contro le sbarre e rifiuta di bere, poiché il suo linguaggio non ha più significato. E chi, se non lui, dovrebbe ribellarsi? E quel tale che è stato forgiato secondo la morale dell’essere padre, se suo figlio è caduto nel torrente e tu lo trattieni sulla riva, si contorce fra le tue braccia, urla e vuole gettarsi nel vortice, poiché  il suo linguaggio non ha più alcun significato. Però, l’uno è fiero e maestoso il giorno della festa dell’impero, l’altro è raggiante il giorno della festa del figlio. Ciò che ti procura le sofferenze più atroci, ti reca anche le gioie più intense. Perché le sofferenze e le  gioie provengono dai tuoi rapporti, e i tuoi rapporti dalle strutture che ti ho imposto.

 

Far esistere

Costringere gli uomini a esistere, ad avere legami, anche con mezzi che li fanno soffrire: l’impero finalizzato a far nascere l’uomo nell’uomo, non gli uomini asserviti ciecamente all’impero.

    Io voglio salvare gli uomini e costringerli a esistere anche se adopero mezzi che li fanno soffrire. Mi chiamano il giusto e lo sono. Io non ho posto gli uomini al  servizio della mia gloria, poiché mi umilio davanti a Dio e così Dio, in cambio, li avvolge tutti nella sua gloria, gloria che solo lui riceve. Non mi sono valso degli uomini per servire l’impero, ma mi sono servito dell’impero per fondare gli uomini. Ma perché gli uomini siano fondati, occorre che abbiano nell’impero il loro significato e lo vivano con fervore. Altrimenti cosa  possederebbero gli uomini? Non si costruisce l’impero con le cose materiali. Le cose materiali invece vengono assorbite nell’impero”.

 

Nel tempio. Silenzio e fervore, indizi di Dio

Contrassegno di Dio, il silenzio del tempio, perché non possiamo sapere nulla di Dio. Possiamo solo sperimentare il nostro appartenere al tempio. E nel fervore di costruire e celebrare il tempio possiamo riconoscere qualcosa della presenza e dell’azione di Dio.

    Entrammo nel tempio e subito fummo avvolti nella penombra misteriosa e nel silenzio che vi regnavano. I rumori della città giungevano lontani, come ovattati. Dopo qualche momento di raccoglimento silenzioso, egli disse, quasi parlando fra sé, con quel suo modo di essere presente e assente che avevo già notato altre volte:

     “Tu non riceverai alcun segno poiché il contrassegno  della divinità della quale desideri un indizio è il silenzio stesso. Le pietre non sanno nulla del tempio che compongono e non possono sapere nulla. E neppure tu di Dio. Perché occorrerebbe che il tempio apparisse alla pietra, la qual cosa non ha senso, poiché la pietra non ha un linguaggio per esprimerlo. Ogni cosa possiede un suo linguaggio. Fu questa la mia scoperta nel mio viaggio verso Dio. Sempre solo. Rinchiuso in me stesso non ho alcuna speranza di uscire da solo dalla mia solitudine. La pietra non ha alcuna speranza di  essere altra cosa che una pietra. Ma collaborando, essa si unisce alle altre pietre e diviene un tempio. Io non ho più la pretesa di veder apparire l’arcangelo perché o è invisibile o non esiste. Quelli che sperano di scorgere un indizio di Dio fanno di Dio l’immagine di se stessi che vedono riflessa nello specchio. Ma unendomi al mio popolo, io sento dentro di me un calore che mi trasfigura. È questo il contrassegno di Dio. Perché una volta stabilito, il silenzio è vero per tutte le pietre. Perciò, fuori di ogni comunità io stesso non conto nulla e non sarò mai appagato. Lasciatemi dunque essere un chicco di grano e giacere nel granaio per tutto l’inverno..”. Rimanemmo a lungo così, in silenzio.

 

Ai diseredati che sono comunità nel tempio

Non esistono diseredati se si è disponibili a costruire il tempio. L’amore si propaga con la forza della vita, tutto nasce e diviene continuamente. Basta appartenersi per divenire comunità e tempio, partecipi della vitalità di Dio.

    E intanto tutti i poveri che sedevano alla porta del tempio a chiedere l’elemosina e tanta gente del popolo che era entrata a pregare, notata la presenza del principe, ci si era assiepata intorno. Ed egli parlò loro così: “E’ bello essere giovani come voi, diseredati, infelici e vinti che nella vostra eredità sapete soltanto vedere la parte della cattiva giornata di ieri. Ma se io costruisco un tempio e voi costituite la folla di credenti che viene a pregare, se in voi ho gettato i miei semi e vi riunisco in questo silenzio maestoso affinché siate una messe lenta e miracolosa, che motivo avete di disperare? Li avete certamente conosciuti i giorni vittoriosi quando i morenti sui loro giacigli, i cancerosi nel loro fetore, gli sciancati sulle loro stampelle, gli indebitati in mezzo agli uscieri e i prigionieri in mezzo alle guardie, tutti nelle loro divisioni e sofferenze, si ritrovavano nella vittoria come in una chiave di volta recata alla loro comunità; in quei mattini questa folla disparata diveniva basilica per il  cantico della vittoria. Così l’amore si propaga come il ramificarsi delle radici, con una risonanza improvvisa delle anime le une sulle altre, talvolta anche sotto i colpi della sfortuna che ad un tratto diviene struttura e divina chiave di volta per trarre da tutti lo stesso contributo, lo stesso volto cooperante. Allora la gioia proviene dal pane condiviso con gli altri o dal posto offerto accanto al fuoco. Tu facevi il difficile come il gottoso con la tua minuscola casa che neppure i tuoi amici avrebbero potuto riempire, e all’improvviso si spalanca il tempio nel quale entrano soltanto gli amici veri, ma innumerevoli. Che motivo avete di disperare? Tutto è una nascita continua. E’ chiaro che l’irreparabile esiste, ma in questo non vi è nulla di triste o di lieto, è l’essenza stessa di ciò che è stato. E’ irrimediabile la mia nascita dal momento che sono qui. Il passato è irrimediabile, ma il presente vi è concesso come un ammasso di materiali sparsi e tocca a voi costruire con questi materiali l’avvenire”.

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20. IL CERIMONIALE

 

Cerimoniale: fili invisibili per tessere la trama dell’amicizia con Dio.

Non c’è vita senza cerimoniale, perché lentamente attraverso gesti concreti l’uomo si apra al significato delle cose.

    Si avvicinarono allora i sacerdoti e potei assistere ad una breve ma composta cerimonia di culto, fatta di invocazioni, silenzi, canti e offerta di incenso, che saliva a profumare il tempio e a renderlo ancor più misterioso nella semioscurità. Uscendo poi di nuovo nel sole, il principe mi disse: “ Voglio aprirti gli occhi poiché  ho l’impressione che voi occidentali vi sbagliate sul cerimoniale. Lo crederete un ordinamento gratuito, ovvero un abbellimento superfluo. Ora il culto è simbolo della vita e le sue cerimonie sono fili invisibili per tessere la trama dell’amicizia con Dio. E così non esiste vita senza cerimoniale. Non ho mai visto degli uomini trasformati dalle argomentazioni dei logici, non lo ho mai visti convertirsi in profondità per l’enfasi del profeta guercio.

 

L’amore vive delle regole, non fuori!

Le regole fondano l’amore. Infondere la sete dell’amore e il resto verrà da sé. Perché si vivrà per esso..

    Ma essendomi rivolto alla loro essenza, attraverso il gioco di un cerimoniale, li ho aperti alla mia luce. Tu reclami l’amore contro le regole che lo vietano. E queste regole hanno fondato l’amore. La malinconia che si prova quando non si ama, quella malinconia dovuta alle regole, è già amore. Quando rimpiangi l’amore, ciò significa che l’amore è nato. E’ chiaro che le regole, quando fondano l’amore, ti fanno credere di rimpiangere l’amore e così tu pensi che l’amore ti potrebbe esaltare al di fuori delle regole, mentre invece fondano l’amore, le regole ti offrono le sue gioie e le sue pene, così come l’esistenza della fontana nel palmeto ti rende crudele la sabbia arida; certo l’essenza di una fontana implica l’esistenza delle fontane. Perché non si rimpiange quello che non si può concepire. Costruendo delle fontane io costruisco anche la loro assenza. Invece l’amore vero è richiamo all’amore. Occorre dunque infondere la sete dell’amore e il resto verrà da sé. Se voglio salvarti dalla morte basta che io t’inventi un regno spirituale, nel quale la tua diletta è come tenuta in serbo per accoglierti. Allora tu continuerai a vivere poiché la tua pazienza è infinita. La casa cui appartieni è al tuo servizio nel deserto, anche se lontana. La donna amata ti aiuta, anche se lontana, anche se addormentata. Però non sopporti che un nodo si sciolga, spargendo qua e là gli oggetti. Tu muori se muoiono le tue divinità, poiché tu vivi di esse. E tu puoi vivere solo di quello per il quale puoi morire. Perciò io dico, che la sete della vita viene coltivata attraverso l’imposizione di un cerimoniale.

 

 

Tutto è cerimoniale: appartenenza a qualcosa, linee di forza

Il cerimoniale è l’insieme di queste linee di forza e non di altre, di queste disposizioni concrete e non di altre. La loro realizzazione costruisce questo certo volto e non un altro. E così si appartiene a qualcosa. Si è di una patria. Perché solo una struttura realizzata parla al cuore e si cresce verso Dio.

    Come la cattedrale è un certo ordinamento di pietre tutte uguali, ma distribuite secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore, così vi è un cerimoniale delle mie pietre. E la cattedrale è più o meno bella. Come la liturgia dell’anno è un certo ordinamento di giorni in un primo tempo tutti uguali, ma distribuiti secondo linee di forza la cui struttura parla al cuore (ci sono così dei giorni in cui devi digiunare, altri in cui siete invitati a rallegrarvi, altri ancora in cui devi lavorare, e sono le mie linee di forza quelle che incontri), così vi è un cerimoniale dei giorni. E l’anno è più o meno vivo. Allo stesso modo vi è un cerimoniale dei lineamenti del volto. E il volto è più o meno bello. E un cerimoniale del mio esercito poiché questo atto ti è possibile, ma non quest’altro e così tu vai a incontrare le mie linee di forza. E tu sei soldato di un esercito. E l’esercito è più o meno forte. Esiste così un cerimoniale del mio villaggio: ecco il giorno di festa o le campane a morto o l’epoca della vendemmia o il muro da costruire o la comunanza nella carestia e la spartizione dell’acqua nel periodo di siccità. Quell’otre pieno non è solo per te. Ecco, sei di una patria. E la patria è più o meno fervente.

     Non conosco nulla al mondo che non sia innanzi tutto cerimoniale. Infatti non ti dice nulla una cattedrale senza architettura, un anno senza feste, un volto senza proporzioni, un esercito senza regolamenti, né una patria senza usanze. Non sapresti che fartene dei tuoi materiali sparsi. Perché mi dici che questi oggetti sparsi sono una realtà e che il cerimoniale è un’illusione della polvere di cui ella è composta e l’anno il cerimoniale dei giorni. Per qual motivo l’anno dovrebbe essere meno vero della pietra? Costoro non hanno scoperto che gli individui. Certo, è bene che gli individui prosperino, si nutrano si vestano e non soffrano molto. Ma essi muoiono nella loro sostanza e non sono più che pietre sparse se tu non fondi nell’impero un cerimoniale degli uomini. Perché altrimenti l’uomo non è più nulla. E se tuo fratello muore, non lo piangerai più di quanto pianga il cane quando un altro cane della medesima figliata affoga.  Ma non trarrai neanche alcuna gioia dal ritorno del fratello.

    Io ho notato che presso i rifugiati berberi non si piangevano i morti. Come potrò renderti palese quello che cerco? Non si tratta più di un oggetto che parli ai sensi, ma allo spirito. Non chiedermi di giustificare il cerimoniale che impongo. La logica è sul piano degli oggetti e non su quello del nodo che li lega. Su questo piano io non ho più parole. Li hai visti mai i bruchi senza occhi dirigersi verso la luce o salire sull’albero? Dal momento che sono un uomo, mentre li osservo mi chiedo verso che cosa tendano e concludo: ‘Luce’ oppure ‘Sommità’. Ma essi lo ignorano. Così se tu ricevi qualche cosa dalla mia cattedrale, dal mio anno, dal mio volto, dalla mia patria, ecco la tua verità e poco m’importa che il tuo vento di parole serva soltanto per gli oggetti. Tu sei come un bruco, non riesci a concepire quello che cerchi. Perciò se risulti abbellito, santificato, nutrito di qualche cibo invisibile dalla mia cattedrale, un bell’anno, un bell’impero, anche se non so da che parte guardare per conoscerne la causa, ho semplicemente trovato, come il bruco, qualcosa che è fatto per me. Come il cieco che d’inverno cerca il fuoco con le mani. Quando egli lo trova, posa il bastone e vi si siede accanto incrociando le gambe, anche se del fuoco non sa nulla, anche se non sa quello che sai tu che vedi. Egli ha trovato la verità del suo corpo, poiché ti accorgerai che non si muoverà più di là”.

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21. L’ORDINE

 

L’ordine non si fonda su calcoli materiali ma sulla costruzione dell’uomo

Il tempo che sembra perduto a costruire templi o a scrivere poemi o a contemplare la Via Lattea in realtà fonda un ordine superiore, necessario al cuore dell’uomo molto più di granai e acquedotti. Occorre nobilitare e non solo ingrassare la stirpe umana.

    Mi aveva introdotto in un grande parco, ricco di piante e di fontane, non distante dal tempio. Dei bambini giocavano poco lontano. Ci sedemmo sotto una grande quercia e davanti a noi gorgogliava una piccola fontana. Gli chiesi: “ In pratica, quello che tu chiami cerimoniale, non è altro che l’ordine della vita e dei suoi valori. Non c’è vita senza ordine”. Riprese: “Voglio raccontarti un discorso che sull’ordine faceva mio padre. L’ordine – diceva mio padre – io lo fondo ma non secondo il principio della semplicità del risparmio, poiché non si tratta di risparmiare sul tempo. Poco mi importa  di sapere se gli uomini diventeranno più grassi costruendo granai anziché dei templi e acquedotti anziché strumenti musicali, perché, siccome disprezzo l’umanità spilorcia e vanitosa anche se ricca, m’importa di conoscere innanzi tutto di quale uomo si tratta. M’interessa quell’uomo che si è immerso a lungo nel tempo perduto del tempio, come per contemplare la Via Lattea che lo rende vasto, quell’uomo che ha esercitato il proprio cuore all’amore mediante l’esercizio della preghiera e nel quale il poema ha avuto spesso un’eco profondo. Perché il tempo che io risparmio nel costruire il tempio, che è una nave navigante verso una meta, o nell’abbellire il poema che fa palpitare il cuore dell’uomo, dovrò impiegarlo a nobilitare più che a ingrassare la stirpe umana. Perciò inventerò dei poemi e edificherò dei templi.

 

Bisogna perdere tempo nei funerali per unire le generazioni

Il legame con i morti fonda e dimostra l’unità di tutte le generazioni che stanno crescendo come albero nella creazione di Dio. Di generazione in generazione cresce l’uomo, che non è solo bestiame da lavoro e da ingrasso, ma luogo in cui si incarna il nodo divino che unisce le cose ed egli è capace di cantare e di contemplare. L’ordine della vita non è solo funzione, ma vitalità e sogno, canto e prospettiva in avanti..

     Così, pur conoscendo il tempo perso nei funerali – infatti degli uomini scavano una fossa per seppellirvi la salma del defunto, mentre avrebbero potuto impiegare tutto quel tempo ad arare e a mietere -, è passato a costruire una memoria vivente, sangue che si travasa di uomo in uomo, poiché non m’importa di guadagnare del tempo se poi ci rimetto l’amore verso i morti e se si perde il significato della vita e di ciò che lentamente si sta costruendo insieme, come un tempio. Perché non esiste un’immagine più bella del cimitero nel quale i parenti a passi lenti vanno cercando la tomba dei loro cari in mezzo alle altre tombe, sapendo che la terra lo ha accolto come un frutto maturo. Essi sanno tuttavia che qualche cosa di lui rimane, una reliquia nell’ossario, la forma di una mano che ha accarezzato, l’osso del cranio, questo scrigno prezioso, vuoto senza dubbio ma che fu pieno di tante meraviglie. Perciò ho dato ordine che si costruisse, quand’era possibile, una casa per ogni defunto, anche se ancora più inutile e costosa, affinché ci si possa riunire nei giorni di festa e comprendere non soltanto con la ragione ma con tutta l’anima e con tutte le fibre del corpo che i vivi e i morti si ricongiungono e formano un solo albero crescente, poiché si è abituati ad ascoltare lo stesso poema, a vedere la stessa curvatura della carena, la stessa colonna attraversare le generazioni abbellendosi e perfezionandosi. Certo l’uomo è perituro se lo guardiamo di prospetto come i miopi che guardano troppo da vicino, ma non lo è nell’ombra che proietta, nel riflesso che lascia di sé. Se risparmio il tempo perso a seppellire i cadaveri e a costruire loro una dimora, se questo tempo perso lo desidero impiegare ad allacciare la catena delle generazioni, affinché attraverso essa la creazione s’innalzi verso il sole come un albero, se decreto che questa ascesa dell’uomo è più degna della sua prosperità, allora il tempo guadagnato di cui dispongo lo impiegherò, dopo aver riflettuto a lungo, a seppellire i morti. L’ordine che io fondo – diceva sempre mio padre – è quello della vita. Poiché io dico che un albero è armonioso, sebbene sia composto dalle radici, del tronco, dei rami delle foglie e dei frutti, e dico che un uomo è armonioso, sebbene abbia una mente e un cuore e non sia ridotto a mera funzione, come lavorare e perpetuare la specie, ma sia ad un tempo colui che lavora e si riposa ascoltando le canzoni della sera.

 

L’ordine è un volto da amare: le cose vere non si possono enunciare

L’ordine si fonda quando si fonda la vita, e la vita si fonda quando c’è qualcosa da amare, qualcosa per cui vivere. L’essenziale infatti si può solo vivere, non enunciare, non spiegare a parole. Le parole logiche vengono meno dinanzi al vento del deserto sotto le stelle, laddove l’animo diviene vasto. L’ordine è il risultato di una vita che vive secondo le leggi interiori delle sue linee di forza, e non è la causa. L’ordine imposto dall’esterno è caricatura della vita.

    Ma alcuni hanno riconosciuto che gli imperi gloriosi erano ben ordinati. E la stupidità dei logici, degli storici e dei critici ha fatto loro credere che l’ordinamento degli imperi fosse all’origine della loro gloria, mentre invece io dico che il loro ordinamento come la loro gloria era il frutto del solo fervore. Per creare l’ordine io creo un volto da amare. Ma costoro si propongono l’ordine come un fine a sé stante, e un ordine simile, quando lo si discute e lo si perfeziona, diviene anzitutto un mezzo per risparmiare e semplificare le cose. Si cerca di eludere quello che è difficile da enunciare, quando invece nulla di ciò che importa veramente si può enunciare. Non ho ancora conosciuto un professore che mi sapesse spiegare semplicemente perché mi piaccia il vento nel deserto sotto le stelle. Tutti sono d’accordo su cose di poco conto poiché è facile trovare il linguaggio adatto per esprimere cose banali. Si può affermare senza tema di essere smentiti che tre sacchi d’orzo valgono più di uno.

    Ma io credo di dare agli uomini qualcosa di più se, semplicemente, li obbligo a camminare di notte sotto le stelle nel deserto, affinché si dissetino con quella bevanda che rende l’animo vasto. L’ordine è il contrassegno dell’esistenza, non la sua causa. Così come la struttura del poema, indicando che esso è compiuto, diviene il contrassegno della sua perfezione. Non si lavora per una struttura, ma si lavora per ottenerla. Però, quelli che dicono ai loro alunni: ‘Osservate l’armonia che traspare da questa opera grandiosa. Fabbricatemi innanzi tutto una struttura, così la vostra opera sarà grande’, non sanno che tale opera sarà invece una scheletro senza vita e un rottame da museo. Se io fondo l’amore della proprietà, ecco che tutto si ordina e si stabilisce la gerarchia dei mezzadri, dei pastori e dei mietitori con il padre alla testa di tutti. Così come le pietre vengono disposte attorno al tempio quando si vuole che esse servano a glorificare Dio. Allora l’ordine nascerà dal fervore degli architetti. Non incespicare nel tuo linguaggio - concludeva mio padre -. Se imponi la vita, fondi l’ordine e se imponi l’ordine imponi la morte. L’ordine per l’ordine è una caricatura della vita”. “La vita, anzitutto!” esclamai, quasi interrompendolo.

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22. IL GRANDE ALBERO

 

L’albero incendia la vita se visto in prospettiva: tutto tappe e passaggi

Noi siamo miopi e guardiamo tutto da vicino e lentamente. Se sapessimo guardare le cose nell’insieme del tempo e dello spazio, vedremmo che un albero non vive per se stesso, come nessuno vive per se stesso, ma per trasmettere la vita e incendiare il fianco della montagna con una vita che pullula dal suo seme, alle sue radici, al suo tronco, ai suoi rami, alle sue foglie.. Noi tutti, tutte le cose, siamo tappe e passaggio dalla terra al cielo, secondo le linee di forza del nodo divino che unisce le cose.

    Ed egli riprese infervorato, indicandomi con gesto eloquente il grande albero sotto il quale eravamo seduti: “Tu non hai capito nulla della gioia se credi che lo stesso albero viva per essere quello che è, racchiuso nella sua corteccia. L’albero è fonte di semi alati e si trasforma e si abbellisce di generazione in generazione. Esso avanza, non come te ma come un incendio sospinto dai venti. Tu pianti un cedro sulla montagna ed ecco che la foresta si estende lentamente nel corso dei secoli. Che cosa potrebbe pensare l’albero di se stesso? Potrebbe pensare di essere radici, tronco e fronde. Potrebbe credere di servire se stesso affondando lo radici nel terreno, ma esso non è che una via e un passaggio. Attraverso l’albero la terra si congiunge al miele del sole, fa spuntare le gemme, schiudere i fiori, forma i semi, e il seme reca la vita come un fuoco pronto a ardere ma ancora invisibile. Se io spargo i semi al vento, incendio  la terra. Ma tu guardi al  rallentatore. Vedi quel fogliame immobile, quel groviglio di rami ben sistemati, e credi l’albero sedentario, vivente di sé, murato in se stesso. Miope e superficiale, tu vedi tutto di traverso. Ma ti basta guardare in prospettiva e accelerare il succedersi dei giorni per vedere scaturire dal tuo seme la fiamma e da questa fiamma altre fiamme e osservare così il propagarsi dell’incendio, che si lascia dietro le spoglie di legno consunto poiché la foresta arde in silenzio. E tu non vedi più questo o quell’albero. Comprendi finalmente che le radici non servivano né l’uno né l’altro ma che questo fuoco divora e costruisce ad un tempo. La massa scura di fronde che riveste la tua montagna è ormai soltanto terra fecondata dal sole. E le lepri s’installano nella radura e gli uccelli tra i rami. E tu non sai più dire di chi siano al servizio le radici. Non ci sono più che tappe e passaggi.

 

L’imperatore stesso è un passaggio della marcia verso Dio

L’imperatore stesso, che indica il senso e la direzione al suo popolo, egli stesso non è che tappa e passaggio: attraverso lui si realizza il passaggio più grande e infinito della vita stessa, che lui stesso non può fermare e imprigionare. Anche l’imperatore fa vivere ai suoi sudditi le cose di ogni giorno. Ma il senso viene da un’altra parte, da quel nodo divino che unisce le cose e che scorre, come elettricità, anche nelle vene degli uomini e delle donne dell’impero.. Dio è il senso vero di tutte le cose..

    Rimase silenzioso e assorto di colpo. Si sentiva solo il chiacchiericcio della fontana. I bimbi che giocavano erano scomparsi. E mi parlò, ancora di nuovo come parlando a se stesso, seguendo la sua logica interiore, rivelandomi quel modo di sentire che mi stupiva sempre di più: “Io traccerò il mio solco, dapprima senza capire, di generazione in generazione.. Procederò semplicemente. Io sono dell’impero e l’impero è legato a me, poiché non so distinguermi da esso. Certo è che io muoio per quello per cui vivo. Così andrò. Inizierò senza fervore, ma, facendo del granaio lo scalo delle granaglie, non distinguerò l’ammasso dal consumo del grano immagazzinato. Ho voluto sostare e assaporare la pace. Ed ecco che non c’è pace! Ora riconosco che si sono ingannati quelli che volevano che mi adagiassi sulle vittorie passate, credendo che si possa custodire e conservare una vittoria, mentre qui avviene come per il vento, il quale, se lo trattieni, non esiste più”. E scherzando con l’acqua proseguì:  “Era pazzo quel tale che chiudeva l’acqua nell’urna poiché amava il mormorio delle fontane! Ah! Signore, io mi faccio veicolo e strada. Vado e vengo. Compio il mio lavoro d’asino o di cavallo con ostinata pazienza. Io conosco soltanto la terra che rivolto, e col grembiule stretto alla vita, lo scorrere delle sementi tra le dita. Tocca a te ora creare la primavera e far crescere le messi degne della tua gloria”. Dopo una piccola pausa continuò, mentre io non osavo nemmeno interromperlo: “E io voglio che il mio popolo cammini verso le fontane, perché esse siano il senso della sua marcia. Così io ti voglio nella tua notte visitato dalla divinità delle fontane, anche se stai morendo di sete nel deserto, o stai attingendo il sangue vitale da un pozzo arido. Ecco posso dirti: “La fontana del tuo villaggio..”. E così ridestare il tuo cuore e insegnarti a poco a poco quella marcia verso Dio, che può, essa sola, appagarti, poiché  di indizio in indizio giungerai a lui, che si legge attraverso la trama, Lui, il senso del libro di cui ti ho detto le parole, Lui, la Sapienza, Lui che è, Lui che ti ripaga di tutto, poiché grado per grado, lega i tuoi materiali per trarre da essi il loro significato, lui, Dio, che è anche Dio dei  villaggi e delle fontane. Popolo diletto, hai perduto il tuo miele, che non è fatto di cose ma del senso delle cose, ed ora provi l’urgente bisogno di vivere, ma non trovi la giusta via.

 

..al di fuori di esso solo materiale sparso.

Gli attrezzi di un giardiniere che muore o gli elementi, persone e cose, di un impero, se non sono uniti dal nodo divino e non camminano verso Dio sono solo materiale sparso, senza significato..

     Ho conosciuto un giardiniere, che ormai prossimo alla morte, lasciava un giardino incolto. Egli mi diceva: ‘Chi poterà i miei alberi? Chi seminerà i miei fiori?‘. Chiedeva dei giorni per costruire il suo giardino, poiché nel magazzino delle sementi possedeva i semi dei fiori già tutti selezionati, e nel capanno gli attrezzi per rivoltare la terra, le forbici per sfoltire gli alberi da appendersi alla cintura, ma tutte queste cose non erano più che materiali sparsi che non erano stati al servizio di un culto. La stessa cosa avviene di te con le tue provviste, con il tuo capanno, le tue sementi, le tue voglie, la tua pietà, le tue dispute, le tue vecchie morenti, la sponda del tuo pozzo, il tuo mosaico e la tua acqua viva che non hai ancora saputo fondere insieme in un villaggio e la sua fontana mediante il miracolo del nodo divino che lega le cose e sazia, esso solo, la mente e il cuore”.

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23. L’ASINAIO

 

L’asinaio (egli abita)

Non è vero che uno che va a lavorare per la famiglia non abita la sua casa. In realtà, egli certamente la abita perché egli tutto fa per il suo legame all’amata e alla casa. L’asinaio abita l’amore e con l’amore non si allontana mai dalle cose concrete che lo rendono abitante stabile e non straniero.. E tutto fa parte di un cammino concreto e quotidiano sulla strada di Dio.

    Eravamo ormai al tardo pomeriggio. Dopo qualche istante ancora ai bordi della fontana:  “Vieni” mi disse “ti mostrerò qualcosa nella mia cittadella che non ci fa molto onore”. Uscendo dal parco, ci incamminammo verso nord, laddove la cittadella finiva a ridosso della montagna. Ci tuffammo così tra le bancarelle variopinte di un mercatino. Camminando lentamente ci passò accanto un ortolano col suo asino caricato delle ceste ormai vuote degli ortaggi portati al mercato al mattino. L’imperatore mi disse: “Vedi quest’uomo? Anch’egli mi insegna qualcosa sulla presenza, perché egli è uno che  abita. È partito questa mattina da casa sua e ha abbracciato sua moglie. Ti sembrerà che lui si è allontanato dalla casa e invece nulla lo separa da essa, perché il suo viaggio serve alla casa. E cantando per strada egli ha abitato la pace dell’amore, perché  ha previsto di acquistare col suo guadagno qualche tappeto di lana pregiata e una collana per sua moglie. Ed ora egli andrà dal vecchio bottegaio per acquistare la collana. E il gioielliere lo saluterà, perché lo conosce, e gli chiederà di sua moglie:  ‘Certo, una donna così merita una collana d’oro’ e converranno che in fondo è meglio una collana d’argento perché un braccialetto per essere bello deve essere anzitutto pesante, perché è come il primo anello di una catena che unisce all’amata. E quando ci si ama è dolce sentire il peso della catena. Al braccio sollevato con grazia, quando la mano raggiusta il velo, il gioiello deve pesare, poiché così parla al cuore. Poi comincerà la danza attorno al prezzo del gioiello scelto e sarà anche quella una danza d’amore per la casa e di amicizia per il bottegaio.  L’asinaio fingerà anche di andarsene più volte, finché non si arriverà ad un prezzo che starà bene ad ambedue. E credi tu che in questa giornata quell’uomo non ha abitato la sua casa? No, egli l’ha abitata veramente, perché  non si è lontani dalla casa o dall’amore se si segue il cerimoniale dell’amore o della casa. La lontananza in questi casi non separa, ma lega, non stacca, ma confonde”.

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24. IL MERCATO

 

Il mercato: lavoro come preghiera

Anche se il lavoro comporta anche un ritorno economico, esso non è un fine: le cose non vanno fatte per essere vendute, ma per incarnare l’amore, di Dio e dei cari, per costruire insieme il tempio in cui ognuno dona se stesso, scambiandosi con le proprie creazioni, frutto del fervore che abita ognuno di noi..

    Passando poi davanti alle botteghe dove con infinita pazienza gli artisti cesellavano i loro preziosi doni, mi disse: “Ciò che conta è la qualità del lavoro. Invano vegliano intere notti se le dedicano alla loro venalità, alla loro concupiscenza e alla loro vanità, cioè a se stessi, e non si scambiano più in Dio, barattando la propria vita con un oggetto divenuto sorgente di sacrificio e immagine di Dio, un oggetto nel quale le rughe, i sospiri, gli occhi affaticati, le mani tremolanti per aver tanto impastato, le soddisfazioni serali dopo il lavoro e il fervore esaurito si confondono. Perché io conosco soltanto un atto fertile, la preghiera, ma so anche che ogni atto è preghiera se è dono di sé per divenire. Tu sei come l’uccello che edifica il proprio nido e il nido è tiepido, come l’ape che produce il miele e il miele è dolce, come l’uomo che modella l’urna per amore dell’urna, quindi per amore, cioè per devozione. Certo, questi uomini devono vivere del loro lavoro, ma non devono dedicare il loro lavoro a  vivere. Credi forse nel poema scritto per essere venduto? Se il poema è oggetto di commercio non è più un poema. Se l’urna è oggetto di concorso non è più un’urna a immagine di Dio, ma immagine della tua vanità e dei tuoi appetiti volgari. Offrendo il suo lavoro a Dio, l’uomo prega ed edifica se stesso”.

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25. IL QUARTIERE FETIDO E IL LEBBROSO

 

Il quartiere fetido: il lebbroso

Il lebbroso che non ha più nulla di concreto per cui vivere, è un inutile “deposito” di quello che gli altri vorranno dargli. Il suo male non è la sua malattia, ma il nulla che ormai abita il suo cuore e il suo spirito. Non ha più interessi alla vita..

    Eravamo ormai ai margini della cittadella e l’ambiente era notevolmente cambiato. Non più le eleganti palazzine e le vie ordinate e pulite, ma un ammasso di casupole e baracche di legno malandate e sporche,  vie di fango e gente dagli occhi stanchi. “Ecco l’abisso”, disse a un tratto l’imperatore e si fermò davanti ad uno steccato che recintava uno spiazzo arido e sporco con al centro una casupola bassa. “Si, qui abita un lebbroso. Io guardandolo ho meditato sul grande miracolo della mutazione e trasformazione di sé. Credi che lancerà il suo grido disperato? No. Osservalo bene quando uscirà e vedrai che sbadiglia. Come colui nel quale l’amore è morto. Egli non è più che il re di un regno di ombre, perché non è più nella necessità. La gente gli porta da mangiare, ma lui non serve più a nessuno. La necessità, ecco la salvezza. Non puoi giocare con dadi vuoti. Non puoi accontentarti dei tuoi sogni per la sola ragione che i tuoi sogni non durano. Gli eserciti che inseguono ancora le chimere dell’adolescenza non danno alcun affidamento. L’utile è ciò che ti resiste. La disgrazia per questo lebbroso non è d’imputridire, ma di non incontrare alcuna resistenza. Eccolo rinchiuso come un sedentario tra i suoi beni. Quelli della città vengono spesso a vederlo. Si riuniscono attorno al campo come coloro che avendo scalato la montagna si curvano sul cratere del vulcano, poiché impallidiscono nel sentire sotto i loro piedi il globo che sta  preparando le eruttazioni. Perciò la gente si ammassa attorno al campo quadrato come attorno a un mistero.  Ma qui non vi è alcun mistero”. “Non credi sia disperato?” chiesi. “Non farti illusioni. Non immaginare la sua disperazione, le sue braccia agitate nell’insonnia e la sua ira contro Dio o contro se stesso o contro gli uomini. Perché in lui non c’è altro se non un vuoto che si fa sempre più grande. Che cosa potrebbe avere in comune con gli uomini? I suoi occhi sono assenti e le braccia gli cascano come rami. La vita ormai lo nutre solo con un vago spettacolo. Dalla città gli giunge solo il rumore di carri lontani. Uno spettacolo non è nulla. Tu puoi vivere solo di quello che trasformi. Non puoi vivere di quello che viene depositato in te come in un magazzino. E costui vivrebbe se potesse sferzare il cavallo, portare delle pietre e contribuire all’erezione del tempio.

    Ma gli viene dato tutto. Infatti la gente gli porta da mangiare e lo serve come un idolo. Eppure, se egli ha bisogno di tutti, nessuno ha bisogno di lui. Ha a disposizione tutti i beni, ma non ha beni da offrire. La stessa cosa avviene per gli idoli di legno che ricolmi di offerte. Davanti ad essi ardono le fiaccole dei fedeli, s’innalza l’aroma dei sacrifici e la loro capigliatura si adorna di pietre preziose. Però ti dico: la folla che getta ai suoi idoli i braccialetti d’oro e le pietre preziose si accresce, ma l’idolo di legno rimane legno, poiché esso non trasforma nulla. Ora vivere per l’albero significa prendere della terra e trasformarla in fiori”. 

    “Non esce il lebbroso da quella tana?”. Chiesi spinto dalla curiosità. “E’ ormai tardi, e a quest’ora il lebbroso è a letto. Ma io l’ho visto uscire molte volte, quando la folla lo chiama. Volge su tutti i suoi occhi sperduti, insensibile a quel baccano più che alle onde del mare. Separato da tutti e ormai inaccessibile. E se qualcuno tra la folla esprime la propria commiserazione, egli lo guarda con un vago disprezzo.. Non solidale. Nauseato da un gioco senza scommesse. Infatti che cosa significa aver pietà di qualcuno se non lo si può prendere fra le braccia per cullarlo?  E d’altra parte se qualcosa d’animalesco rimane ancora in lui e lo accende d’ira per essere diventato una spettacolo e un’attrazione da fiera – un’ira poco profonda per la verità, perché noi non facciamo più parte del suo universo, come i bambini attorno alla vasca nella quale nuota lentamente l’unica carpa – che c’importa della sua ira? Infatti che cosa significa essere adirati se non si può colpire e non si fa che lanciare parole vuote trasportate dal vento? Perciò egli mi sembra spogliato della sua stessa ricchezza.

 

I lebbrosi del sud

Essi arrivavano sulle loro cavalcature, da cui non potevano scendere, chiedevano l’elemosina, ma veramente non attendevano niente, non un sentimento, non una reazione: caldaie di marciume già pronte ad essere buttate via: perché non aspettavano più niente da nessuno, non erano legati più con nessuno..

    E mi tornano in mente quei lebbrosi del sud, che per via delle leggi sulla lebbra mendicavano nelle oasi in groppa al loro cavallo dal quale non avevano il diritto di scendere. Costoro tendevano la ciotola legata ad un bastone e guardavano fissamente senza vedere, poiché i volti felici per loro erano soltanto un terreno di caccia. E perché poi li avrebbe dovuti eccitare una felicità estranea al loro universo come i giochi silenziosi dei piccoli animali nella radura? Essi guardavano dunque freddamente senza vedere. Poi passavano lentamente davanti alle misere botteghe, calavano dal cavallo un paniere legato a una funicella e attendevano con pazienza che il venditore l’avesse riempito. Una pazienza sinistra, che incuteva paura. Perché immobili, essi non erano più che una vegetazione lenta della malattia, un forno, un crogiolo, una caldaia di marciume. Per noi non erano più che luoghi di passaggio, campi cintati e dimore per il male. Me che cosa attendevano? Nulla. Poiché non si aspetta dentro di sé, ma si aspetta da un altro. E quanto più il tuo linguaggio è rudimentale, quanto più i tuoi rapporti con gli uomini sono rozzi, tanto meno puoi conoscere l’attesa e la noia. Ma che cosa avrebbero potuto aspettare da noi quegli uomini, così nettamente separati da noi? Non aspettavano nulla. Guarda -  diceva mio padre – non possono più neanche sbadigliare. Hanno rinunciato persino alla noia, che è attesa degli uomini!”.

 

La reazione del padre ai diritti dei lebbrosi. La vera giustizia e la vera carità

Ha diritti la lebbra nella sporcizia, diritti a perpetuare se stessa? Oppure bisogna reagire e tagliare, in nome dell’uomo e della sua verità? Giustizia e diritti non sono quelli degli scarafaggi, ma dell’uomo nel progetto di Dio.. La vera carità è condivisione, non tentativo di spartirsi e far prosperare il marciume..

    Ci inoltrammo un quel labirinto. Gli androni che sboccavano nelle viuzze riversavano molli zaffate d’odore pestifero. La marmaglia emergeva ogni tanto da quelle profondità spugnose per ingiuriarsi con voce stanca e senza vera ira, come bolle flosce che scoppiano ad  intervalli regolari sulla superficie delle paludi. “Mio padre provò anche, una volta, ad appiccare il fuoco a questi tuguri. E questa turba che ci teneva a queste casupole ammuffite cominciò ad agitarsi reclamando i propri diritti, il diritto alla lebbra nella sporcizia.

     ‘Questo è naturale – disse mio padre – poiché la giustizia secondo loro consiste nel perpetuare ciò che è. Essi gridano di avere diritto al putridume. Se tu permetti agli scarafaggi di moltiplicarsi – diceva ancora mio padre – è evidente che nascono i diritti degli scarafaggi.  E nasceranno anche dei cantori per celebrarli e ti canteranno quanto siano patetici gli scarafaggi minacciati di sterminio. Essere giusto..- continuava mio padre – bisogna scegliere. Giusto per l’arcangelo o giusto per l’uomo? Giusto per la piaga o per la carne sana? Perché dovrei ascoltare colui che viene a parlarmi in nome della sua pestilenza? Ma io li curerò per via di Dio, poiché anche loro sono dimora di Dio. Ma non secondo il loro desiderio che è soltanto un desiderio espresso dalla piaga. La giustizia secondo me – affermava mio padre – consiste nell’onorare il depositario per via del deposito, nella stessa misura in cui onoro me stesso. Perché egli riflette la stessa luce, anche se in lui è poco visibile. La giustizia consiste nel considerarlo come un veicolo e come una strada. La mia carità consiste nel farlo nascere a se stesso!

    E io provavo a dire a mio padre: ‘Ma io li ho visti condividere il pane, aiutarsi a scaricare dei sacchi, provare pietà per i bambini malati..’ E lui rispose: ‘Essi mettono tutto in comune e di questa poltiglia fanno la loro carità. Quello che chiamano carità. Ma in realtà essi spartiscono. Ma con questo patto, che sanno fare anche gli sciacalli attorno a una carogna, vogliono esaltare un grande sentimento. Vogliono farci credere che si tratta di un dono! Ma il valore del dono dipende da colui al quale viene offerto. E qui viene offerto al più vile, come l’alcool all’ubriacone. Così il dono diviene una malattia. Ma se io dono la salute, taglio nel vivo questa carne.. ed essa mi odia.

    Nella loro carità – disse ancora mio padre – essi giungono a preferire il marciume.. E se io preferissi la sanità? Ciò che m’interessa è soltanto la collaborazione reciproca. Ma costoro collaborano esclusivamente per il proprio interesse. E questa fogna che scende verso il mare non è né ispiratrice di cantici né fonte di statue di marmo, né una caserma per le conquiste. Per costoro si tratta soltanto di fare i patti nel modo più equo per il godimento delle provviste. Ma ciò non deve trarti in inganno. Le provviste sono necessarie, ma sono anche più perniciose della carestia. Essi hanno diviso tutto in due tempi che non hanno alcun significato: la conquista e il godimento. Hai forse visto l’albero crescere e poi, una volta cresciuto, valersi del fatto di essere un albero? L’albero cresce, semplicemente. Io ti dico: coloro che dopo aver fatto una provvista diventano sedentari, sono già morti.. La vera carità è collaborazione’“. Eravamo giunti al margine esterno del sobborgo, e davanti a noi c’era una  distesa di rovine.

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26. I RIFUGIATI BERBERI

 

La storia dei rifugiati berberi: risvegliati da un cantore, hanno ripreso senso e si sono sollevati

Dimostrano con la loro vicenda che ciò che anima l’uomo è il sogno di un ideale, quell’”isola che non c’è” che per te diventa più reale del pane e più importante delle provviste, perché è di senso che noi abbiamo bisogno..

     “Qui hanno abitato tremila rifugiati berberi. Ora sono stati distrutti dall’esercito di mio padre, perché si sono ribellati. Mio padre li aveva accolti, ma siccome non voleva che si mischiassero ai nostri, li riforniva di tutto, senza bisogno che lavorassero. Avresti pensato che fossero felici. E invece, costretti a vegetare come bestiame imputridirono lentamente nel cuore, perché per essi tutto perdeva il suo significato. Perché nel momento in cui i dadi non rappresentano nulla e la posta in gioco non esiste, nessun gioco è più possibile. Questi nostri protetti a un certo punto non avevano più nulla  da dirsi. Avevano logorato le loro storie familiari che si rassomigliavano tutte. Avevano finito di descriversi a vicenda la propria tenda, poiché tutte le loro tende erano simili. Avevano finito di temere, di sperare e d’inventare. Si servivano ancora del linguaggio per scopi elementari: ‘Prestami il tuo fornello’ Dov’è mio figlio?’. Che cosa avrebbe potuto desiderare quell’umanità sdraiata sullo strame sotto la mangiatoia? Per che cosa avrebbero potuto battersi? Per il pane? Essi ne ricevevano. Per la libertà? Ma nei limiti del loro universo erano infinitamente liberi. Anzi. Affogavano in quella libertà eccessiva che svuota certi ricchi delle loro interiora. Per trionfare dei loro nemici? Ma essi non avevano più nemici! E così si insinuò fra loro la discordia, si sorvegliarono a vicenda e in nome della loro giustizia commisero dei delitti, perché la loro giustizia era innanzi tutto uguaglianza. Chiunque si distingueva dagli altri per qualche cosa veniva schiacciato dal numero. E quando la mandra schiaccia l’uomo è la grande schiavitù. E si sventravano a vicenda ogni notte. Mi tornavano alla mente le parole di mio padre: ‘Se vuoi che siano fratelli, obbligali a costruire una torre. Ma se vuoi che si odino, getta loro del grano’. Avevano perduto l’essenziale e ignoravano ciò che avevano perduto. Cos’è un diamante se nessuno lo desidera? È solo un vetro tagliato. Perciò conviene tener sempre desto nell’uomo ciò che è grande e fargli prendere coscienza della propria grandezza. Perché l’alimento essenziale non gli viene dalle cose, ma del legame che unisce le cose.

    E allora mio padre, per risvegliare l’arcangelo dormiente in loro, inviò un cantore a quella umanità in putrefazione. Il cantore si sedette verso sera sulla piazza e cominciò a cantare. Cantò le cose che hanno una risonanza le une sulle altre. Decantò la meravigliosa principessa che può essere raggiunta solo dopo duecento giorni di marcia nella sabbia senza pozzi e sotto il sole. La mancanza di pozzi diviene allora sacrificio ed ebbrezza d’amore, e l’acqua degli otri diviene preghiera poiché conduce verso la donna amata. Egli diceva: ‘Sospiravo il palmeto e la pioggia lieve.. ma soprattutto quella fanciulla dalla quale speravo di essere accolto con un sorriso.. e non sapevo più distinguere la mia febbre dall’amore..’. Ed essi ebbero sete della sete, e tendendo i pugni verso mio padre:  ‘Scellerato! Tu ci hai privati della sete che è ebbrezza del sacrificio fatto per amore!’. Egli decantò quella minaccia incombente quando la guerra è dichiarata e trasforma la sabbia in un nido di vipere. Ogni duna acquista un potere di vita e di morte. Ed essi ebbero sete del rischio mortale che anima la sabbia. Decantò il fascino del nemico quando è atteso da ogni lato e corre da una parte all’altra dietro l’orizzonte come un sole che tra poco sorgerà ma non si sa dove. Ed essi ebbero sete d’un nemico che li avrebbe circondati della sua magnificenza, come il mare. Quando ebbero sete d’amore intravisto come un volto, sfoderarono le spade.

     Ed ecco che piangevano di gioia accarezzando le sciabole. Nelle loro armi dimenticate, arrugginite, svilite vedevano come una virilità perduta, poiché soltanto le armi permettono all’uomo di creare il mondo. Questo fu il segnale della ribellione, la quale fu bella come un incendio. E morirono da uomini!”. Le sue parole accalorate facevano uno strano contrasto con la solitudine di quel luogo nella sera, e tacendo ci giungevano i rumori lontani della cittadella e il sibilo del vento tra gli alberi della montagna. Tornando al palazzo del principe, dove sarei stato alloggiato in quei giorni, passeggiammo tra la gente nel delta della sera, quando tutto di dissolve.

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27. LE FILATRICI

 

 Le vecchie filatrici

Vecchie donne che lentamente barattano la loro vita con le tovaglie che esse cuciono alla luce delle lampade..

    Si fermò davanti ad una povera casa. Entrò discretamente e io lo seguii. In una piccola stanza, alla luce di alcune candele tre o quattro donne anziane cucivano pazientemente tovaglie ricamate in oro per l’altare del tempio. “Occorrono diversi anni per farne una”, mi disse l’imperatore, mostrandomi degli splendidi esemplari di lavorazione a mano.

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28. A CENA

 

A cena: la metamorfosi vera dell’uomo sa di eternità

La metamorfosi dell’uomo destinato a morire è cambiarsi lentamente con quello che egli vive. Non la vita barattata con cose materiali, ma con un cammino che ci trasforma, il cammino verso Dio, il cammino in cui ci si offre a incarnare l’amore, l’ideale. Come le migliaia di uomini in Egitto che hanno barattato la loro vita con l’onore del faraone, espresso concretamente nelle piramidi e nei templi..

    Poco dopo eravamo a cena, nella grande sala illuminata. E mentre, discreti camerieri ci servivano, egli riprese il discorso: “Quelle vecchie filatrici mi hanno insegnato il segreto della metamorfosi. Durante tutta la loro esistenza si sono lentamente consumate la vista. Oramai rattrappite, tossicchianti, scosse già dalla morte, hanno lasciato dietro di sé questo strascico regale, questa distesa di prateria. E io scopro che quelle vecchie hanno filato la seta nella loro  metamorfosi, senza sapere di essere così meravigliose. Ma non sperare nulla dall’uomo se lavora per la propria vita e non per la propria eternità. Perché allora sarebbe proprio inutile che io insegni loro l’architettura e le sue regole. Se essi costruiscono delle case per viverci dentro a che serve dare la propria vita in cambio della casa, dal momento che quella casa deve servire la loro vita e nient’altro? Gli uomini ritengono inutile la loro casa e la considerano non per quello che essa è, ma soltanto per la sua comodità. La casa è al loro servizio ed essi pensano ad arricchirsi. Ma muoiono spiantati perché non lasciano dietro di sé né la tovaglia ricamata né l’ornamento sacerdotale al riparo dentro una nave di pietra. Sollecitati a dare se stessi in cambio di qualcosa hanno voluto essere serviti. E quando se ne vanno non rimane più nulla. Il valore dell’uomo non è dato dal possesso, ma dal dono di sé. E’ civilizzato innanzi tutto quell’artigiano che si ricrea nell’oggetto; in compenso egli diviene eterno, in quanto non teme più di morire. Ma quest’altro che si circonda di oggetti di lusso comperati dai mercanti, non ne trae alcun vantaggio se non ha creato nulla, anche se nutre il suo sguardo di cose perfette.

 

Guai ai sedentari nel cuore

Chi “si siede” dentro, nel suo cuore, è già morto, prima di morire.. E qualcun altro prenderà il suo posto..

    Conosco quelle razze imbastardite che non scrivono più i loro poemi ma li leggono, che non coltivano più la loro terra ma si fondano anzitutto sugli schiavi. Contro di loro le sabbie del Sud preparano incessantemente nella loro miseria creatrice le tribù vive che saliranno alla conquista delle loro provviste morte. Non amo chi è sedentario nel cuore. Quelli che non offrono nulla, non divengono nulla. La vita non servirà a maturarli, e il tempo per loro fluisce come una manciata di sabbia, disperdendoli. Che cosa offrirò a Dio  in loro nome?

 

Dove non si può mentire: la morte del figlio

Non è detto che sia una sventura la morte di un figlio. Dio chiama: è male rispondergli, al di là dei piccoli “tranelli” dei genitori?

    E la loro miseria è ben evidente quando il serbatoio si rompe anzitempo. Mi ricordo la morte del figlio di Ibrahim. Un bambino è contento di rispondere al richiamo di Dio, che a volte fa il mietitore e falcia dei fiori mescolati all’orzo maturo. E i parenti, occupati a sentirlo morire, cercavano di addomesticarlo, come si cerca di addomesticare i piccoli animali selvatici, e gli tendevano piccoli tranelli perché vivesse: una tazza di latte, una carezza, una nenia. Egli rifiutava tutto, come colui che scosta i cespugli che rallentano la sua corsa..” Rimase pensoso qualche istante poi proseguì: “Quelle vecchie mi hanno insegnato che l’istinto verso la vita non è il più forte. L’istinto essenziale è quello della permanenza.

 

L’istinto della permanenza

Dipende da quello che si ama, perché è per esso che si è disposti a barattare la propria vita. A quale amore siamo stati educati e costruiti? L’amore delle cose, l’amore dei figli, l’amore di Dio? Perché ognuno di noi cerca di permanere nell’amore che abita il suo cuore..

    Esse permangono nelle loro tovaglie e con esse hanno barattato gli occhi e il cuore, crisalidi che lentamente si trasformano in farfalle dalle ali d’oro. È così. Chi è stato costruito nell’attaccamento alla vita, cerca la sua stabilità nella conservazione della propria carne. Chi è stato costruito nell’amore filiale, cerca la sua stabilità nel salvataggio del figlio. E chi è stato costruito nell’amore in Dio cerca la propria stabilità nella sua ascesa in Dio. Tu non cerchi quello che ignori, cerchi di salvare le condizioni della tua grandezza nella misura in cui la senti. Cerchi di salvare le condizioni del tuo amore nella misura in cui ami. Io posso barattare la tua vita con qualcosa che la trascende, senza che nulla ti venga sottratto. Straniero, custodisci nel cuore questa verità. I cristiani la chiamano il cuore della Pasqua.

 

Morire per vivere

Se il tuo Dio è per te più reale del pane, allora sarai una via verso di Lui: l’unione nell’amore si nutre di morte: morire per vivere, darsi per realizzarsi nel nodo divino per il quale viviamo..

    Tu devi morire per aderire totalmente. Devi sopravvivere come quelle vecchie che si consumano gli occhi a cucire drappi sacri con i quali vestono il loro Dio. Esse si trasformano in vesti divine. E lo stelo di lino, per mezzo delle loro dita miracolose, diviene preghiera. Perché tu non sei che una via e un passaggio e non puoi vivere veramente se non di quello che trasformi. L’albero trasforma la terra in rami. L’ape, il fiore in miele. E la tua fatica trasforma la terra in messe biondeggiante. Perciò, quello chi mi preme soprattutto è che il tuo Dio sia per te più reale del pane in cui affondi i denti. Allora egli ti esalterà fino al sacrificio, che sarà unione totale nell’amore.

 

Futuro e presente

Il futuro va letto e preparato nel presente. Nel fatto che io oggì baratto la mia vita con qualcosa che amo, io preparo e realizzo i passi del futuro, più attento alla vita che pulsa che al linguaggio che spesso è inadeguato a esprimere l’unità e la forza della vita..

    Non sognare la vita, non sognare il futuro. D’altra parte non dare mai retta a coloro che vogliono aiutarti consigliandoti di rinunciare alle tue aspirazioni. Il grande segreto è guardare al futuro incarnandolo nel tuo presente, perché il senso delle cose non risiede nelle provviste che una volta fatte i sedentari consumano, ma nel fervore della trasformazione, della marcia o del desiderio. Quando le tovaglie saranno finite, le vecchie moriranno. L’unica vera  scoperta è quella di decifrare il presente sotto i suoi aspetti incoerenti e il suo linguaggio contraddittorio. Il presente è un complesso di materiali e solo il presente è da riordinare. A che serve discutere su questa eredità? Non devi prevedere il futuro, ma favorirlo, ed esso verrà, perché è la vita e la vita è nelle mani di Dio. Io dico proprietà o impero questa accozzaglia di pecore, di capre, di campi d’orzo, di case, di montagne esistenti in questo momento e da essa ricavo qualcosa che prima non esisteva e che dico uno e semplice, poiché chi lo vorrà afferrare con la mente lo distruggerà senza averlo compreso. La vita infatti supera il linguaggio. Unendolo nel mio potere invece io creo il presente, così  come lo sforzo muscolare per raggiungere la vetta prepara la visione del paesaggio e mi permette di contemplare quella distesa azzurrina nella quale le città sono come uova nei nidi delle campagne, la qual cosa non è né più vera né più falsa delle città viste come navi o come templi, ma differente. Sta in me fare del destino degli uomini il nutrimento della mia serenità. Sappi dunque che ogni vera creazione non è una congettura sull’avvenire, una ricerca chimerica e utopistica, ma un volto letto nel presente, volto che è una riserva di materiali sparsi ricevuti in eredità e di cui non ti devi né rallegrare né lamentare, poiché come te, avendo avuto origine, essi sono, semplicemente. Il futuro lascialo dunque come l’albero sviluppare ad uno ad uno i suoi rami. Di presente in presente l’albero un giorno sarà maestoso, e, terminato il suo ciclo entrerà nella morte. Certo, costruire il presente non è come sognare il futuro, anche se il sogno non nutre né il corpo né il cuore. Chi cammina veramente si scortica i piedi sulle pietre, lotta contro i rovi e si insanguina le mani negli scivoloni. Ma solo così può andare. E bisogna sempre distinguere il sacrificio per amore, che è nobile, dal suicidio per disperazione che è ignobile e abbietto.

 

Morire per donare o per suicidio

Non il suicidio, ma il sacrificio è la via vera al dono di sé che costruisce se stessi e gli altri..

    Per il sacrificio occorre una divinità, come la proprietà o la famiglia o il tempio, che riceva la tua offerta nella quale ti scambi. Quando uno muore per tutti, il loro sguardo è reso più puro e l’animo più vasto da tale morte. Noi siamo arricchiti dal sacrificio di quelle vecchie nei giorni di festa, quando ammiriamo le tovaglie trapunte da loro per la lode di Dio. E in questa lode è il loro presente e il loro futuro, in cui esse continuano a vivere tra noi. L’onore vero è una luce emanata non dal suicidio, ma dal sacrificio, in cambio di una provvista per il cuore delle altre generazioni”.

    La cena era finita. Ero molto stanco per l’intensissima quanto inattesa giornata e il principe mi accomiatò brevemente. A letto, nella quiete della sera, prima di addormentarmi, ebbi la netta sensazione di abitare l’universo..

 

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29. UN NUOVO GIORNO

 

    Spuntò un nuovo giorno. E altre esperienze, altri incontri, mi aspettavano, dentro e nei dintorni della cittadella.. Incontri ed esperienze in apparenza slegate, ma ormai nulla era per me slegato, in quella visione che stavo assimilando dall’imperatore della cittadella, che cioè tutto vive di un “segreto motore”, delle “linee di forza” che scaturiscono dalla direzione verso cui camminiamo e sono alimentate e sostenute da quel “nodo divino” che tutto unisce..

   

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30. ALBA

 

L’alba sulla collina

All’inizio di un nuovo giorno l’imperatore medita, dall’alto della collina, sulla realtà del proprio potere e del proprio regno: non si tratta di costringere, ma di promuovere, di far vivere..

    Il giorno era spuntato. Ed egli, il principe, se ne stava là, con le braccia incrociate, come il marinaio che respira il mare. Quel dato mare da coltivare e non un altro. Se ne stava là come lo scultore davanti alla creta. Quella data creta da impastare e non un’altra. E mentre io mi ero accoccolato vicino a lui, egli se ne stava là così sulla collina, e rivolgeva a Dio questa preghiera: “Signore, il giorno spunta sul mio impero. Questa mattina sta dinanzi a me come un’arpa, pronta per il tocco. Signore, viene alla luce quel gruppo di città, di palmeti, di terre coltivabili e di piantagioni d’aranci. Ed ecco alla mia destra il golfo per le navi. Ecco alla mia sinistra la montagna azzurra, sui cui versanti ridenti pascolano le pecore  vellose, e che affonda nel deserto, come artigli, le ultime propaggini rocciose. E al di là, la sabbia scarlatta, ove fiorisce soltanto il sole.

 

Io sono il giardiniere di questo impero

Con amore, come il giardiniere, l’imperatore curerà anche oggi il “suo” giardino, la sua proprietà. E sotto la saggia opera delle sue mani, l’impero vivrà..

    Il mio impero ha questo volto e non un altro. Di che dovrei lamentarmi, Signore, io che soppeso nella mia saggezza patriarcale questo impero nel quale tutto è al suo posto come la frutta matura nel paniere? Quando all’alba il padrone della proprietà cammina per le sue terre, tu lo vedi che raccoglie il sasso o sradica il rovo, se ne trova. Egli non se la prende né con il rovo né con il sasso. Abbellisce il proprio terreno e non prova che amore. Quando quella donna allo spuntar del giorno spalanca le finestre della propria casa, la vedi intenta a togliere la polvere. Essa non se la prende con la polvere. Abbellisce la sua casa e non prova che amore. E perché dovrei lamentarmi degli uomini? Io li accolgo, in quest’alba, così come sono. Certo. Ce ne sono che preparano il loro delitto, che meditano il loro tradimento, che adorano la loro menzogna, ma ce ne sono altri che si predispongono al lavoro, alla pietà o alla giustizia. Certo, anch’io per abbellire la mia terra coltivabile getterò via il sasso o il rovo, ma senza odiare né il rovo né il sasso, e non proverò che amore. Perché io ho trovato la pace, Signore, mentre pregavo. Io provengo da te. Mi sento un giardiniere che cammina a passi lenti verso i suoi alberi. Anch’io, certo, ho conosciuto la tentazione dell’uomo adirato.

 

Non serve passare la vita a giustiziare

Tutto è collaborazione alla vita, sia i buoni che i cattivi. Perché l’umanità è in marcia, con le sue perfezioni e imperfezioni. Volere solo i perfetti vuol dire uccidere tutti, prima o poi, per le loro colpe! Ma questo non serve alla crescita e al cammino!

    Ma non serve correggere il passato, dando la caccia ai responsabili. Avviene che, di epurazione in epurazione, tu abbandoni il tuo popolo intero al becchino. Occorre fondare gli uomini dall’interno, perché se sono ben fondati se ne infischiano del corruttore. Se invece sono corrotti, il male che offro loro si insinuerà attraverso il tale o il tal altro. Che soccomberanno per primi. E progredendo da uno all’altro, corromperà tutti, poiché il mio male è fatto per loro. Non puoi pretendere che anche nel più sano impero non ci siano portatori di cancro. Essi stanno là, come serbati per i giorni della decadenza. Solo allora si diffonderà la malattia, che non aveva certamente bisogno di loro. Essa ne avrebbe certamente trovato degli altri. Se la malattia imputridisce la vigna di radice in radice, io non accuso la prima radice. Se io passo la vita a giustiziare colpevoli, mi devo accorgere che tutti sono colpevoli o direttamente o indirettamente. Dovrò giustiziare anche i migliori, accusandoli di essere stati inefficaci o pigri, o indulgenti. In fin dei conti avrò preteso di annientare quello che dell’uomo è suscettibile di essere malato e di offrire un terreno fertile a tale semente. Tutti possono essere malati e tutti sono terreno fertile per ogni genere di semente. Dovrò sopprimerli tutti. Allora il mondo sarà perfetto, poiché purgato del male. Ma io dico che la perfezione è la virtù dei morti. L’ascesa si serve come concime dei cattivi scultori come del cattivo gusto.

 

La verità come albero che cresce

La verità cresce, di errore in errore, di giustizia in giustizia. Ognuno deve dare il suo contributo ed è inutile prendersela con la vita e le sue manifestazioni. Occorre piuttosto fare cose vere e pretenderle da chi cammina con noi. E l’albero della vita crescerà, pur in mezzo a difficoltà..

    Io  non servo la verità giustiziando chi sbaglia, poiché la verità si costruisce di errore in errore. Non servo  la creazione giustiziando chiunque fallisca la propria, poiché la creazione si costruisce d’insuccesso in insuccesso. Io non impongo una data verità giustiziando chi ne serve un’altra, poiché la mia verità è come un albero che cresce. Io non conosco che la terra coltivabile, la quale non ha ancora alimentato il mio albero. Io vengo, sono presente. Ricevo in eredità il passato del mio impero. Sono il giardiniere che cammina verso la sua terra. Io non vado a rimproverare alla terra di nutrire dei cactus e dei rovi. Me ne infischio dei cactus e dei rovi; io sono la semente del cedro. Disprezzo l’odio, non per indulgenza, ma perché provenendo da te, o Signore, in cui tutto è presente, l’impero è presente in me in ogni istante. E in ogni istante io comincio. Ricordo l’insegnamento di mio padre: ‘E’ ridicolo che il seme si lamenti perché la terra attraverso lui si faccia insalata invece che farsi cedro. Quel seme non è dunque che un seme d’insalata!’”.

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31. SENTINELLA ADDORMENTATA

 

L’esempio di una contraddizione che fa morire: sentinella e addormentato..

    Tacque per qualche istante, mentre sotto di noi la cittadella cominciava a far salire il brusio della sua vita di ogni giorno. Poi l’imperatore riprese: “Ti voglio raccontare la mia visita di questa notte alla sentinella addormentata. È giusto  che sia punita con la morte, poiché sulla sua vigilanza riposa tutta la città sprofondata nel sonno, quando la vita si nutre e si perpetua attraverso te come il palpito dei mari in una insenatura ignorata.

 

Su questa vigilanza riposa la città: perché le stesse realtà fondano e minacciano

Sulla vigilanza della sentinella riposa nella notte la nave della città addormentata. E se essa non vigila tutto è esposto alla distruzione, perché quello che fonda e quello che strazia possono essere le stesse cose..

     Su questa vigilanza riposano i templi chiusi, dalle ricchezze sacerdotali raccolte lentamente come miele, tanti sudori, tanti colpi di scalpello e di martello, tante pietre trasportate, tanti occhi consumati a ricamare drappi dorati, tanti ornamenti delicati fatti da mani premurose. E i granai colmi di provviste per rendere dolce l’inverno, i libri sacri nei magazzini della sapienza su cui si fonda la grandezza dell’uomo, e i malati la cui morte diviene serena tra i loro cari e quasi inosservata poiché trasmettono semplicemente l’eredità. Sentinella, sentinella, tu dai un significato ai bastioni che sono come un involucro per il corpo fragile della città e gli impediscono di dissolversi, poiché se qualche braccia li sventra non rimane più sangue nel corpo. Tu cammini su e giù, attenta soprattutto ai rumori di un deserto che prepara le sue armi e torna instancabilmente a colpirti come l’onda e a impastarti e a rafforzarti proprio mentre ti minaccia. Perché non si può distinguere quello che ti strazia da quello che ti fonda, giacché è lo stesso vento che scolpisce le dune e le spazza via, la stessa onda che scolpisce la scogliera e la sgretola, la stessa costrizione che ti scolpisce l’anima e la strazia, lo stesso lavoro che ti fa vivere e ti ostacola, lo stesso amore appagato che ti riempie e ti svuota. E il tuo nemico è la tua stessa forma poiché ti obbliga a costruirti all’interno dei tuoi baluardi, così come si potrebbe dire che il mare sia nemico della nave poiché è pronto a inghiottirla e poiché la nave lotta soprattutto contro di lui; ma si potrebbe  anche dire che il mare è il muro, il limite, la forma della stessa nave, poiché nel corso delle generazioni è la divisione delle onde mediante la prua che ha scolpito la carena, la quale si è fatta più armoniosa per affondare, e così il mare l’ha fondata e abbellita.

 

La sentinella addormentata rende la città inerme

Essa è già avanguardia del nemico, sua preda, e rende tutti gli altri preda del barbaro..

    Poiché si può dire che è il vento, certo che spezza le vele, che le ha disegnate, così come ha disegnato l’ala, e che senza nemico non si ha né forma né dimensione. Che cosa sarebbero i bastioni se non ci fosse nessuna sentinella? Perciò la sentinella che dorme rende la città inerme. E perciò l’arrestano quando la trovano addormentata, per affogarla nel proprio sonno. Ora, la sentinella dormiva col capo appoggiato alla pietra liscia e la bocca socchiusa. Teneva ancora il fucile stretto al petto come un giocattolo che si porta dietro nel sogno. Osservandola ne provai pietà, perché io ho pietà, nelle notti calde, della debolezza degli uomini. Deboli sentinelle, è il barbaro che vi addormenta. Voi siete conquistate dal deserto e lasciate le porte libere di girare lentamente sui loro cardini oliati nel silenzio, perché la città sia fecondata quando è esausta e ha bisogno del barbaro. Sentinella addormentata, avanguardia nemica. Già conquistata, poiché se dormi è perché non sei più della città, perché non sei più salda e stabile, ma attendi la trasformazione e aspetti di ricevere la semenza. Ho avuto la visione della città distrutta a causa del tuo semplice sonno, poiché in te tutto si annoda e si scioglie. Sei bella quando vegli, orecchio e sguardo della città…

 

Diversa dai logici, la sentinella ha relazione con un tutto

I logici, con i loro discorsi, dividono e sezionano. La sentinella ha la possibilità di vivere la relazione con la città che protegge come fosse un tutt’uno, una sposa addormentata, un cuore solo..

    E sei talmente nobile se comprendi, se domini col tuo semplice amore l’intelligenza dei logici, giacché essi non comprendono la città ma la dividono. Per loro qui c’è una prigione, là un ospedale, là una casa dei loro amici e anche questa la scompongono nel loro animo; in essa vedono una camera, poi un’altra, poi un’altra ancora. E non solo le camere, ma in ognuna quest’oggetto, quest’altro oggetto, quest’altro ancora. Poi l’oggetto stesso lo fanno sparire. E che faranno di questi materiali con i quali non vogliono costruire nulla? Ma tu, sentinella, se vigili, sei in contatto con la città abbandonata alle stelle. Per te non esiste né quella casa, né quest’altra, né quell’ospedale, né quel palazzo. Ma la città. Tu non ascolti né quel lamento di moribondo, né quel grido di partoriente, né quel gemito d’amore, né quel vagito di neonato, ma questo soffio diverso d’un corpo unico, la città.  Per te esiste la città. Sentinella, sentinella, col capo posato sul petto di una fidanzata, tu ascolti questo silenzio, queste pause, questi aneliti diversi che non si devono dividere se si desidera sentire, poiché sono i palpiti di un cuore.

 

La sentinella è pari all’imperatore

Ambedue, in luoghi diversi, con dignità diverse e con mansioni diverse, servono comunque la stessa città e lo stesso Dio. Certo la sentinella deve onorare il re, ma nel tempo del suo servizio egli svolge verso la città la stessa funzione del re: farla vivere e sopravvivere, camminare sicura nel tempo..

    E’ il cuore che palpita e nient’altro. Sentinella, se tu vigili eccoti mio pari. Perché la città riposa su te e sulla città riposa l’impero. Certo, mi fa piacere che tu t’inginocchi quando passo, poiché così vanno le cose. La linfa sale dalle radici verso le fronde ed è bene che il tuo omaggio salga verso di me poiché è la circolazione del sangue nell’impero, così come l’amore dello sposo verso la sposa, il latte della madre verso il bambino, il rispetto della gioventù verso la vecchiaia. Ma come puoi dire che qualcuno riceva qualcosa? Anzitutto io stesso ti servo. Perciò di profilo, quando ti appoggi alla tua arma, sei uguale a me in Dio, perché chi può distinguere le pietre della base del tempo da quelle della chiave di volta, e chi può mostrarsi geloso dell’una o dell’altra? Perciò il mio cuore palpita d’amore mentre ti guardo senza che nulla m’impedisca di farti arrestare dalle mie guardie.

 

Nel suo sonno muore l’impero

Se la sentinella dorme, l’impero ormai muore. E non serve collezionare teste tagliate se il fervore dell’impero non c’è più e nessuno ha la forza di vegliare su un impero debole e senza prospettive..

    Ecco tu dormi. Sentinella addormentata. Sentinella morta. Io ti guardo con sgomento perché in te dorme e muore l’impero. Lo vedo malato attraverso te. Poiché è un cattivo segno se l’impero mi delega delle sentinelle per dormire.. Pensavo: “E’ certo che il carnefice farà il suo dovere e affogherà costui nel proprio sonno…” Ma nella mia pietà sorgeva in me un contrasto nuovo e inatteso. Perché solo gli imperi forti tagliano la testa alle sentinelle addormentate, ma quegli imperi che delegano delle sentinelle soltanto per dormire non hanno più alcun diritto di tagliare le teste.

 

Prima l’impero deve essere forte

Prima deve essere vivo e palpitante fra noi il senso del nodo divino che unisce le cose, altrimenti nulla sembra mutato, ma tutto è mutato. Occorre prima fondare l’amore e poi si fonderà il resto da solo..

    Perché è importante comprendere bene il rigore. Non è tagliando le teste delle sentinelle addormentate che si risvegliano gli imperi, è quando gli imperi sono forti che si taglia la testa alle sentinelle addormentate. Ma anche qui tu confondi l’effetto con la causa. Vedendo che gli imperi forti tagliano le teste, vuoi creare la tua forza tagliandole, e non sei che un buffone sanguinario. Fonda l’amore, fonderai la vigilanza delle sentinelle e la condanna di quelle che dormono poiché esse si sono staccate da sole dall’impero. Tu, per dominarti, non hai che la disciplina che ti viene dal caporale, il quale ti sorveglia. E i caporali, se dubitano di sé, non hanno altra disciplina che quella proveniente dai loro sergenti, i quali li sorvegliano. E i sergenti quella dei capitani che li sorvegliano. E così via fino a me che non ho più che Dio per governarmi e rimango, se dubito, in balia di me stesso nel deserto. Ma io ti voglio rivelare un segreto, quello della solidità interiore. Perché se dormi la tua vita è sospesa. Ma è anche sospesa quando nel tuo cuore avvengono queste eclissi che sono la causa segreta della tra debolezza. Nulla è mutato intorno a te, ma in te stesso tutto è mutato. Come puoi essere fedele quando non c’è più nessuno per ricevere? So che tu non dormiresti se vegliassi qualche ammalato a te caro. Ma è svanito quello che avresti potuto amare ed è diventato un cumulo di materiali sparsi, perché  si è sciolto il nodo divino che lega le cose.

 

A volte il senso delle cose può dormire ma occorre rimanere fedeli

Ma almeno ci sia una sentinella, che tiene vivo il senso dell’attesa, dell’apertura al tutto, un’anima sensibile al nodo divino che unisce le cose.. Perché sempre di nuovo tutto questo possa palpitare in tutti e la città torni a vivere..

    Ma io ti voglio fedele a te stesso poiché so che tu ritornerai. Non ti chiedo di capire e di commuoverti ad ogni momento, poiché so che anche l’amore più esaltato è costituito da tante traversate di deserti interiori. Quello che ti manca a volte, o dorme in te, è il potere di essere allettato e quindi di scoprire – il che significa anche amare e conoscere – i nodi divini che legano le cose. Quando le mie sentinelle fanno la ronda, io non pretendo che tutte siano ferventi. Molte si annoiano e pensano al rancio, poiché se tutte le divinità dormono in te, ti resta pur sempre il richiamo animalesco della soddisfazione del ventre, e chi s’annoia pensa a mangiare. Io non pretendo che tutte le loro anime siano deste. Perché dico anima quella parte di te che comunica con il tutto, nodo divino che lega le cose e che se ne infischia dei muri. Ma voglio semplicemente di tanto in tanto che una delle loro anime arda. Che ce ne sia una il cui cuore palpiti. Che ce ne sia una che conosce l’amore della città. Una che si senta vasta, che respiri le stelle e racchiuda l’orizzonte come quelle conchiglie piene del mormorio del mare. Ti ritornerà, se sei scultore, il senso del volto. Ti ritornerà, se sei sacerdote, il senso di Dio, ti ritornerà, se sei innamorato, il senso dell’amore, ti ritornerà, se sei sentinella, il senso dell’impero. Perciò io ti costruisco così attraverso tristi ore di studio, affinché il poema, come per miracolo, ti possa infiammare, e attraverso i riti e le usanze dell’impero affinché questo impero possa conquistare il tuo cuore.

 

Fedele a te stesso

Al di là di ogni senso e di ogni corrispondenza, la sentinella deve essere fedele a se stessa, alla consegna che ha ricevuto, capace di mantenere il senso e il significato di quello che dorme..

    Perché non esiste dono che tu non abbia preparato. E la visita non giunge se non si è costruita una casa per riceverla. Sentinella, sentinella, è camminando lungo i bastioni nel tormento del dubbio proveniente dalle notti calde, è ascoltando i rumori della città quando la città non ti parla, è sorvegliando le dimore degli uomini quando sono una sola macchia scura, è respirando il deserto intorno quando non c’è che vuoto, è sforzandoti di amare senza amare, di credere senza credere, di essere fedele quando non sai più a chi devi essere fedele che prepari in te la luce della sentinella, luce che talvolta giungerà come una ricompensa e un dono dell’amore. Essere fedele a te stesso non è difficile quando sai a chi essere fedele, ma io voglio che il tuo ricordo costituisca un richiamo continuo e che tu dica: ‘Fa’ che la mia casa sia visitata. L’ho costruita e la mantengo pura..’.

    Perché essere fedele significa essere fedele a se stesso. Ed io voglio salvare non solo te, ma anche i tuoi  compagni. Da te voglio ottenere quella solidità interiore che possiede un’anima ben edificata. Perché io non distruggo la mia casa quando me ne allontano né brucio le mie rose se smetto di guardarle. Esse rimangono disponibili per un nuovo sguardo che ben presto le farà fiorire. Invierò perciò le mie guardie ed arrestarti. Tu sarai condannata a quella morte che meritano le sentinelle addormentate. Puoi ancora riprenderti e sperare di divenire, attraverso l’esempio del tuo supplizio, colui che vigila sulle sentinelle.

 

Costrizione che aiuta

Il rigore dell’imperatore salva la città e i suoi uomini dalla disgregazione: costringendoli a incarnare dei ruoli, fa di loro degli esseri che “abitano” un preciso universo..

    La mia costrizione ti può aiutare. Io obbligo i miei sacerdoti al sacrificio anche se questi sacrifici non hanno più alcun senso. Obbligo i miei scultori a scolpire anche se dubitano di se stessi. Obbligo le mie sentinelle a camminare su e giù, pena la morte, altrimenti eccole già morte, staccate dall’impero. Io le salvo con il mio rigore. Ma tu, sentinella addormentata, non perché hai abbandonato la città, ma perché la città ti ha abbandonata, davanti al tuo volto pallido di fanciullo mi sento inquieto per l’impero se esso non può risvegliare le mie sentinelle. Sentinella, sentinella, il tuo potere non conosce limiti quando Dio t’infonde nell’anima la luce delle sentinelle, quello sguardo sulla vastità alla quale hai diritto. Non m’importa se talvolta sei come quel tale che  pensa al rancio borbottando mentre è di guardia. È bene che tu dorma ed è bene che tu dimentichi. Ma è pericoloso se, dimenticando, lasci crollare la tua dimora.

 

Amo le cose minacciate perché valide

La caduta di qualcuno fonda il valore degli altri..

    Sappi che non amo invano quello che è minacciato. Infatti non ci si deve lamentare se le cose preziose sono in pericolo poiché proprio questo è una condizione della loro qualità. Mi piace l’amico fedele nelle tentazioni. Perché se non c’è tentazione non c’è fedeltà e io non avrei alcun amico. Accetto che qualcuno cada per determinare il valore degli altri. Mi piace il soldato coraggioso che sta in piedi sotto il fuoco nemico. Perché se manca il coraggio non ho più soldati. E accetto che qualcuno muoia se con la sua morte fonda la nobiltà degli altri. Se tu mi rechi un tesoro, lo voglio così fragile che il vento me lo possa sciupare. Mi piace che il giovane viso sia minacciato dalla vecchiaia e che una mia sola parola possa mutare facilmente il sorriso in pianto.

 

Soluzione alla contraddizione: conquista e costrizione

L’ideale sarebbe quello di arrivare a conquistare le persone, conquistare il loro cuore. Poco serve la violenza che porta alla morte e alla sopraffazione, perché essa perde le persone e le depone nella morte.. Più che costringere occorre convertire, arricchendo il cuore con nuovi e diversi valori..

    Fu allora che trovai la soluzione della contraddizione sulla quale avevo tanto riflettuto. Perché mi torturava questo  contrasto crudele quando io, il re, mi chinavo sulla sentinella addormentata: Prendere un bambino nei suoi sogni beati per deporlo così com’era nella morte, stupefatto, durante la breve attesa, di dover soffrire per via degli uomini. Infatti la sentinella si svegliò davanti a me, si passò la mano sulla fronte e poi, non avendomi riconosciuto, offrì il suo volto alle stelle emettendo un lieve sospiro dovendo riprendere sulle proprie spalle il peso delle armi. Fu allora che compresi che un’anima simile doveva essere conquistata. Accanto a lui, io, suo re, mi voltavo a guardare la città; in apparenza era la stessa città che vedeva lui, eppure non era la stessa. Pensavo: “In questa scena patetica alla quale assisto non è vi è niente da spiegare. Il solo modo di procedere che abbia un senso è quello di convertirlo e di imprimergli nel cuore non le cose che vede poiché, come me, egli le guarda, le respira, le valuta e le possiede, ma il volto che traspare da esse, il nodo divino che lega le cose”. E compresi che bisognava anzitutto distinguere la conquista dalla costrizione.

    Conquistare significa convertire. Costringere significa imprigionare. Se io ti conquisto, libero un uomo. Se ti costringo, lo schiaccio. La conquista è una costrizione di te stesso in te e attraverso te. La costrizione è come un mucchio di pietre  allineate e tutte uguali, che non daranno vita a nulla. Ho compreso così che tutti gli uomini erano da conquistare. Conquistare significa costruirti un’armatura e infonderti nel cuore abbondanti provviste. Perché ci sono dei laghi per dissetarti se qualcuno ti indica la strada. Io installerò le mie divinità in te affinché ti illuminino”.

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32. I BALUARDI DELLA CITTADELLA

 

    Nel sole del mattino si stagliavano contro il cielo i bastioni della cittadella. Erano una garanzia per la città, immagine di fortezza, limiti sicuri per uno scrigno che conteneva vita.. E io dicevo all’imperatore: “Maestosi e belli quei bastioni..”

 

Baluardo vero è la vita (la religione)

Nessuno può in definitiva essere costretto a niente: se conquisti qualcuno è perché lo conquisti dentro, con qualcosa che si regge da sé, non che è imposto! La cittadella è come una religione: la sua forza deve riposare anzitutto al suo interno, nella sua stessa vita, nel suo stesso fervore..

    Ma egli rispose: “Pensavo: Così dunque non esistono baluardi. Se quelli che ho costruito sono al servizio del mio potere diventano effetti del mio potere. Se servono la mia solidità sono effetti della mia solidità. Ma tu non chiami baluardo la guaina del caimano morto. Quando senti i fautori di una religione lamentarsi degli uomini che non si lasciano conquistare, non hai che da ridere.

    La religione deve assorbire gli uomini, non gli uomini sottomettersi alla religione. Tu non rimproveri alla terra di non formare il cedro. Tu credi che quelli che vanno predicando una nuova religione la propaghino nel mondo e vi attraggano gli uomini con i loro schiamazzi, le loro prediche e i loro solenni discorsi. Ma io ho ascoltato troppo gli uomini per non capire il significato del linguaggio. Il linguaggio ha un significato, se trasporta dall’altro in te qualcosa di valido, un nuovo punto di vista che cerca di sostenersi da solo. Ci sono parole che getti come semi, i quali hanno il potere di assorbire la terra e di trasformarla in cedro. È chiaro che avresti potuto seminare l’olivo e trasformare la terra in olivo. L’uno o l’altro prospererà, moltiplicandosi per se stesso. Certo, nel cedro che cresce sentirai il vento mormorare sempre più forte. Se la razza delle iene si moltiplica sentirai l’ululato sempre più forte delle iene riempire la notte. Oserai forse dirmi che è il mormorio del vento tra le foglie del cedro che assorbe i succhi della terra o il magico ululato delle iene che trasforma in iena la carne delle gazzelle selvatiche? La carne delle iene è attinta dalla carne delle gazzelle, il legno del cedro è attinto dai succhi del pietrame. I fedeli della tua nuova religione vengono reclutati tra gli infedeli. Però nessuno, mai, è determinato dal linguaggio se il linguaggio non ha il potere di assorbire. Tu assorbi quando ti esprimi. Se io ti esprimo tu mi appartieni. Divieni in me, necessariamente, poiché il tuo linguaggio ormai sono io stesso. Perciò ti dico che il cedro è il linguaggio del pietrame poiché attraverso il cedro il pietrame si trasforma in mormorio dei venti. Ma chi se non io ti propone un albero nel quale divenire?

 

Uomo iceberg

Come l’iceberg, ogni uomo ha la maggior parte di sé come sommersa e bisognosa di significato. Il vero baluardo è il seme che ha la forza di divenire vita, il vero baluardo è la vita che si espande e illumina e dà senso anche alla parte sommersa..

    L’azione dell’uomo non cercavo dunque di spiegarla con i concetti o i moventi o con i procedimenti della ragione, ma con il potere informulabile delle strutture nuove e feconde, come avviene per quel volto di pietra che hai guardato e che ti trasforma. La parola magica non è quella che si rivolge alla piccola parte illuminata dell’uomo. Perché l’uomo è come l’iceberg e corre verso qualcuno che formula quello che in lui finora è stato nascosto e inesprimibile. Il mio baluardo è il potere che raccoglie le provviste sotterranee e le mette in luce. Il mio baluardo è il seme che ti propongo e che metterà ordine nei tuoi bisogni disordinati. È la forma del tronco e dei rami. Quanto più l’albero sarà resistente, tanto meglio assimilerà i succhi della terra. L’impero sarà più duraturo se assimilerà meglio quello che tu offri. Vani sono i baluardi di pietra quando non sono più che squame di un morto.

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33. RADICI

 

Appartenenza e accoglienza nelle radici

Siamo grovigli di relazioni: solo nei rapporti noi esistiamo. Non possiamo giudicare quello cui apparteniamo: la nostra famiglia, la nostra città, il nostro popolo, come un padre non deve giudicare il proprio figlio. Perché le radici sono comuni e la linfa vitale è comune, e il peccato e il merito di uno sono di tutti..

    Ti istruirò dunque sul tradimento. Perché tu sei un groviglio di relazioni e nient’altro. Tu esisti attraverso i tuoi rapporti  e i tuoi rapporti esistono attraverso te. Il tempio esiste attraverso ciascuna pietra. Se tu togli questa pietra esso crolla. Tu fai parte di un tempio, di una proprietà, di un impero. Essi esistono attraverso te. Non spetta a te giudicare, come può giudicare un estraneo, dal di fuori, quello di cui fai parte. Quando giudichi, giudichi te stesso. Questo è il tuo fardello, ma anche la tua esaltazione. Io disprezzo quel padre che denigra il figlio  che ha peccato. Il figlio gli appartiene. È necessario che lo rimproveri e lo condanni – punendo così se stesso se l’ama – e che gli dica il fatto suo, non che vada a lamentarsi di lui di casa in casa. Perché così facendo, se cessa di essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti. Io ho sempre creduto poveri coloro che non sapevano più con chi fossero solidali. Ho sempre osservato che essi cercavano una loro religione, un loro gruppo, un loro senso, e che facevano la questua per essere accolti.

 

Essere solidali

La solidarietà è la via concreta all’amore e all’appartenenza. Non si vive di idee, ma di idee incarnate. Dio stesso non lo si può percepire nelle parole, ma nella fedeltà quotidiana e concreta a lui, alle sue leggi, a quello che lui chiede.

    Ma non incontravano che un’accoglienza apparente. Non c’è accoglienza vera se non nelle radici. Perché tu chiedi di essere ben piantato, stracarico di diritti e di doveri, e responsabile. Ma non ti assumi l’impegno di essere un uomo nella vita così come ti assumi l’impegno di essere muratore in un cantiere ingaggiato da un aguzzino. Eccoti vuoto se diventi un disertore. Mi piace quel padre, che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato, si mette in lutto e fa penitenza. Perché il figlio gli appartiene. Ma siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà. Non conosco alcuna strada avente un’unica direzione. Se rifiuti di essere responsabile delle disfatte, non potrai esserlo delle vittorie. Se tu l’ami, la donna della tua casa, tua moglie, ed essa pecca, non andare a mischiarti alla folla per giudicarla. Essa ti appartiene e in primo luogo giudicherai te stesso perché sei responsabile per lei. Il tuo paese ha sbagliato? Io esigo che tu giudichi te stesso: tu sei di quel paese. Quelli che cessano di essere solidali con la propria moglie aizzano gli estranei: “Guardate quel marciume, non mi appartiene più”. Ma non esiste nulla con cui siano solidali. Costoro ti diranno di essere solidali con gli uomini o con la virtù o con Dio.

    Ma queste non sono che parole vuote, se non rappresentano un intreccio di legami. Dio discende fino alla casa per trasformarsi in casa. E per l’umile sacrestano che accende i ceri, Dio è il dovere di accendere i ceri. E per chi è solidale con gli uomini, l’uomo non è una semplice parola del suo vocabolario; gli uomini sono coloro dei quali egli è responsabile. È troppo comodo evadere e preferire Dio all’accensione dei ceri. Però io non conosco l’uomo, ma degli uomini. Non conosco la libertà, ma degli uomini liberi; non conosco la bellezza, ma delle cose belle; non conosco Dio, ma il fervore dei ceri. Quelli che inseguono l’essenza non come una nascita, rivelano soltanto la loro vanità e il vuoto dei loro cuori. Essi non vivranno, poiché  non si vive né si muore per delle parole. Chi si separa dal marciume dei suoi sarà incensato, creerà la sua gloria con la gloria altrui, ma sarà solo, come il vanitoso o come il morto. E invece puoi andare incontro alla morte per far rispettare i tuoi in te, ma non rinnegarli perché allora rinnegherai te stesso.

 

Far maturare dal di dentro, senza giudicare o abbandonare

Non si tratta di rifiutare, ma di far maturare, di far crescere e soprattutto di accettare prima di tutto quelle persone e quelle cose, e quella città che sono tuoi e che sono la trama quotidiana e concreta del tuo amore..

    Il tuo albero è cresciuto bene o male. Ma non tutti i suoi frutti ti piacciono, anche se ce ne sono di belli. È troppo comodo vantarti di quelli belli e rinnegare gli altri. Sii orgoglioso di tutto ciò che è bello. Ma se il brutto ha il sopravvento, taci. Sei tu che devi penetrare nel tronco e dire: “Che devo fare per guarire questo tronco?”. È l’essenza di te che commette il male. Il tuo errore è di distinguere. Non puoi rifiutare nulla. Tu stai male qui. Ma è il tuo posto. Io rinnego colui che rinnega la moglie, ovvero la sua città o il suo paese. Sei scontento di loro? Tu ne fai parte. In loro rappresenti ciò che propende verso il bene. Devi trascinare il resto. Non giudicarli dall’esterno. Perché ci sono due giudizi. Quello che fai da solo, da parte tua, come giudice. E quello su te. Non si tratta di costruire un termitaio. Se tu rinneghi una casa, rinneghi tutte le case. Se rinneghi una donna, rinneghi l’amore. Potrai abbandonare quella donna, ma non troverai l’amore.

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34. CAMMINO

 

    “Alzati, andiamo..” l’imperatore si era alzato quasi di scatto e aveva già fatto qualche passo in una direzione. Non mi disse nulla su dove voleva andare, anche perché si era subito fermato, pensieroso. E poi mi disse:

 

L’importante è andare avanti: divenire attraverso i contrasti

La sofferenza accettata accresce. Siccome il senso è solo nell’andare, nel crescere, nel divenire, chi si ferma è già morto, chi evita i contrasti già non è più. Non siamo fatti per il riposo, ma per divenire, attraverso la lotta, percependo e vivendo il nodo divino che unisce le cose..

    “L’importante è di andare avanti poiché solo questo conta e non la meta che è un’illusione del viandante quando cammina da una vetta all’altra, come se la meta raggiunta avesse un senso. Allo stesso modo non esiste progresso se non accetti la realtà dalla quale parti continuamente. Io non credo nel riposo. Perché quando uno è tormentato da un dubbio, non gli conviene cercare una pace precaria e sterile accettando uno dei due elementi del contrasto.

    Che cosa ci guadagnerebbe il cedro a evitare il vento? Il vento lo sconquassa ma lo rafforza. Sarebbe veramente saggio colui che sapesse distinguere il bene dal male. Tu cerchi di dare un senso alla vita quando dare un senso alla vita significa innanzi tutto divenire se stesso, e non raggiungere quella pace miserabile procurata dalla dimenticanza dei contrasti. Se qualcosa ti si oppone e ti strazia, lascia crescere, ciò significa che metti le radici e ti trasformi. Benedetto il tuo tormento che ti fa nascere: poiché nell’evidenza non si dimostra e non si raggiunge nessuna verità. Quelle che ti vengono proposte non sono che un facile accomodamento, e simili a sonniferi. Io disprezzo quelli che diventano come bruti per dimenticare, oppure, per comodità, soffocano una loro segreta aspirazione per vivere in pace. Sappi che ogni contraddizione insoluta, ogni contrasto inevitabile ti obbliga a crescere per assorbirlo, e nel groviglio delle tue radici assorbi la terra senza volto, con le sue selci e il suo humus, e edifichi un cedro alla gloria di Dio. Solo quella colonna di tempio che è sorta attraverso venti generazioni di usura contro gli uomini ha raggiunto la perfezione. Anche tu se vuoi diventare grande devi lottare fino allo spasimo contro i tuoi contrasti: essi conducono innanzitutto a Dio. È la sola via che esista. Ed è per questo che la sofferenza accettata ti accresce. Ma ci sono alberi deboli che la tempesta di sabbia non può plasmare. Ci sono uomini fiacchi, incapaci di superarsi. Di una felicità mediocre fanno la loro felicità, dopo aver soffocato la parte migliore di sé. Essi si fermano in una locanda per tutta la vita. Si coprono d’infamia. Non m’importa di ciò che fanno costoro, non m’importa se vivono. Essi chiamano felicità il marcire sulle loro misere provviste. Rifiutano di avere dei nemici al di fuori di sé e dentro di sé. Rinunciano ad ascoltare la voce di Dio che è necessità, ricerca e sete indicibile. Non cercano il sole come lo cercano gli alberi nel folto della foresta; essi non lo trovano mai come una provvista abbondante perché l’ombra degli alberi soffoca ogni albero, ma lo inseguono nella loro ascesa, modellati come colonne superbe e lisce, sbucate dal suolo e divenute potenza inseguendo la loro divinità.

 

Dio come fine

Dio non si può raggiungere e insieme è posto come fine, perché il divenire perenne è la nostra vocazione, attraverso i contrasti, di cui non dobbiamo aver paura, ma la forza di superarli..

    Dio  non si può raggiungere ma è posto come fine e l’uomo si edifica nello spazio come un albero. Ecco perché devi disprezzare i giudizi della moltitudine. Perché costoro ti riconducono a te stesso e t’impediscono di crescere. Essi chiamano errore il contrario della verità, i tuoi contrasti diventano semplici per loro e li respingono come inaccettabili, poiché frutti dell’errore, e fermenti della tua ascesa.

 

Non stare a sentire la moltitudine, non ti fermare

La gente ti vuole fermo, felice come animale da ingrasso a consumare le tue provviste. Ma la vita è andare avanti, continuare la marcia verso Dio, verso l’eternità..

    Ti desiderano perciò isolato nelle tue provviste e parassita, saccheggiatore di te stesso. E allora quale bisogno ti spingerebbe a cercare Dio, a comporre il tuo cantico e a salire ancora più in alto per vedere distendersi ai tuoi piedi il paesaggio montano divenuto caotico, o per salvare in te quel sole che non si conquista una volta per sempre ma si cerca ogni giorno? Lasciali parlare. I loro consigli provengono da un animo superficiale che ti desidera innanzi tutto felice. Essi vogliono concederti troppo presto quella pace che è data soltanto dalla morte, quando le tue provviste ti saranno utili. Perché esse non sono provviste per la vita, ma miele d’api per l’inverno dell’eternità. Se tu mi chiedi: ‘Devo svegliarlo costui o lasciarlo dormire affinché sia felice?’, io ti risponderò che non so nulla della felicità. Ma se apparisse un’aurora boreale, lasceresti forse dormire il tuo amico? Nessuno deve dormire, se può vederla. Evidentemente a costui piace dormire e si sprofonda nel sonno: però strappalo alla sua felicità e gettalo fuori dal letto, affinché possa divenire”.

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35. LA MONTAGNA

 

    Il principe, detto questo, tacque e riprese a camminare. “Andiamo sulla montagna” aggiunse dopo qualche minuto fatto di passi vigorosi e di silenzio tra noi. Salimmo su un sentiero sinuoso che si iscriveva sui fianchi della montagna, sempre in silenzio. Tanti pensieri affollarono la mia mente. Dopo circa mezz’ora si fermò e mi invitò a sedere su due grossi massi posti ai lati del sentiero. E disse:

 

La montagna: guardare le cose dall’alto

Guardate da vicino, le cose sono materiali sparsi, senza significato: da lontano si può vedere la nave o il tempio nella loro unità. Dobbiamo lasciarci guidare dall’amore, dalla fede e dal desiderio, perché lì abita l’assoluto..

    “Quello che conta è soltanto l’assoluto che proviene dalla fede, dal fervore o dal desiderio. Perché una sola è la rotta della nave, ma vi collabora anche colui che affila lo scalpello, che lava gli assi del ponte con acqua insaponata, che si arrampica sull’albero o unge con olio la carrucola. Ora tutto questo disordine vi affligge poiché secondo voi se gli uomini si sottoponessero agli stessi gesti e tirassero tutti da una parte ci guadagnerebbero in potenza. Ma io rispondo: la chiave di volta, quando si tratta dell’uomo, non si trova nelle tracce visibili. Occorre innalzarsi per scoprirla. Occorre salire sulla montagna.

    Da vicino osservi solo del materiale sparso e uomini che seguono interessi diversi, ma da lontano vedi solo una nave pronta a veleggiare sul mare. Costruire una nave non significa tessere le tele, fucinare i chiodi, osservare gli astri, ma infondere il gusto del mare e l’amore della rotta, che è unico e alla luce del quale non esiste più nulla di contraddittorio, ma soltanto una comunità d’amore. Perciò io collaboro sempre, aprendo le braccia ai miei nemici,ragion affinché mi accrescano, poiché so che esiste un’altezza dalla quale il combattimento mi apparirebbe simile all’amore. Non venitemi a rimproverare di aver accettato il disordine e l’indisciplina, poiché l’unica disciplina che io riconosca è quella imposta dal cuore.

 

La disciplina

L’ordine vero deve essere profondo e scaturire dalla vita, non un ordine superficiale e imposto: l’ordine è il tempio, non le pietre allineate..

    Poiché si sbaglia colui che crea un ordine superficiale, poiché non sa guardare le cose da una certa altezza per poter scoprire il tempio, la nave o l’amore, e invece di un ordine vero fonda una disciplina poliziesca secondo la quale tutti tirano nella medesima direzione e fanno il medesimo passo. Poiché se tutti i tuoi sudditi si rassomigliano non hai raggiunto l’unità, perché mille colonne identiche creano soltanto un banale effetto di specchi e non un tempio. Se tu volessi agire in modo perfetto, dovresti prendere quei tuoi mille sudditi e massacrarli tutti, tranne uno. L’ordine vero è il tempio: movimento del cuore dell’architetto che coordina come una radice materiali diversi e che richiede per essere uno, duraturo e grandioso, questa stessa diversità. Non ti devi scandalizzare per il fatto che uno differisce dall’altro, che le aspirazioni di uno contrastano con le aspirazioni dell’altro, che il linguaggio di uno non è il linguaggio di un altro. Tu costruttore edificherai un tempio più grandioso che sarà la loro comune misura. Però io dico che è cieco quel tale che pensa di creare quando abbatte la cattedrale e allinea le pietre per ordine di grandezza.

 

La città dal monte, di là dal fiume, nel tempio: punti diversi, verità diverse, una verità. Ciò che conta è accogliersi

Ogni punto di vista diverso fonda una verità diversa, un punto di vista diverso, non più vero o più giusto di un altro, semplicemente diverso.. Ogni punto di vista ci arricchisce se ci accogliamo nella diversità, che però è unità nell’unica vita che pulsa dentro di noi e tra di noi, che è il nodo divino che unisce le cose.. Non lasciamoci ingannare dai ragionamenti che sembrano diversi, ma non lo sono..

    Per mostrarmi la città, talvolta mi conducevano sulla cima di questo monte. ‘Guardala, la nostra roccaforte!’, mi dicevano. Ed io ammiravo la disposizione delle vie e la forma dei suoi bastioni.

     ‘Ecco – dicevo – l’alveare ove dormono le api. Alle prime luci del giorno esse si spargono nella pianura e succhiano le sue provviste. Gli uomini coltivano e raccolgono nello stesso modo. E le lunghe file di asinelli portano verso i granai, i mercati e i magazzini  il frutto del lavoro della giornata…La roccaforte sparge i suoi uomini all’alba, poi li accoglie in sé con i loro carichi e le loro provviste per l’inverno. L’uomo è colui che produce e consuma. Così io lo favorirò studiando innanzi tutto i suoi problemi e amministrando il formicaio’.

    Ma altri per mostrarmi la città mi facevano traversare il fiume per poterla ammirare dall’altra sponda. Scorgevo perciò di profilo, nello splendore crepuscolare, le sue case, alcune più alte, altre più basse, alcune piccole, altre grandi, e la cuspide dei minareti che urtava come un albero maestro contro la massa dei vapori purpurei. La città mi appariva come una flotta che sta per salpare. La verità della città non era più un ordine stabile e una verità di geometra, ma un assalto dell’uomo alla terra durante la sua movimentata crociera. ‘Ecco – dicevo – ecco suscitato l’orgoglio della conquista. A capo delle mie cittadelle metterò dei capitani poiché l’uomo trae le sue gioie soprattutto dalla creazione e dal  forte gusto dell’avventura e dalla vittoria’. E tutto ciò non era né più vero né meno vero ma diverso. Alcuni, però per farmi ammirare la loro città mi trascinavano dentro i bastioni e mi conducevano in primo luogo al tempio.

    Allora meditavo. E la mia meditazione mi pareva più importante del nutrimento o della conquista. Infatti mi ero nutrito per vivere, avevo vissuto per conquistare, e avevo conquistato per ritornare a meditare e sentirmi il cuore più vasto in quel silenzio di pace. ‘Ecco – dicevo – la verità dell’uomo. Egli esiste solo per mezzo dell’anima. A capo della mia cittadella metterò dei poeti e dei sacerdoti. Ed essi faranno schiudere il cuore degli uomini’. E tutto ciò non era né più vero né meno vero, ma diverso… Ed ora nella mia saggezza, se adopero la parola “città”, non me ne servo per ragionare, ma soltanto per specificare tutto quello che essa offra al mio cuore e che l’esperienza mi ha insegnato, come la solitudine delle sue viuzze, la spartizione del pane nelle sue case, la sua bellezza che si profila nella pianura, il suo ordine ammirato dall’alto dei monti, e ancora molte altre cose che non so dire e alle quali non penso sul momento. Come potrei servirmi della parola “città” per ragionare, quando ciò che è vero sotto un determinato aspetto è falso sotto un altro?

    Io ti sconsiglio la polemica poiché essa non approda a nulla. Prima di polemizzare contro quelli che s’ingannano poiché rifiutano le tue verità in nome delle proprie evidenze, pensa che agendo in tal modo tu rifiuti la loro verità in nome della tua evidenza. Accogli. Prendili per mano e guidali. Devi dire loro: “Avete ragione, saliamo tuttavia la montagna”, e così stabilisci l’ordine ed essi respirano nella vastità che hanno conquistata. Infatti come possono gli uomini rendersi conto delle loro azioni se non hanno faticosamente scalato la montagna nella solitudine per tentare di divenire nel silenzio? È chiaro che solo Dio piò conoscere la forma dell’albero. Un albero si fonda inconsciamente. E solo chi fa il profeta sulla montagna se ne rende conto. Tu ami perché ami. Non esiste alcuna ragione per amare. L’unico rimedio è creare poiché tu fonderai la loro unità soltanto sui movimenti del loro cuore. E quel canto che darai loro sarà una ragione profonda per agire. È per fondare gli uomini che li ho sottomessi all’impero. Non ho asservito gli uomini per fondare l’impero.

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36. IL PROFETA

 

    Mi ricordai di quel profeta dallo sguardo duro e per giunta guercio. Un giorno mi venne a trovare fremente di sdegno. Uno sdegno sinistro:  ‘Occorre sterminarli’, mi disse. Io capii che aveva il gusto della perfezione, poiché solo la morte è perfetta. ‘Essi peccano’, disse.

 

Egli ha la sua ragione nella lotta contro il male

Non è vero che il profeta vuole il trionfo del bene, perché noi siamo fondati e resi vivi dal contrasto con ciò che ci è nemico. Senza contrasti saremmo solo bestiame da ingrasso.

    Io tacevo. Vedevo dinanzi a me quell’anima temprata come una spada. Ma pensavo: ‘Costui esiste contro il male. Non esiste se non attraverso il male. Che cosa sarebbe dunque senza il male?’ ‘Che cosa desideri per essere felice?’ gli chiesi. ‘Il trionfo del bene’. Mi rendevo conto che egli mentiva, poiché chiamava felicità il lasciare arrugginire la propria spada senza usarla. Scoprivo a poco a poco questa verità, per altro lampante: ‘Chi ama il bene è indulgente verso il male e chi ama la forza è indulgente verso chi è debole. Perché  se le parole si  contraddicono, il bene e il male però si confondono.  I cattivi scultori sono un terreno fertile per i buoni  scultori, la tirannia plasma contro se stessa delle anime fiere e la carestia provoca la spartizione del pane, che è più dolce del pane. Coloro che ordivano complotti contro di me, braccati dalle mie guardie, privati della luce nelle loro cantine, familiari d’una morte prossima, sacrificati non a se stessi ma ad altri, avendo accettato il rischio, la miseria e l’ingiustizia per amore della libertà e della giustizia, mi sono sempre sembrati raggianti di bellezza, una bellezza che risplendeva come una gran fiamma sui luoghi del supplizio, per cui non li ho privati della gloria di morire. Che cos’è un diamante, se non è nascosto in un ganga dura da scavare? Che cos’è una spada, se non c’è un nemico? Che cos’è un ritorno, se non vi è alcuna assenza? Che cos’è la fedeltà, se non ci sono tentazioni? Il trionfo del bene è il trionfo del bestiame placido sotto la mangiatoia. Io non faccio assegnamento sopra i sedentari ben  pasciuti. ‘Tu combatti contro il male’, gli dissi ‘e ogni lotta è una danza. Trai il tuo godimento dal piacere di danzare, quindi dal male.

 

Verità diverse, una sola vita: la privazione solo come spinta in avanti

Il profeta ama solo incatenare l’uomo. Invece vale la pena di far fare sacrifici e digiunare e fare penitenza solo per spingere alla condivisione, per far continuare il cammino, per non far fermare gli uomini a verità parziali e secondarie, per spingerli verso l’essenziale. E nel cammino c’è posto anche per chi sbaglia, perché egli fonda chi non sbaglia. Anche chi è imperfetto, se vive del fervore, dà il suo contributo a costruire la nave o il tempio o la cittadella..

    Preferirei che tu danzassi per amore. Vivificare il cedro non significa abbattere l’ulivo né rifiutare l’odore delle rose. Infondi nel cuore di un popolo l’amore per il veliero ed esso assorbirà tutti i fervori del tuo territorio per tramutarli in vele. Ma tu vuoi assistere al sorgere delle vele perseguitando, denunciando e sterminando gli eretici. Ora accade che tutto quanto non è veliero può essere denominato il contrario del veliero, poiché la tua logica ti conduce dove vuoi. E d’epurazione in epurazione sterminerai il tuo popolo, poiché può anche darsi che ognuno di loro ami un’altra cosa. Anzi, distruggerai lo stesso veliero perché il cantico del veliero era divenuto per il chiodaiuolo cantico della chioderia. Perciò costui tu lo imprigionerai e non ci saranno più chiodi per la nave. Così avviene di colui che crede di favorire i grandi scultori sterminando gli scultori mediocri, che nel suo stupido linguaggio fatto di parole vane egli chiama contrari dei primi. Io invece ti dico che vieterai a tuo figlio di scegliere un mestiere che offre così poche probabilità di sopravvivere!’.  ‘Se bene intendo’ proruppe il profeta guercio ‘io dovrei tollerare il vizio!’. ‘Niente affatto. Non hai capito nulla!’. Gli dissi.

    Venne di nuovo a trovarmi quel profeta dallo sguardo duro che covava un furore sacro e che per giunta era guercio. ‘Conviene costringerli al sacrificio’, mi disse. ‘Certo’ gli risposi, ‘perché è bene che si prelevi una parte delle loro ricchezze dalle provviste impoverendoli un poco, ma arricchendoli del significato che allora quelle ricchezze prenderanno. Poiché esse non hanno alcun valore se non compongono un volto’. Ma lui non ascoltava, accecato dall’ira: ‘E’ bene che si immergano nella penitenza’, diceva. ‘Certo’, gli risposi, ‘poiché se mancano di cibo nei giorni di digiuno conosceranno la gioia di digiunare, ovvero diventeranno solidali con quelli che sono  costretti a digiunare o si uniranno a Dio, dominando i loro impulsi o eviteranno di diventare troppo grassi, semplicemente’. Il furore allora lo travolse: ‘Anzitutto è bene che siano puniti’. E io compresi che egli non tollerava l’uomo se non incatenato, privato del pane e della luce in fondo a una prigione.

 

Non estirpare il male ma accrescere il bene

Si tratta di valorizzare, non di bloccare. Ricordiamo la parabola che Gesù disse a proposito del grano e della zizzania seminata in mezzo ad esso: l’importante non è sradicare l’erba cattiva, almeno per ora, ma far crescere ambedue, valorizzando il frumento fino a che non è riposto nel granaio..

     ‘Poiché è necessario estirpare in lui il male’, diceva. ‘Tu rischi di estirpare tutto’, gli dissi. ‘Piuttosto di estirpare il male non è forse preferibile accrescere il bene? E inventare le feste che nobilitino l’uomo? E vestirlo di abiti che lo rendano meno sudicio? E nutrire meglio i suoi figli affinché possano essere nobilitati dall’insegnamento della preghiera senza immergersi nelle sofferenze del loro ventre? Perché non si tratta di porre dei limiti ai beni dovuti all’uomo, ma di salvare i campi di forza che determinano, essi soli, il suo valore, e i volti che parlano alla sua mente e al suo cuore. Quelli che sono in grado di costruire delle barche, li farò navigare e andare a pesca, ma quelli che sono in grado di varare delle navi, farò loro varare delle navi e conquistare il mondo’. ‘Tu dunque desideri corromperli con le ricchezze!’. ‘Tutto quello che è provvista fatta non mi interessa e tu non hai capito nulla’, gli risposi”.

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37. FELICITA’

 

    Si era accalorato nel parlare. Ma ormai si era fatto tardi. “Andiamo giù” mi disse poi, dopo uno di quei lunghi silenzi che sembrano fatti apposta per far decantare il fiume di parole nei meandri del cuore. Scendemmo velocemente dalla montagna e ci immergemmo di nuovo nelle viuzze della cittadella.

 

I vasai che partoriscono la forma

I vasai nel loro lavoro sono un passaggio anch’essi, dall’argilla informe al vaso perfetto. Essi scambiano la loro vita con il vaso che modellano e in quel momento non importa loro null’altro, se non la forma che partoriscono..

    Attraversavamo una zona ricca di laboratori di ceramisti e vasai. E l’imperatore mi parlò della felicità, additandomi i vasai al lavoro: “Perché li ho visti impastare l’argilla. Arriva la moglie e li tocca sulla spalla; è l’ora della cena. Ma essi la rimandano in cucina, presi come sono dal loro lavoro. Poi viene la notte, e, alla luce fioca delle lampade a olio, li ritrovi intenti a cercare nella pasta una forma che non saprebbero definire. Se sono ferventi, si assentano per breve tempo, poiché essa è strettamente legata a loro come un frutto all’albero. Sono come un tronco nel quale scorre la linfa per nutrirlo. Essi non abbandoneranno l’opera fintanto che non si staccherà da sola come un frutto ormai maturo. Mentre essi stanno esaurendosi, che cosa conta per loro il denaro guadagnato o gli onori o lo scopo finale dell’oggetto? Mentre sono intenti al lavoro, non lavorano mai per i mercanti né per se stessi, ma per il vaso di terracotta dal manico ricurvo.

 

Vivere per qualcosa

Felicità è avere una direzione, collaborare a costruire qualcosa che parta per il futuro, è collaborare insieme alla vita, alla costruzione del tempio o della nave..

    Essi vegliano per una forma che a poco a poco li soddisfa intimamente, così come la donna sente nascere in sé l’amore materno appena il bambino plasmato si agita nel suo seno. Ma se io vi riunisco per sottomettervi tutti insieme a quella grande urna che costruisco nel cuore delle cittadelle perché esse siano, al tempio pieno di silenzio, allora è bene che la sua erezione vi commuova e che voi lo possiate amare. È bene che io vi obblighi a costruire lo scafo, i ponti e l’alberatura di un veliero che solcherà il mare, e poi un bel giorno, bello come un giorno di nozze, ve lo faccia ornare di vele e offrire al mare. Allora il frastuono dei vostri martelli sarà un cantico, il vostro sudore e le vostre fatiche saranno fervore. E il varo della vostra nave sarà un atto miracoloso, poiché avrete infiorato le acque.

 

Non la felicità, ma uomini felici: perché ognuno ha la sua felicità

La felicità non è qualcosa di uguale per tutti: non si può imprigionare il vento. E così non si può imprigionare la vita che va. La felicità o l’infelicità è nel cuore dell’esperienza di ognuno.

    Un giorno venne un tale che contraddisse mio padre: ‘La felicità degli uomini..’, diceva. Mio padre lo interruppe: ‘Non pronunciare questa parola da me. Io assaporo le parole che hanno un loro peso viscerale, ma butto via le scorze vuote’. ‘Tuttavia’, gli disse l’altro, ‘se tu, capo di un impero, non ti preoccupi per primo della felicità degli uomini..’.

     ‘Io non mi preoccupo’, rispose mio padre, ‘di correre dietro al vento per farne delle provviste, poiché se lo mantengo immobile, il vento non esiste più’. ‘Però’, disse l’altro, ‘se io fossi a capo di un impero, desidererei che gli uomini fossero felici..’. ‘Ah!’ rispose mio padre, ‘ora t’intendo meglio. Le parole che hai detto non sono vuote. Infatti ho conosciuto uomini infelici e uomini felici. Ho conosciuto uomini grassi e magri, malati e sani. Vivi e morti. Anch’io desidero che gli uomini siano felici, così come li desidero vivi anziché morti. Però bisogna pur che le generazioni scompaiano’.  ‘Siamo dunque d’accordo’, esclamò l’altro. ‘No’, disse mio padre. Egli rimase un po’ pensieroso e poi soggiunse: ‘Quando parli di felicità, o parli di un certo stato dell’uomo che è quello di essere felice come di essere sano, e allora non ho alcun potere su questo fervore dei sensi, oppure parli di un oggetto che si può afferrare e che potrei, volendolo, conquistare.

    Ma dov’è questo oggetto? Il tale uomo è felice nella pace, tal altro è felice nella guerra; il tale desidera la solitudine nella quale si esalta, tal altro, per esaltarsi, ha bisogno della grande folla dei giorni di festa; il tale chiede le proprie gioie alle meditazioni della scienza, che dà una risposta agli interrogativi posti, tal altro trova la sua gioia in Dio, nel quale più nessun interrogativo ha senso. Se io volessi parafrasare la felicità, forse ti direi che per il fabbro essa consiste nel fucinare, per il marinaio nel navigare, per il ricco nell’arricchirsi, e così da quello che direi non apprenderesti nulla di nuovo. Eppure talvolta la felicità per il ricco potrebbe essere il navigare, per il fabbro l’arricchirsi e per il marinaio il far niente. In tal modo quel fantasma senza viscere che pretendevi vanamente di afferrare ti sfugge.

 

Felicità, ricompensa e non fine

La felicità accompagna l’essere e l’azione di ogni cosa in cui si esprime pienezza di vita, come la bellezza o il possesso. La felicità viene quando si vive la vita, quando si insegue il significato. Non è uno stato finale, ma un compagno di viaggio, che può venir meno da un momento all’altro..

    Se vuoi comprendere la parola “felicità”, devi considerarla come ricompensa e non come fine, poiché allora non avrebbe alcun significato. Allo stesso modo io so che una cosa è bella, ma rifiuto la bellezza come fine. Hai forse sentito lo scultore dire: “Cerco di trarre dalla pietra qualche cosa che somigli a quello che sento dentro di me. Io non lo so esprimere, se non tagliando la pietra”. Sia che il volto finito sembri vecchio e grave, sia che presenti una maschera deforme, sia che raffiguri una giovane dormiente, se lo scultore è grande, dirai ugualmente che l’opera è bella. Perché nemmeno la bellezza è un fine, ma una ricompensa. Quando poco fa ti ho detto che la felicità per il ricco potrebbe consistere nell’arricchirsi, ti ho mentito. Poiché si tratta della fiammata che coronerà qualche sua conquista; saranno i suoi sforzi e le sue fatiche che troveranno una ricompensa. E se la vita che si stende davanti a lui sembra per un momento inebriante, quest’ebbrezza è simile all’euforia che provi osservando il paesaggio che ti è costato molti sforzi. Se ti dico che la felicità per il ladro consiste  nello stare in agguato sotto le stelle, questo significa che in lui vi è una parte da salvare e una ricompensa per questa parte, poiché egli ha accettato il freddo, il pericolo e la solitudine. L’oro che brama, come ti ho già detto, lo desidera come una trasformazione improvvisa in arcangelo, poiché egli, pesante e vulnerabile, s’immagina che sia provvisto di ali invisibili quel tale che cammina per la città avvolto nelle tenebre stringendosi l’oro al petto. Nel silenzio del mio amore mi sono soffermato a lungo a osservare quelli del mio popolo che mi sembravano felici. E ho sempre pensato che la felicità giungesse loro come la bellezza per la statua, per non essere stata cercata.

 

Occorre costruire il cuore. Per la felicità occorre essere

Perché possa esserci un albero fiorito, occorre che esista un albero. E così deve esistere un uomo, perché possa essere felice..

    Mi è sempre sembrato che la felicità fosse un contrassegno della loro perfezione e della qualità del loro cuore. Soltanto alla donna che può dirti: ‘Mi sento talmente felice’, apri la tua casa per tutta la vita, giacché la felicità è di un cuore ricompensato. Perciò non chiedere a me, capo di un impero, di conquistare la felicità per il mio popolo. Non chiedere a me, scultore, di correre dietro alla bellezza: mi siederò  non sapendo dove correre. La bellezza diviene in tal modo la felicità. Chiedimi soltanto di fabbricare loro un’anima nella quale possa ardere un simile fuoco’.

    Mi tornava in mente quello che mio padre aveva detto un giorno: ‘Per far prosperare un arancio mi servo del concime, del letame, dei colpi di zappa nel terreno e poto anche i rami. E così cresce un albero in grado di portare dei fiori. Io, il giardiniere, rivolto la terra senza preoccuparmi dei fiori né della felicità, poiché affinché un albero sia fiorito occorre anzitutto che sia un albero e affinché un uomo sia felice occorre anzitutto che sia un uomo’. Ma l’altro lo interrogò ancora: ‘Se gli uomini non corrono dietro alla felicità, dietro a che cosa corrono allora?’. ‘Eh!’, disse mio padre, ‘te lo rivelerò più tardi. Però ti faccio anzitutto notare che constatando che la gioia spesso corona lo sforzo e la vittoria, puoi dedurre, come farebbe un logico imbecille, che gli uomini lottavano in vista della felicità. Ed io ti dico che ci sono degli uomini felici, i quali sacrificano la loro felicità per andare a combattere’.  ‘Costoro trovano nel compimento del loro dovere una forma più alta di felicità..’. 

 

Il problema delle parole che si usano

Se si parla della vita a partire dall’osservazione esteriore, da quello che ci appare, spesso le nostre parole non hanno senso o possono avere tanti sensi. Perché la vita supera le parole. E le parole non riescono a rendere conto della vita, che supera le parole da ogni parte. E intanto la vita va, e le parole si contraddicono..

     ‘Io rifiuto di parlare con te se non dai alle parole un significato che possa essere confermato o smentito. Non posso lottare contro questa massa gelatinosa che cambia forma. Poiché se la felicità è sia l’incanto del primo amore che il vomito della morte quando una pallottola nel ventre ti rende il pozzo inaccessibile, come faccio a confrontare le tue affermazioni con la realtà della vita? Non hai affermato nulla se non che gli uomini cercano quello che cercano e inseguono quello che inseguono. Tu non rischi certamente di essere contraddetto e io non so che farmene delle tue verità invulnerabili. Tu parli come un giocoliere. Se rinunci a sostenere la tua stupidaggine, se rinunci a spiegare la partenza degli uomini per la guerra con il gusto della felicità, e se vuoi comunque affermare che la felicità spiega tutto del comportamento dell’uomo, già ti sento dire che le partenze per la guerra si spiegano con atti di pazzia. Ma anche qui esigo che ti comprometta spiegandomi il significato delle parole di cui ti servi. Perché se chiami pazzo, ad esempio, colui che ha la schiuma in bocca e cammina esclusivamente con la testa in giù, avendo osservato che i soldati vanno in guerra camminando con i loro due piedi, non potrò ritenermi soddisfatto. Ma il fatto è che non hai parole per dirmi verso che cosa cercano di andare gli uomini, né verso che cosa ho il dovere di condurli. Ti servi di vasi troppo piccoli, come la pazzia o la felicità, nella vana speranza di rinchiudervi la vita. Come quel bambino che con una paletta e un secchiello davanti all’Atlante, pretendeva di spostare la montagna”.

 

Felicità e cerimoniale

La felicità è il fervore che si vive attuando un cerimoniale preciso, che ci aiuta ad essere. La felicità accompagna la capacità di permanere, di essere, pur andando continuamente lungo la storia e la vita.. La felicità è appartenere. E il cerimoniale fa appartenere..

     ‘Allora istruiscimi’, supplicò l’altro. E mio padre disse: ‘la felicità consiste nell’essere frutto della scelta di un cerimoniale che crea un’anima felice e non una sterile offerta di cose vane. La felicità non è un bene materiale, ma il fervore di un cerimoniale, secondo il quale hai accettato di ordinare i materiali sparsi della tua vita. La felicità è la gioia di contemplare un volto che stai disegnando con il cammino della tua vita’. Ho compreso allora la grande verità della permanenza. Perché tu non hai niente da sperare se nulla dura più di te. Mi ricordo di quella tribù che onorava i propri morti. Le pietre tombali di ogni famiglia accoglievano uno dopo l’altro i morti. Esse erano là e stabilivano questa permanenza. ‘Siete felici?’, avevo chiesto loro, ‘E come non esserlo, dal momento che sappiamo dove andremo a riposare? ..’.”

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38. SERA

 

    Si era fatto di nuovo sera. E dal terrazzo del palazzo, dove eravamo ritornati, osservavamo attenti la cittadella nel suo fervore serale, quasi nave che andasse verso nuove e sconosciute terre. E un brusio continuo arrivava fino a noi dalle sue vie e dalle sue piazze. E di nuovo l’imperatore mi parlò dell’eredità degli uomini:

 

La vita della città osservata alla sera

E’ un patrimonio vario e meraviglioso che si raccoglie e quasi sembra morto, ma che si vitalizzerà di nuovo nel mattino, un patrimonio di vita e di speranza, di sogni e di illusioni: è la vita di quello sciame di api che sono gli uomini..

    “Ho compreso qualche cosa di estremamente importante sull’eredità degli uomini, eredità che essi si tramandano l’un l’altro di generazione in generazione. Poiché se nel silenzio del mio amore cammino lentamente per la città, guardo quella ragazza che parla al fidanzato e gli sorride un po’ timorosa, o quella donna che attende il ritorno del guerriero, o quest’altra che rampogna la sua serva, o quell’uomo che divide la folla, che si erge nella sua vendetta e prende la difesa del debole, o quest’altro che scolpisce semplicemente un oggetto d’avorio e lo ricomincia e passo passo si avvicina ad una perfezione che è in lui. Osservo la mia città quando si addormenta e fa quel rumore che va morendo come un suono di cembalo, suono che echeggia ancora e si spegne come se il sole avesse agitato le sue corde, così come agita uno sciame di api finché giunge la sera che affatica le loro ali e rinchiude nelle corolle il profumo dei fiori ed allora non c’è più nessuna scia nell’aria per guidarle. Quando vedo spegnersi quelle luci ed estinguersi sotto la cenere tutti quei fuochi, avendo ognuno ritirato i propri beni – chi la messe in fondo ai granai, chi i bambini che giocavano sulla soglia, chi il cane o l’asino, chi lo scanno del nonno – quando finalmente la mia città riposa tutta raccolta come un fuoco sotto la cenere, e tutte le riflessioni, tutte le preghiere, tutti i progetti, tutti gli slanci, tutti i timori, tutti i movimenti del cuore, buoni o cattivi, tutti i problemi non risolti che attendono una soluzione, tutti i rancori che non potranno nuocere avanti giorno, tutte le ambizioni che resteranno insoddisfatte prima dell’alba, tutte le preghiere che legavano l’uomo a Dio, riservate e inutili come le scale nel magazzino, sono rinviati e come morti, ma non spenti, poiché questo gigantesco patrimonio, che ora non serve a nulla, non va perduto, ma messo da parte e rimandato, e appena il sole agiterà lo sciame, lo restituirà come un’eredità, e ognuno riprenderà la sua ricerca, la sua gioia, il suo dolore, il suo odio o la sua ambizione, e la mia colonia di api ronzerà di nuovo sui fiori di campo e sui gigli, allora io mi  chiederò: che ne sarà di questa messe d’immagini? Se potessi disporre di una umanità ancora inanimata e volessi educarla, istruirla e infonderle tutti questi vari impulsi, mi sembra evidente che il  ponte del linguaggio non sarebbe sufficiente. Certo, noi comunichiamo, però le parole dei nostri libri non racchiudono il patrimonio. Se prendo dei bambini e li oriento e li indirizzo, ciascuno in una direzione  arbitraria, avrò allora perduto una parte dell’eredità. Solo di amore in amore si tramanda questa eredità, perché si tratta di disposizioni interiori, e di punti di vista personali, di resistenze, di slanci, di modi di legare tra di loro le idee e le cose..

 

La vita e i libri

La vita non può essere insegnata tramite i libri, ma tramite il contatto delle generazioni, senza annullare e semplificare le contraddizioni, ma vivendole lungamente. Il cammino dell’umanità è come un albero che cresce, laddove una foglia cade e una gemma nasce e le fronde si muovono al vento, ma il tronco sta saldo e si nutre di linfa vitale..

    E se rompete una sola volta il contatto fra una generazione e l’altra, allora quell’amore verrà a mancare. Ma voi chiedete agli uomini di ricostruire il mondo mediante la semplice lettura del libriccino che non contiene altro che immagini e riflessi inefficaci e vuoti in confronto alla somma di tutte le esperienze. E voi fate dell’uomo una bestia primitiva e inerme poiché avete dimenticato che il cammino dell’umanità è come l’albero che cresce, e continua da un uomo all’altro, come la potenza dell’albero dura attraverso i suoi nodi, le sue torsioni e la divisione dei suoi rami. Io ho da fare con un grande corpo e ignoro ciò che vuol dire morire quando guardo dall’alto della mia cittadella, poiché qua e là cadono delle foglie, qua e là spuntano delle gemme e tuttavia il tronco resiste  solidamente. Ma questi mali particolari non danneggiano l’essenziale e tu vedi quel tempio che continua ad ergersi, quel granaio che  continua a vuotarsi e a riempirsi, quel poema che continua ad abbellirsi e il parapetto curvo della fontana che continua a lustrarsi. Ma se tu separi le generazioni è come se volessi formare di nuovo l’uomo a metà della sua vita e,  dopo aver cancellato in lui tutto quello che sapeva, sentiva, comprendeva, desiderava e temeva, sostituire questa somma di esperienze divenute carne con le aride formule tratte dal libro, avendo soppresso tutta la linfa che saliva attraverso il tronco e trasmettendo agli uomini solo quello che è suscettibile di essere codificato. E poiché la parola falsa la realtà per afferrarla, la semplifica per insegnarla e l’annulla per comprenderla, essi cessano di essere alimentati dalla vita. Ma io dico: è bello favorire nella cittadella la genesi delle dinastie. E hanno confuso la formula che è un’ombra proiettata dal cedro con lo stesso cedro nel suo volume, peso, colore, nidiate d’uccelli e fogliame, che non potrebbero esser espressi e racchiusi nel debole vento di parole. Così mi sembrava che fosse inutile e pericoloso vietare le contraddizioni.

 

L’ordine e la vita

La verità è la vita e l’ordine è l’unità impressa dalla vita nei materiali sparsi: ecco una meravigliosa sintesi del pensiero del principe della cittadella.

    In tal modo rispondevo ai miei generali che mi venivano a parlare dell’ordine e confondevano l’ordine che  è potenza con la disposizione degli oggetti nei musei. Infatti io dico che l’albero è ordine. Ma ordine qui vuol dire unità che domina la diversità. Poiché questo ramo porta il suo nido di uccelli e quest’altro no. Questo ramo sale verso il cielo e quest’altro si piega verso terra. Ma i miei generali sono schiavi dell’immagine delle parate militari e dicono che sono ordinati solo quegli oggetti che non differiscono più gli uni dagli altri. Così, se io li lasciassi fare, perfezionerebbero i libri sacri i quali rivelano un ordine che è sapienza di Dio, ordinando i caratteri che anche agli occhi di un bambino apparirebbero tutti mescolati. Così, le A insieme, le B insieme, le C insieme.., e in tal modo potrebbero disporre di un libro ben ordinato. Un libro per generali. Essi non sanno che due verità possono anche contrapporsi senza contraddirsi. Perché una cosa è contrapporsi e un’altra contraddirsi; io non conosco che una verità, la vita, e non riconosco che un solo ordine, l’unità  quando essa domina i materiali. E poco m’importa che i materiali siano disparati.

 

Ordine come collaborazione di verità diverse

E questa vita che pulsa nelle vene di tutti porta tutti alla collaborazione e alla creazione. Ed è essa a fondare il linguaggio, non il linguaggio a fondare la verità. L’uomo è vivificato dalla divinità che porta in sé.. E la stabilità della vita e il suo permanere è ben diversa dalla fissità inanimata della morte..

     Il mio ordine è l’universale collaborazione di tutti attraverso uno, e questo ordine mi obbliga alla creazione permanente, poiché mi obbliga a fondare quel linguaggio che assorbirà le contraddizioni e che è esso stesso vita. Non si tratta mai di rifiutare per creare l’ordine. Infatti se rifiuto la vita e allineo quelli della mia tribù come pali lungo una strada, l’ordine che ho raggiunto è perfetto. Del pari, se riduco i miei uomini a non essere più che una colonia di termiti. Ma in che cosa le termiti mi potrebbero sedurre? Perché mi piace l’uomo liberato dalla propria religione e vivificato dalle divinità che fondo in lui: casa, proprietà, impero, regno di Dio, affinché possa offrire se stesso in cambio di qualcosa più vasto di lui. E perché dunque non dovrei lasciarli litigare tra di loro, sapendo che il gesto riuscito è fatto di tutti quelli che falliscono il segno, e sapendo che per accrescersi l’uomo deve creare e non ripetere? Poiché allora per lui non si tratta più che di consumare le provviste fatte. Inoltre io so che tutto, anche la forma della carena, deve accrescersi, vivere e trasformarsi, altrimenti essa non è più che una cosa morta, oggetto da museo, o consuetudine. E io distinguo innanzitutto la continuità dalla consuetudine. E distinguo la stabilità dalla morte. Né  la stabilità del cedro né la stabilità dell’impero si fondano sulla loro mancanza di vigore vitale. “Questo è bene – dicono i miei generali – e perciò non cambierà più”. Ma io odio i sedentari e dico morte le città finite.

 

I lamenti della vita nella sera

Lamenti provenienti dal mondo animale, perché le piante non parlano e l’uomo ha imparato a tacere. Lamenti che significano il perpetuarsi della vita stessa..

    Sentivo dei lamenti salire nella sera, mentre dalle pendici della montagna osservavo il mio regno. Questi  lamenti si levavano dal bestiame sistemato nelle stalle, dalle bestie dei campi, del cielo e delle paludi. Poiché soltanto esse testimoniavano della loro presenza nella carovana della vita, in quanto il mondo vegetale non ha alcun linguaggio e l’uomo, vivendo per metà la vita dello spirito, ha imparato a tacere. Infatti quel tale che è roso dal cancro, lo vedi mordersi le labbra e tacere; la sua sofferenza si muta, al di sopra della carne straziata, in albero spirituale che mette fuori i rami e affonda le radici in un mondo che non è materiale, ma spirituale. Ecco perché ti angoscia la sofferenza e ti sovrasta ovunque tu sia.  Sentivo dunque i lamenti della vita. Perché la vita  si perpetuava nelle stalle, nei campi e nelle paludi. Infatti le giovenche che stavano per partorire muggivano nelle stalle e sentivo i fremiti d’amore salire dalle paludi ove le rane gracidavano freneticamente. Sentivo anche le grida della carneficina, poiché pigolava il gallo cedrone ghermito dalla volpe, belava la capretta sacrificata per la tua mensa. E talvolta una fiera faceva tacere la contrada con un solo ruggito, procurandosi così d’un sol colpo un impero di silenzio nel quale ogni essere vivente sudava freddo. Poiché  le fiere sono guidate dall’odore dell’angoscia che impregna il vento. Appena aveva ruggito, tutte le sue vittime brillavano per lui come un fascio di luci. Poi le bestie della terra, del cielo e delle paludi rinvenivano dallo stupore, e riprendevano il lamento di parto, d’amore e di carneficina.

 

La trasmissione della vita di generazione in generazione

La lenta e impegnativa opera di trasmissione della vita, soprattutto dei suoi significati, di generazione in generazione. In questo modo la vita stessa permane e si accresce, nel mutare delle generazioni..

    Pensavo: ‘Ah! Questi sono i rumori del carreggio poiché la vita è tramandata di generazione in generazione, e questa marcia attraverso il tempo è come un pesante carro cigolante’... Fu allora che mi è stato dato di capire qualcosa dell’angoscia degli uomini, giacché anche loro si tramandano emigrando al di fuori di se stessi di generazione in generazione. E giorno e notte queste divisioni, come un lembo di carne che si laceri e si ricomponga, si susseguono inesorabili attraverso le città e le campagne. Ed io sentivo in me, come se avessi una ferita, il travaglio d’una trasformazione lenta e laboriosa. Mi dicevo: ‘Ma questi uomini vivono non nelle cose, ma nel senso delle cose ed è necessario che si tramandino le parole d’ordine. Perciò appena gli è nato un figlio, li vedo intenti a insegnargli a servirsi del loro linguaggio come di un codice segreto, poiché questo linguaggio è la chiave del loro tesoro. E per trasportare in lui questo gruzzolo di meraviglie, gli aprono laboriosamente le strade del carreggio. Perché sono difficili da formulare e pesanti e sottili i racconti che essi devono trasmettere da una generazione all’altra. Certo, è splendido questo villaggio. Certo, è patetica questa casa di villaggio. Ma la nuova generazione, se occupa una casa della quale non sa nulla, se non che essa le serve, che farà in tale deserto? Poiché come bisogna insegnare ai tuoi eredi l’arte della musica affinché  possano dilettarsi a suonare uno strumento a corde, così, perché siano uomini con dei sentimenti umani, bisogna insegnare loro a scorgere sotto la disparatezza delle cose gli aspetti veri della tua casa, della tua proprietà e del tuo impero.

 

Il figlio può essere un barbaro

Senza l’opera di trasmissione dei significati della vita, da una generazione all’altra, le nuove generazioni saranno solo dei barbari accampati nel nostro territorio. Non capiranno, non conserveranno e non trasmetteranno più niente di quello che ha alimentato la vita dei loro avi. E la vita perderà il suo fervore e il suo significato e il collegamento al nodo divino che unisce le cose..

    Se mancherà questo, la nuova generazione si accamperà barbaramente nella città che ti avrà presa. Quale gioia possono procurare a questi barbari i tuoi tesori? Essi non sanno servirsene, poiché non posseggono la chiave del tuo linguaggio. Per quelli che sono emigrati nel regno della morte, questo villaggio era come un’arpa, e i muri, gli alberi, le fontane e le case avevano il loro significato. Ogni albero aveva la sua storia, ogni casa le proprie usanze e ogni muro era diverso per via dei suoi segreti. Quando facevi la tua passeggiata era come se componessi un brano musicale, traendo il suono desiderato da ogni tuo passo. Ma il barbaro accampato nel tuo villaggio non sa farlo vibrare. Egli vi si annoia, e, nell’impossibilità di comprendere, abbatte i tuoi muri e distrugge i tuoi oggetti. Per vendetta contro lo strumento di cui non sa servirsi, vi appicca il fuoco, che lo ripaga almeno con un po’ di luce. Dopo di che si scoraggia e sbadiglia. Poiché è necessario conoscere quello che si brucia, perché la fiamma sia bella. Così la fiamma del cero acceso davanti al tuo Dio. Ma la fiamma stessa della tua casa non dirà nulla al barbaro poiché non è la fiamma di un sacrificio. Perciò l’immagine di una generazione installatasi come un’intrusa nel guscio dell’altra mi ossessionava. E mi sembravano essenziali quei riti che nel mio impero obbligano l’uomo a tramandare o a ricevere la propria eredità. Io ho bisogno di abitanti nel mio impero, non di campeggiatori che non provengono da nessun posto.

 

Necessità di cerimonie

Necessità di gesti e parole che schiudano il significato delle cose, il significato della vita che si vive. Far arrivare a gustare il miele che è il senso delle cose, oltre i caratteri singoli del libro, oltre le singole cose..

    Perciò ti imporrò come essenziali le lunghe cerimonie mediante le quali ricucirò le lacerazioni che si verificano nel mio popolo, affinché nulla della sua eredità vada perduto. È chiaro che l’albero non si preoccupa dei suoi semi. Se il vento glieli strappa e glieli porta via, è bene che sia così. L’insetto non si preoccupa affatto delle sue uova. Il sole le farà schiudere. Tutto quello che essi possiedono sta nella loro carne e si trasmette con la carne. Ma che cosa diventerai se nessuno ti prende per mano per mostrarti le provviste di miele, fatto non di cose, ma del senso delle cose? Certo sono visibili i caratteri del libro, ma io devo assillarti con le mie spiegazioni per offrirti la chiave di quel poema.

 

I funerali

Insegniamo a voltarci spesso indietro perché l’eredità della vita non vada perduta nel trapasso da una generazione a un’altra.. Per questo i funerali devono essere solenni!

    La stessa cosa avviene per i funerali che io voglio solenni. Poiché non si tratta di sistemare un corpo nella terra, ma di raccogliere senza perdere nulla, come da un’urna che si è rotta, il patrimonio di cui il morto era stato il depositario. È difficile salvare tutto. L‘eredità dei morti si raccoglie lentamente. Occorre piangerli a lungo, meditare sulla loro esistenza e celebrare l’anniversario della loro morte.  Devi voltarti indietro molte volte per osservare se non dimentichi nulla.

 

I matrimoni

Per questo l’imperatore vuole cerimonie per ogni momento della vita: perché così la vita si possa comunicare a tutti e tutti collaborino a farla avanzare verso Dio, superando l’abisso tra le generazioni..

    Così  avviene per i matrimoni che preparano gli scricchiolii della nascita. Poiché la casa che vi racchiude diviene cella, granaio e magazzino. Chi può dire quello che essa contiene? L’arte di amare, l’arte di ridere, l’arte di gustare il poema, l’arte di cesellare l’argento, l’arte di piangere e di riflettere, occorrerà raccoglierle per trasmetterle a vostra volta. Il vostro amore lo voglio come una nave da carico che debba superare l’abisso tra una generazione e l’altra e non un concubinaggio per spartire le provviste vane. Così per i riti della nascita poiché si tratta di saldare questa lacerazione. Ecco perché esigo delle cerimonie quando ti sposi, quando partorisci, quando muori, quando ti separi, quando ritorni, quando incominci a costruire, quando incominci ad abitare, quando riponi nel granaio le messi, quando dai l’avvio alla vendemmia, quando incomincia un periodo di pace o di guerra.

 

I figli

Chi genera figli deve trasmettere loro, non tanto le conoscenze e i concetti, ma tutto quello che è essenziale della vita e che non è enunciabile. Di generazione in generazione la vita è un tesoro che non va scialacquato..

    Ecco perché esigo che tu educhi i tuoi figli affinché ti rassomiglino. Poiché non spetta al precettore trasmettere loro un’eredità che non si trova nei manuali. Se altri gli può dare il tuo bagaglio di conoscenze, così come il tuo piccolo bazar di concetti, egli perderà, se staccato da te, tutto quello che non è enunciabile e non si trova nei manuali. Tu li fabbricherai a tua immagine e somiglianza per paura che più tardi essi si trascinino senza entusiasmo in una patria che sarà per loro come un accampamento vuoto, una patria i cui tesori, nell’impossibilità di conoscerne le chiavi, saranno lasciati marcire”.

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39. LA DANZATRICE

 

    Più tardi fui invitato dal principe a partecipare alla sua cena, semplice ma raffinata. Al centro della mensa, fatta a ferro di cavallo, alcune danzatrici danzavano per noi, al suono misterioso e raccolto di strumenti a corda. Ma quella sera il principe era assorto ancora nei pensieri che mi aveva confidato lungo il giorno, e quasi assente da quanto lo circondava si rivolse di nuovo a me:

 

La danzatrice: ella esiste perché resiste

Bella perché capace di permanere anche sotto i colpi di un ferro rovente. Ricca e impenetrabile nello stesso tempo, ella è dura più della pietra..

    “Era veramente bella quella danzatrice che la polizia del mio impero aveva arrestata. Bella e avvolta nel mistero. Mi sembrava che conoscendola si sarebbero conosciute delle riserve di territorio, calme pianure, notti di montagna e traversate di deserto in pieno vento. ‘Essa esiste’, dicevo fra me. Ma sapevo che praticava usanze straniere e che qui lavorava per una causa a me ostile. Tuttavia quando tentarono di rompere il suo silenzio, i miei uomini non strapparono che un malinconico sorriso al suo impenetrabile candore. Io rispetto innanzi tutto quello che nell’uomo resiste al fuoco. Umanità da strapazzo, ebbra di vanità e vanità tu stessa, ti consideri con amorevolezza come se in te esistesse qualcuno. Ma basta un carnefice e un ferro arroventato per farti vomitare tutto, poiché non c’è nulla in te di duraturo.

 

Il ministro traditore e la danzatrice fedele a se stessa

La danzatrice dovrà morire, perché ostile all’impero, ma ella è ricca di quello che porta dentro, dei suoi segreti e non è brutta a vedersi, come lo è il ministro traditore che non ha nulla da difendere se non la sua carne floscia..

    Così quel ministro che dopo aver complottato contro di me per paura mi confessò tutto. E quando ebbe sputato sui suoi complici, gli dissi: ‘Chi ti ha costruito? Perché questo pancione, questa testa alta e questa piega solenne delle labbra? Perché questa fortezza se  dentro non c’è nulla da difendere? L’uomo è colui che porta dentro di sé qualche cosa che lo trascende. Tu cerchi di salvare la tua pelle floscia, i tuoi denti vacillanti, il tuo ventre rigonfio come se fossero essenziali, tradendo quel gene che essi avrebbero dovuto servire e in cui pretendevi di credere! Non sei che un otre pieno di parole vane e volgari..”. Costui,  quando il carnefice gli spezzò le ossa, fu brutto a vedersi e ad ascoltarsi. Ma quella fanciulla, quando la minacciai, abbozzò, davanti a me, un lieve inchino: ‘Mi dispiace molto, mio signore..’. Io la osservavo in silenzio e lei ebbe paura. Perché immaginava che avrebbe dovuto soffrire.  ‘Pensa’, le dissi,  ‘che la tua vita è nelle mie mani..’.  ‘M’inchino davanti al vostro potere, mio signore..’.  Era seria perché portava dentro di sé un messaggio segreto e rischiava la morte per restare fedele. Ecco, mi sembrava il tabernacolo di un diamante.  Ma io dovevo pensare all’impero: ‘Per le tue azioni meriti la morte’.  ‘Ah! Mio signore…(era più pallida che nell’amore).. Certo è giusto…’. Ed io compresi, conoscendo gli uomini, quello che intimamente pensava, ma che non avrebbe saputo esprimere:  ‘E’ giusto forse che io muoia ma che piuttosto della mia vita sia salvato quello che porto nascosto dentro di me..’.

 

Parole e spinta vitale

Le parole devono solo esprimere quello che sei e non essere usate per dire quello che non sei. Le parole non devono essere fine a se stesse. E possono anche non servire: l’importante è che vive dentro di noi qualcosa.. E la danzatrice sa danzare, perché lei è abitata da qualcuno e da qualcosa..

    Non sapeva parlare, ma io disprezzo chi è spinto ad agire con argomentazioni, perché le parole ti devono esprimere e non guidare. Le parole indicano degli oggetti vuoti. Ma quest’anima non era di quelle che si possono aprire con parole vane. ‘Non posso parlare, mio signore, ma m’inchino..’. Io rispetto colui che attraverso le parole e anche se esse si contraddicono, rimane stabile come la prua d’una nave, la quale, nonostante il mare in burrasca, punta inesorabilmente verso la sua stella. Perché così posso sapere dove si è diretti. Ma coloro che si trincerano dietro la logica, seguono le loro stesse parole e girano in tondo come bachi. La fissai perciò a lungo e le chiesi: ‘Chi è che ti ha forgiata? Da dove vieni?’. Lei sorrise senza rispondere. ‘Vuoi danzare?’. E lei danzò. Ora la sua danza fu stupenda, il che non poteva sorprendermi poiché c’era  qualcuno dentro di lei.

 

Il fiume dall’alto del monte

E’ veramente segno della vitalità della vita quell’acqua che, in apparenza placida e tranquilla, in realtà si apre un varco ovunque. Essa segue delle linee di forza..

    Non hai mai osservato il fiume dall’alto del monte? Qui ha incontrato la roccia, e non potendola intaccare, l’ha aggirata lambendola. Più oltre ha svoltato per usufruire di un pendio favorevole. In quella pianura si è disteso in meandri, poiché si allentarono le forze che lo attiravano verso il mare. Laggiù si è addormentato in un lago. Poi ha sospinto innanzi quel ramo rettilineo per adagiarlo nella pianura come una spada. Così mi piace che la dazatrice incontri delle linee di forza.

 

Linee di forza della danza

La danza ha senso se è fatta dalla danzatrice che ha dentro di sé delle linee di forza. Allora essa è parabola della vita stessa che avanza ora in un gesto ora in un altro, tra desideri e resistenze, amori e dolori.. Non c’è danza per chi non è niente, per chi è gelatina, uguale in tutte le direzioni..

    Che i suoi passi siano ora contenuti, ora sfrenati. Che il suo sorriso che poco fa era spontaneo, ora vacilli come una fiammella investita dal vento; che ora scivoli con leggerezza come sopra un invisibile pendio, ma poco dopo rallenti, poiché i passi le diventano difficili come se dovesse scalare un monte. Mi piace vederla cozzare contro qualche ostacolo e vederla  trionfare o morire. Mi piace vederla in un paese che è stato costruito contro di lei, che ci siano in lei pensieri permessi e altri che le siano vietati; resistenze, adesioni e rifiuti. Non mi piace che sia uguale in ogni direzione come una gelatina. Ma che sia una struttura ben diretta come l’albero vivo, che non è libero di crescere, ma si ramifica secondo l’estro del suo seme. Infatti la danza è un modo di procedere nella vita seguendo il destino. Ti occorre un nemico per danzare, ma quale nemico ti onorerà della danza della sua spada se non esiste nessuno in te? Esiste solo la danza dell’uomo vero, di colui che è trasformato dal cantico, dal poema o dalla preghiera ed è costruito dall’interno. Non esiste la danza del sedentario. Ma là ove la terra è troppo arida, ove l’aratro urta nelle pietre, ove l’estate troppo torrida inaridisce le messi, ove l’uomo resiste ai barbari, ove il barbaro schiaccia il debole, allora nasce la danza, poiché ogni passo ha un suo significato. Perché la danza è una lotta contro l’angelo. La danza è guerra, seduzione, assassinio, pentimento. Quale danza potrai trarre dal tuo bestiame ben pasciuto?

 

Occorre divenire. Odio ciò che è facile

Il riposo, l’essere sarà solo in Dio. La vita è continuo superamento, è andare secondo delle forze che sono in noi. E l’amore nella sua espressione migliore non è possesso ma costruzione dell’altra persona, adorazione di quello che c’è in lei di divino..

    Io ti dico: non esiste un’amnistia  divina che ti risparmi di divenire. Tu vorresti essere: non sarai che in Dio. Egli ti accoglierà nel suo granaio quando sarai lentamente divenuto e le tue azioni ti avranno plasmato, poiché l’uomo, come vedi, è lento a nascere. Finché viviamo sulla terra la felicità consiste nel tentativo di ottenere, nella sete del lavoro,  nel superare a nuoto la tempesta del mare, e non nel godere delle provviste del sedentario. È la corsa che interessa ed è pazzo quel tale che ha riempito la brocca d’acqua e l’ha rinchiusa nell’armadio perché gli piaceva il canto delle fontane… Successe così con la fanciulla che desideravo. Una volta che l’avessi sposata e che fosse totalmente a mia disposizione, non mi interessava più. ‘Ma se io non ti tocco, ti costruisco come un tempio. E ti fabbrico nella luce. E il tuo silenzio racchiude le campagne. E so amarti oltre me e te. E invento dei cantici per celebrare il tuo impero. E i tuoi occhi, palpebre del mondo, si chiudono. E ti stringo esausta tra le mie braccia come una città. Tu non sei che un gradino della mia ascesa verso Dio. Sei fatta per essere arsa, consumata, ma non per trattenere’. Non mi piace se non colui che rimane inflessibile, e, le labbra sigillate nelle torture, colui che ha resistito alle torture e all’amore. Mi piace colui che preferisce essere ingiusto piuttosto di amare. Voglio che tu sia come una torre temibile e inespugnabile.. Odio ciò che è facile. L’uomo non è veramente uomo se non sa resistere. Altrimenti l’umanità diviene un formicaio ove Dio non è più presente, un’umanità senza lievito. L’uomo è grande nella fede e non nell’orgoglio della rivolta”.

 

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40. DARE E RICEVERE

 

Il fervore del dono

Più si dona e più si ha da donare. Chi ama in Dio tutti, ama molto di più anche il singolo. Perché chi dona esiste come scrigno di valori, di beni, di amore, di significato..

    Io ti parlerò del fervore, poiché dovrai passare sopra a molti rimproveri. Così la moglie ti rimprovererà continuamente di offrire il tuo amore ad altri. Perché secondo l’uomo quello che è dato a uno viene sottratto ad un altro. È la dimenticanza di Dio e l’uso dei beni che ci hanno fatti così. Perché in realtà ciò che tu dai non ti diminuisce, anzi ti accresce nelle tue ricchezze da distribuire. Allo stesso modo chi ama tutti gli uomini in Dio, ama molto di più ciascuno uomo di chi non ne ama che uno solo ed estende semplicemente al suo complice il miserabile campo della propria persona. Così chi affronta in lontana terra i pericoli delle armi dona alla donna amata senza che essa lo sappia, poiché le offre qualcuno che esiste, più di quanto le dia colui che la culla giorno e notte, ma non esiste. Non fare economie, perché non è merce quella che si risparmia, quando si tratta di movimenti del cuore.

 

Il dono accresce

Perché attraverso la persona cui doni (fosse anche la più umile) tu servi Dio. Come san Francesco dovresti inginocchiarti davanti al lebbroso che ti dà la possibilità di incontrare oggi, qui, Cristo Signore. Chi dona non è mai deluso, perché è il suo amore ad accrescerlo, specialmente se gratuito..

    Donare significa gettare un ponte sull’abisso della tua solitudine. Quando tu dai, non preoccuparti di conoscere a chi dai. Perché verranno a dirti: ‘Il tale non merita questo dono!’. Come se si trattasse di una merce utile ai tuoi bisogni. Anzi, colui che non ti è di alcun vantaggio nei doni che gli potresti chiedere, può servirti nei doni che gli offrirai, poiché attraverso lui servirai Dio. Lo sanno bene questo coloro che non provano alcuna pietà per i mali del servidorame, ma rischiano facilmente la propria vita e affrontano senza esitare cento giorni di marcia tra i sassi unicamente per medicare la ferita del servo dei loro servi. Si dimostrano abbietti e soggiacciono all’adulazione del valletto solo quelli che pregustano un suo gesto di riconoscenza, poiché costui non ha abbastanza carne da strapparsi per ricompensare un tuo sguardo, però, attraverso il depositario, hai dato a Dio, e sei tu che devi prostrarti poiché lui si è degnato di ricevere”.

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41. LA SPEDIZIONE NEL DESERTO

 

Invito al deserto

La cittadella era al limitare del deserto..

    Passarono alcuni giorni. Il principe era sempre occupato e io girovagai per la cittadella, riflettendo lungamente su quanto avevo ascoltato in quei primi giorni della nostra conoscenza. Notai che uno strano fervore cresceva di giorno in giorno tra questa piccola gente, manciata di storia in un’oasi del deserto. E qualche giorno dopo, mentre ero intento a riparare il mio aereo che non ne voleva sapere di ripartire, venne da me l’imperatore e mi disse: “Domani partiremo per una spedizione. Vieni con noi, e ti farò conoscere il deserto”. Attratto  dalla curiosità, accettai.

 

A sera i preparativi: dalle difficoltà alla pienezza (il pellegrinaggio)

Prima di arrivare alla pienezza, occorre soffrire le difficoltà della preparazione e della costruzione, sia della nave, che della città, che del pellegrinaggio alla città santa.. Perché la festa verrà come coronamento di sforzi e di cammino..

    Alla sera mi invitò a passeggiare tra il popolo che già si disponeva alla partenza. Osservammo lungamente in silenzio i preparativi delle armi, degli animali e delle provviste, e poi ad un tratto egli mi parlò:  “Assapora il calore del mio popolo. Questa sera è come quelle sere in cui si prepara il pellegrinaggio alla città santa. Il popolo prepara la crisalide dei suoi quaranta giorni di deserto. E siccome non do ascolto alle parole vane, io non mi  sono mai sbagliato su di lui, su cosa realmente vive il mio popolo. Infatti, passeggiando tra di loro nel silenzio del mio amore, tra gli schianti delle cinghie, e grugniti delle bestie e le accese discussioni sulla via da seguire, o sulla scelta delle guide, sul compito assegnato a ciascuno, non mi stupisco nel sentirli non decantare il viaggio, ma ben al contrario descrivere a fosche tinte i patimenti della spedizione dell’anno prima, e i pozzi prosciugati e i venti torridi e i morsi di serpenti nascosti nella sabbia come nervi invisibili, e l’imboscata dei predoni, e la malattia e la morte, perché so che ciò non è che pudore dell’amore. È bene che il popolo finga di non esaltarsi per il suo Dio celebrando subito le cupole dorate della città santa, poiché il Dio non è un dono già pronto, né una provvista riservata in qualche posto per noi, ma egli è la festa e il coronamento del cerimoniale delle nostre vicissitudini. Così in un primo tempo essi si interessano dei materiali della loro elevazione, così come i costruttori del veliero, se ti parlano con troppa fretta delle vele, del vento e del mare suscitano la mia diffidenza, poiché temo che trascurino le assi e i chiodi, come il padre che chiedesse troppo presto a sua figlia di essere bella. Mi piace il cantico dei fucinatori di chiodi e dei segatori di assi, poiché  essi celebrano non le provviste fatte, che sono vuote, ma  l’ascesa verso al nave. E una volta equipaggiata la nave, quando il viaggio le ha dato un suo significato, voglio sentir decantare dai miei marinai, non le meraviglie dell’isola, ma i pericoli dell’assedio del mare, poiché allora vedrò la loro vittoria. Essi stessi, nella loro sofferenza, vedono la strada, il veicolo e il carico trasportato. Tu ti dimostri miope credulone se ti preoccupi dei lamenti così come delle imprecazioni di cui essi si compiacciono, e invii loro dei cantori dalle parole melate che negheranno i pericoli della sete e decanteranno la beatitudine dei crepuscoli nel deserto. Perché non mi tenta la felicità che non ha forma. Mi guida la rivelazione dell’amore. Dunque la carovana si metterà in cammino.

 

La crisalide del deserto

“Bitume della vastità”: il deserto sembra inghiottire ogni tuo sforzo e fatica. Ma occorre rimanere fedeli senza capire..

    E da questo momento  comincia la digestione segreta, il silenzio, la notte buia della crisalide, la nausea, il dubbio e il male, poiché ogni metamorfosi è dolorosa. Non ti conviene più esaltarti, ma rimanere fedele senza capire, giacché non vi è nulla da sperare da te poiché quello che tu eri deve morire. Così, o popolo mio, si rinchiuderà su di te la crisalide del deserto, poiché fin dal terzo giorno i tuoi passi cominciano a impaniarsi nel bitume della vastità. Chi ti resiste si esalta e i colpi del lottatore chiamano i tuoi colpi. Ma il deserto riceve l’uno dopo l’altro i tuoi passi come un’udienza interminabile che inghiottisse le parole e ti riducesse al silenzio. Ti stai spossando dall’alba, e l’altipiano di gesso che delimita l’orizzonte alla tua sinistra non è girato in modo sensibile quando cala la sera. Ti logori come il bambino, che palata dopo palata, pretende di spostare la montagna. Ma la montagna ignora la sua fatica. Sei come sperduto un una libertà smisurata, e già il tuo fervore viene meno.

 

Popolo nutrito di sofferenza

Non ci sono parole per giustificare il momento in cui il popolo si edifica in mezzo a grandi sofferenze. Al massimo ci può essere solo qualche pietosa menzogna. Ma intanto il popolo cresce nel suo cuore, temprato da situazioni di prova e di dolore. “E tali dovevano essere per la gloria del Signore!”.

    In tal modo, popolo mio, durante questi viaggi ti ho nutrito ogni volta di selci e dissetato con rovi. Ti ho fatto congelare al freddo notturno. Ti ho sottoposto a tempeste di sabbia così brucianti, che eri costretto ad accovacciarti per terra, la testa incappucciata sotto le vesti, la bocca piena di sabbia stridente, e lasciare gocciolare sterilmente la tua acqua verso il sole. E l’esperienza mi ha insegnato che ogni parola di conforto era vana. Ti dicevo: ‘Il giorno che sorgerà sarà simile al fondo marino. La sabbia posata dormirà in mucchi tranquilli. Tu camminerai, nella frescura, sopra un suolo elastico e duro..’. Ma mentre ti parlavo c’era sulle mie labbra un sapore di menzogna, poiché ti spingevo ad essere, come per incanto, diverso da quello che eri. E nel silenzio del mio amore non mi scandalizzavo per le tue ingiurie. ‘Signore, può darsi che tu abbia ragione! Forse domani Dio trasformerà i superstiti in una folla di beati. Ma che c’importa di questi stranieri? Per ora non siamo altro che un pugno di scorpioni chiusi in un cerchio di brace!’. E tali dovevano essere per la gloria del Signore! Oppure, purificando il cielo con un colpo di spada, si levava nella sua crudeltà notturna il vento del nord. La terra nuda si  vuotava del suo calore, e gli uomini battevano i denti come inchiodati dalle stelle. Che  cosa dovevo dire? ‘Ritornerà l’alba e la luce. Il calore del sole, simile al sangue, si diffonderà dolcemente nelle vostre membra. Chiudendo gli occhi, vi sentirete abitati da lui..’. Ma loro mi rispondevano: ‘Al nostro posto, forse domani Dio porrà un bel campo d’ortaggi che farà prosperare nella sua bontà, ma questa notte noi siamo come un campo di segala tormentato dal vento’. E tali dovevano essere per la gloria del Signore!

 

Io, il chirurgo, faccio essere il mio popolo

Nel deserto è il momento della sofferenza, della carne straziata, ma senza che se ne accorga, io porto il mio popolo alla vittoria e alla città santa: festa che corona il cerimoniale della marcia nel deserto.

    Allora, allontanandomi dalla loro miseria mi rivolgevo a Dio: ‘Signore, è degno di loro rifiutare la mie false bevande. D’altronde poco m’importa dei loro lamenti: io sono come il chirurgo che risana la carne facendola gridare. Conosco la  riserva di gioia murata dentro di loro, anche se ignoro le parole che la potrebbero disserrare. Evidentemente essa non è per questo istante. È necessario che il frutto maturi prima che possa offrire il suo miele. Noi viviamo la sua ora di amarezza.  In noi non vi è che un sapore acido. È il tempo che passa che deve guarirci e mutare le nostre pene in gioia per la tua gloria’. E proseguendo oltre, continuavo a nutrire il mio popolo di selci e a dissetarlo con rovi. Ma simile dapprima agli altri, senza che nulla a prima vista lo distinguesse dagli innumerevoli passi già disseminati nella vastità, noi facevamo il passo miracoloso: festa che corona il cerimoniale della marcia! Istante benedetto tra gli altri istanti, che  spezza la crisalide e offre il suo tesoro alato alla luce. Così arrivavamo alla città santa e così ho spesso condotto i miei uomini alla vittoria attraverso i disagi della guerra.

 

L’evento “pasquale”

Passare alla luce attraverso la notte: ecco la marcia che fa essere. La potenza del seme saprà far crescere gli alberi: basta gettare semi a piene mani.

    Li ho condotti alla luce attraverso la notte, al  silenzio del tempio attraverso il trasporto delle pietre, alla risonanza del poema attraverso l’aridità della grammatica, allo spettacolo dominato dall’alto dei monti attraverso i crepacci e la caduta di massi durante la scalata. Poco m’importa, durante la traversata dei tuoi disagi senza speranza, poiché io diffido del lirismo del bruco che si crede innamorato del volo. Basta che egli divori se stesso nella digestione della sua mutazione. Basta che tu attraversi il deserto! Ah! I miei doni sono miseri in apparenza. Ma che importanza ha il peso e il numero? Io posso, soltanto aprendo la mano, spargere una quantità di cedri che scalerà la montagna. Basta un seme!”.

 

Nel deserto, un reticolato di linee di forza

Nella vastità è importante avere delle linee di forza che guidino e illuminino il cammino, avere delle direzioni piuttosto che altre, sapere che una direzione è vitale e un’altra no. Nel deserto, come nella vita, ci si costruisce camminando verso qualcosa..

    Ci ritrovammo al sorgere del sole e la carovana prese il via tra i saluti di chi rimaneva. Cavalcammo di buona lena e dopo pochissimo tempo eravamo immersi nel deserto, tra sabbia e cielo. Gli chiesi: “Quale interesse può avere una distesa di sabbia così uguale e monotona? E come puoi orizzontarti?”. Parlò lentamente, accompagnando le parole con ampi gesti della mano, da uomo avvezzo alla vastità della sabbia sotto il sole: “Quando rimani a lungo isolato nel deserto ( perché è ben altra cosa cercarvi riposo dal trambusto della città!), conosco un solo mezzo per animarlo, per mantenerti in esercizio e per trasformarlo in terreno fertile ed esaltante: quello di stendervi un reticolato di linee di forza, siano esse della natura o dell’impero. E vi costruirò una catena di pozzi poco numerosi affinché la tua marcia vada a finire su ciascuno di essi più che accedervi. Perché verso il settimo giorno bisogna risparmiare l’acqua degli otri, tendere con tutte le forze verso quel pozzo e raggiungerlo attraverso la vittoria.

 

Pozzi

Punti di arrivo e di partenza, i pozzi nel deserto richiedono la costruzione dell’uomo per essere raggiunti. E costruiscono così un cerimoniale che edifica l’anima..

    Sarà senza dubbio necessario perdere delle cavalcature nel superare questo spazio e questa solitudine, poiché quel pozzo ripagherà tutti i sacrifici fatti. Le carovane insabbiate che non l’hanno trovato testimoniano del suo splendore. Esso risplende sui loro ossami sotto il sole. Così, al momento della partenza, quando verifichi il carico e tiri le corde per  esaminare se le merci barcollano e controlli lo stato delle riserve d’acqua, fai appello alla parte migliore di te stesso. Ed eccoti in cammino verso una contrada lontana, che, al di là delle sabbie, è benedetta dalle acque, superando la distesa che separa un pozzo dall’altro come i gradini di una scala, preso, dal momento che vi è una danza da danzare e un nemico da vincere, nel cerimoniale del deserto.

 

Deserto popolato di nemici

La presenza di nemici renderà il deserto ancor più capace di costruire il cuore, perché renderanno gli uomini attenti e tesi con tutte le forze per vincere e conquistare i pozzi..

    E mentre ti formo dei muscoli ti edifico l’anima. Ma se io voglio rendere il deserto ancora più ricco, se voglio che i pozzi, come dei poli, attraggano e respingano con più forza in modo che il deserto sia una costruzione per la mente e per il cuore, lo popolerò di nemici. Questi occuperanno i pozzi e per bere dovrai agire d’astuzia, combattere e vincere. E secondo se le tribù che si saranno accampate qua e là sono più crudeli o meno crudeli, più civili e accessibili o parlanti una lingua impenetrabile, meglio armate o meno bene armate, i tuoi passi si faranno più agili o meno agili, più silenziosi o più rumorosi e le distanze superate durante le giornate di marcia varieranno, benché si tratti di una distesa uniforme.

 

Diversificazione del deserto

In questo modo, nell’attenta ricerca dei pozzi e nella tensione di superare anche i nemici, il deserto sarà diversificato, arricchito, e sarà nutrimento per l’anima. Solo per chi non vive queste cose, il deserto sarà solo una distesa noiosa di sabbia sotto il sole..

    E in tal modo si calamiterà, si diversificherà, si colorerà in maniera diversa una vastità che in un primo tempo era giallastra e monotona, ma che poi sarà più attraente, per la mente e il cuore, di quei paesi beati dove esistono fresche valli, montagne azzurrine, laghi d’acqua dolce e praterie. Poiché il tuo passo qui è quello di un condannato a morte e là di un uomo libero, qui è un passo guardingo per non essere colto di sorpresa, là disinvolto. Ora è sfrenato, ora è misurato e silenzioso, come quando cammini nella camera ove dorme colei che non vuoi svegliare. È certo che non accadrà nulla durante la maggior parte dei tuoi viaggi, poiché è sufficiente che queste differenze siano valide per te e che il cerimoniale che da esse scaturirà sia motivato, necessario e assoluto per rendere migliore la tua danza. Allora avverrà il miracolo, anche se un viaggiatore che io, come nel tuo caso, aggrego alla mia carovana, quando ignora il mio linguaggio e non partecipa alle mie ansie, alle mie speranze e alle mie gioie, quando si limita semplicemente a compiere gli stessi gesti dei conducenti delle cavalcature, incontrerà soltanto un deserto vuoto e sbadiglierà durante la traversata di una distesa interminabile che gli recherà soltanto noia.

 

L’essenziale nel senso delle cose

L’essenziale è la tensione che abita le cose, è il significato che abita le cose, è il cammino verso Dio, è il nodo divino che unisce le cose e le rende degne di essere vissute. Il cammino nel deserto insegna tutto questo e perciò una sola traversata del deserto può cambiare un uomo venuto dai bassifondi. Così come la scalata di una montagna.. Perché l’uomo è ricco della sua densità interiore, arricchita dalla sua tensione e dal suo impegno..

    Nulla del mio deserto trasformerà questo viaggiatore. Il pozzo per lui non sarà altro che una buca poco profonda che si è dovuta scoprire sotto la sabbia. E che cosa potrebbe conoscere del nemico, se per sua natura esso è invisibile? Perché qui si tratta soltanto di una manciata di semi portati dal vento, anche se essi sono sufficienti a trasfigurare tutto il deserto, come il sale trasfigura il banchetto. E il mio deserto, se mi limito a insegnarti le regole del gioco, avrà su di te un potere e una forza tale che, anche se ti scegliessi volgare, egoista, losco e scettico nei bassifondi di una città del tuo mondo occidentale o nel putridume di un’oasi, basterà importi una sola traversata di deserto per far scaturire in te l’uomo, come il seme scaturisce dal guscio, e aprirti la mente e il cuore. E tu ritornerai trasformato, splendido, e costruito per vivere la vita dei forti. Se io mi sono limitato a farti capire il suo linguaggio – poiché l’essenziale non risiede nelle cose ma nel senso delle cose – il deserto ti avrà fatto germogliare e crescere splendente come il sole. Perciò io ti dico che per l’uomo quello che conta è soprattutto e innanzi tutto la tensione delle linee di forza nelle quali è immerso, la propria densità interiore che da esse deriva, il rumore dei suoi passi, l’attenzione ai pozzi e l’asperità del pendio da scalare sulla montagna. E se uno l’ha saputa scalare ed è salito sopra una cima rocciosa scorticandosi le mani e i ginocchi, non pretenderai che la sua ebbrezza sia mediocre come la gioia di quel sedentario che, avendo trascinato in un giorno di riposo il suo corpo fiacco, si sdraia sull’erba del facile poggio di un colle tondeggiante.

 

La tentazione di smagnetizzare

Non si arricchisce la vita facilitando le difficoltà, ma superandole con la tensione del cuore. I valori non si comprano, ma si conquistano. E’ il rischio vero che nutre ed edifica il cuore, non la sua caricatura.

    Ma tu hai smagnetizzato tutto sciogliendo il nodo divino che lega le cose. Poiché vedendo gli uomini tendere con tutte le loro forze verso i pozzi hai creduto che l’essenziale risiedesse nei pozzi e hai scavato dei pozzi. Vedendo gli uomini temere il nemico, hai soppresso i loro nemici. Vedendo gli uomini desiderare l’amore, hai costruito dei quartieri riservati, grandi come capitali, dove tutte le donne si vendono. E così ti sei dimostrato più stupido di quel vecchio giocatore di bussolotti che cercava il proprio piacere in una messe di bussolotti che gli schiavi facevano cadere per lui. La tua ricchezza invece, devi sapere, è di scavare pozzi, di raggiungere un giorno di riposo, di estrarre il diamante e di conquistare l’amore. Ma non consiste nel possedere pozzi, giorni di riposo, diamanti e la libertà nell’amore. Così come non consiste nel desiderarli senza volerli veramente.

 

Desiderio e possesso

Il possesso vero è nella tensione del desiderio. Per cui le due cose non si contrappongono se si pensa alla verità profonda dell’uomo. Occorre avere delle linee di forza che sono state stabilite da Dio, più in alto di noi.

    E se tu contrapponi il desiderio al possesso considerandole due parole contrarie, non capisci niente della vita. Perché la tua verità di uomo li domina e in queste due parole non vi è nulla di contraddittorio. È necessario che il desiderio si esprima totalmente e che tu incontri non ostacoli assurdi ma l’ostacolo stesso della vita, cioè l’altro ballerino, il tuo rivale, e allora incomincerà la danza. Altrimenti sei un imbecille come quel tale che gioca a testa o croce contro se stesso. Se il mio deserto fosse troppo ricco di pozzi, occorre che l’ordine di vietarne qualcuno venga da Dio.

    Perché le linee di forza così create devono dominarti da un’altezza maggiore, perché tu possa trovare in esse i tuoi pendii, le tue tensioni, i tuoi modi di essere, ma siccome non sono tutte utili in ugual misura, esse devono essere conformi a qualcosa che ti trascenda. Ecco perché ti dico che esiste anche un cerimoniale dei pozzi nel deserto!”.

 

La sete nel deserto

La carovana arriva allo stremo delle forze, sotto il sole..

    Avanzammo così per giorni e giorni tra sabbia e cielo. Non parlammo molto, perché l’imperatore era occupato a guidare i suoi uomini tra i mille pericoli del deserto. Il sole scottava sempre di più e quando trovammo il pozzo di El Bahr secco, la situazione si fece molto pesante. S’alzò anche una tempesta di sabbia che ci immobilizzò e accecò per due giorni e al terzo il sole emerse di nuovo dalla nuvola rossastra della sabbia come un punteruolo piantato nelle tempie degli uomini. Dopo altri e altri giorni – non so quanti, avevo perso il conto ed ero allo stremo delle forze – quando già  avevamo dovuto sventrare qualche cammello per bere un po’ d’acqua, degli esploratori ci portarono la notizia che il pozzo di El Ksour era pieno d’acqua. Lo raggiungemmo a fatica e bevemmo a sazietà e gli uomini poterono anche uccidere molti corvi che vivevano sugli alberi di quell’oasi. Fu grande festa, e a sera, in disparte sentii l’imperatore pregare così:

 

Preghiera: il pozzo ha salvato il progetto

Ancora un’ora e il sole del deserto avrebbe prosciugato un progetto che doveva abbracciare dei secoli. Siamo fragili, eppure forti, e un pozzo ridà la vita ad un esercito in marcia, che non è solo un’insieme di guerrieri, ma è linguaggio e poemi, memorie e progetto di templi e di città..

     “Signore, nel corso di una stessa giornata ho visto la carena del mio esercito disseccarsi e poi rivivere. Essa era già come una corteccia di legno secco, ora ecco essa è pronta e vigorosa. I nostri muscoli rinfrescati ci porteranno dove vorremo. Eppure ancora un’ora di sole ed eravamo cancellati dalla terra, noi e le tracce dei nostri passi. Ho sentito ridere e cantare. L’esercito che porto con me è un carico di ricordi. È la chiave di esistenze lontane. Esso racchiude in sé le speranze, le sofferenze, la disperazione e le gioie. Non è autonomo, ma mille volte unito. Eppure ancora un’ora di sole ed eravamo cancellati dalla terra, noi e le tracce dei nostri passi. Io li conduco verso la conquista dell’oasi. Essi saranno semente per la terra barbara. Porteranno le nostre usanze a popoli che le ignorano. Questi uomini che mangiano e bevono e non vivono stasera che una vita elementare, appena compariranno nelle pianure fertili, tutto muterà, non solo le usanze e il linguaggio, ma anche la forma dei baluardi e lo stile dei templi. Essi sono gravi di un potere che agirà nel corso dei secoli. Eppure ancora un’ora di sole ed eravamo cancellati dalla terra, noi e le tracce dei nostri passi. Loro non lo sanno questo. Avevano sete e sono soddisfatti per il loro ventre. Tuttavia l’acqua del pozzo di El Ksour salva dei poemi, delle città e dei grandi giardini pensili – giacché avevo deciso di farli costruire. L’acqua del pozzo di El Ksour cambia il mondo. Eppure un’ora di sole avrebbe potuto prosciugarlo e ci avrebbe cancellati dalla terra, noi e le tracce dei nostri passi. Quelli che per primi ritornarono dal pozzo ci dissero:  ‘Il pozzo de El Ksour è una finestra sulla vita’. I tuoi angeli erano pronti a raccogliere il mio esercito nelle loro grandi ceste e a riversarlo nell’eternità come cortecce di legno secco. Noi li abbiamo fuggiti attraverso questa cruna d’ago. Io non so più riconoscermi.

 

Riconoscersi in Dio

Dio è la comune misura di tutte le cose e il loro significato. Le cose hanno solo rapporto con ciò che le fa vivere nell’immediato, ma il loro significato le supera e le trascende, ed esso viene da Dio.

    Ormai se osserverò un semplice campo d’orzo sotto il sole, in equilibrio tra il fango e la luce e in grado di nutrire un uomo, io vedrò in quel campo un veicolo e un passaggio segreto, anche se ignoro quello di cui è il veicolo e la strada. Ho visto emergere delle città, dei templi, dei baluardi e dei grandi giardini pensili dal pozzo di El Ksour. I miei uomini bevono e pensano al loro ventre. Per loro non esiste che il soddisfacimento del loro ventre. Si sono ammassati attorno alla cruna d’ago e non vi è che lo sciabordio di un’acqua nera quando un recipiente la flagella. Ma se è versata sul seme, che non conosce nulla di sé se non il piacere dell’acqua, essa risveglia un potere ignorato che è di città, di templi, di baluardi e di grandi giardini pensili. Io non so più riconoscermi se Tu non sei la chiave di volta e la comune misura e il significato degli uni e degli altri. Nel campo d’orzo, nel pozzo di El Ksour e nel mio esercito non scopro che materiali sparsi, se la tua presenza non mi permette di vedere in trasparenza qualche città merlata costruita sotto le stelle”.

 

Sposo e guerriero

Le due verità non vanno contrapposte, ma congiunte: è come sposo che fai la guerra ed è come guerriero che fai l’amore. Perché l’amore vero è dono, ma dono da parte di qualcuno che ha una consistenza interiore, e non di chi si adagia come bestiame da ingrasso, senza che cammini da nessuna parte, soprattutto con il suo cuore.

     “Permettimi una domanda, forse sciocca, principe” mi permisi di interloquire. “Perché questa forzata lontananza da casa? Ho sentito un uomo parlare con tenerezza e nostalgia della sua giovane moglie..”.  “La moglie ti vuole tutto per la casa” rispose col suo fare meditabondo, dopo qualche istante di silenzio. “Certo, è desiderabile l’amore che forma l’aroma della casa, il canto della fontanella, la musica delle brocche silenziose e la  benedizione dei bambini quando si avvicinano con gli occhi pieni del silenzio serale. Ma non cercare di separare e di preferire, secondo le immagini, lo splendore del guerriero nel deserto e i benefici del suo amore. Perché solo il linguaggio qui divide. È amore solo quello del guerriero pieno della vastità del deserto e, nell’imboscata attorno ai pozzi, chi fa dono della vita è solo l’amante che ha saputo amare, perché altrimenti l’offerta del proprio corpo non è né un sacrificio né un dono fatto per amore. Poiché se chi combatte non è un uomo ma un automa e una macchina distruttrice, dov’è  dunque la grandezza del guerriero? Io non vi scorgo altro se non un lavoro mostruoso d’insetto. E se colui che accarezza la moglie non è che un’umile bestia nella stalla, dov’è dunque la grandezza dell’amore? Non conosco nulla di veramente grande se non nel guerriero che depone le armi e culla il bambino o nello sposo che fa la guerra. Non si tratta di oscillare da una verità all’altra, non si tratta di una cosa valida soltanto per un determinato tempo; ma di due verità che non hanno valore se non congiunte. È come guerriero che fai l’amore e come amante che fai la guerra. Ma colei che ti ha conquistato per le sue notti, avendo conosciuto la dolcezza del tuo letto, si rivolge a te, la sua estasi, e ti dice:  “I miei baci non sono dunque dolci? La nostra casa non è forse riposante? Le nostre serate non sono forse belle?”. E tu ne convieni con un sorriso.  “Allora – essa dice – resta accanto a me per sostenermi. Quando ti verrà il desiderio, non avrai che da tendere le braccia e io mi piegherò verso di te sotto il tuo semplice peso come il giovane arancio carico di frutti. Perché tu conduci in terra lontana una vita grama, priva di tenerezze, e i movimenti del tuo cuore, come l’acqua d’un pozzo insabbiato, non dispongono di una prateria nella quale divenire?”. E infatti hai conosciuto nelle tue notti solitarie questi slanci disperati verso questa o quella donna la cui immagine ti ritornava in mente, poiché tutte le donne diventano belle nel silenzio. E pensi che la solitudine della guerra ti abbia fatto perdere un’occasione d’oro.

 

Noviziato nell’assenza

Ci si abitua a qualcosa camminando verso di esso: ma mentre si cammina, la sua assenza ce lo fa crescere dentro, fa crescere la nostra attesa e quindi la capacità di accoglierlo, sia esso la cima della montagna, o la donna amata, o il compimento di un’opera, o il riposo in Dio.

    Eppure il noviziato dell’amore non lo fai se non durante l’assenza dell’amore. E il noviziato del paesaggio azzurro delle tue montagne non lo fai se non tra le rupi che conducono alla vetta, e il noviziato di Dio non lo fai se non nell’esercizio della preghiera che rimane senza risposta. Perché ti appagherà veramente, senza tema che si logori, soltanto quello che ti sarà concesso al di fuori del trascorrere dei giorni quando i tempi per te saranno revoluti e quando ti sarà  permesso di essere, avendo terminato di divenire. Certo puoi ingannarti e compiangere colui che lancia il suo appello nella notte vana e crede che il tempo fluisca inutilmente in lui sottraendogli i suoi tesori.

 

Amore, sete di amore

L’uomo vive nella tensione verso il possesso, non del possesso. E quindi l’amore si alimenta della ricerca nell’assenza, della tensione del cuore, del desiderio che cresce..

    Questa sete d’amore, per essenza, è solo sete d’amore, come ben sanno le ballerine e i ballerini che compongono il loro poema dell’approccio quando potrebbero subito unirsi. Io ti dico: l’occasione perduta è quella che conta. La tenerezza attraverso i muri della prigione, ecco forse la vera tenerezza. La preghiera è fertile nella misura in cui Dio non risponde. Sono le selci e i rovi che alimentano l’amore. Non confondere perciò il fervore con l’uso dei beni. Il fervore egoistico non è il fervore dell’albero: esso va nei frutti che non gli danno nulla in cambio. Così sono io di fronte al mio popolo. Perché il mio fervore si riversa su frutteti dai quali non devo attendere nulla. Allo stesso modo non devi neppure diventare schiavo di una donna per cercare in lei quello che hai già trovato. Puoi soltanto riconquistarla di tanto in tanto, come colui che abitando la montagna scende talvolta fino al mare”.

 

Al mattino prima della distribuzione d’acqua: tutto sospeso, tutto promesso

Il momento magico del mattino, quando uomini e animali attendono pazienti e immobili sotto il sole la distribuzione della razione d’acqua. Nulla è accaduto, ma tutto sta per accadere, e il desiderio e la tensione verso l’acqua è quello che fa vivere dentro gli uni e gli altri. E’ la tensione e la speranza che fanno vivere dentro e danno la possibilità di abitare un sorriso..

    Al mattino assistetti quasi emozionato al semplice rito della distribuzione dell’acqua del pozzo. Cominciavo  a vedere le cose, anche le più semplici, con occhi nuovi. E così ragionai tra me e me: “Voi restate immobili perché, simile ad una nave all’ormeggio che scarichi sulle banchine del porto le sue merci multicolori – stoffe dorate, spezie rosse e verdi e avori – ecco che il sole, come un fiume di miele sulle sabbie, diffonde il giorno. E voi restate immobili, sorpresi dalla bellezza dell’aurora, sui versanti dell’altura che domina il pozzo. Anche le bestie dalle lunghe ombre sono immobili. Nessuna si agita: esse sanno che tra poco berranno ad una ad una. Ma un particolare sospende ancora la processione. L’acqua non viene ancora distribuita. Mancano le grandi tinozze che stanno per essere portate.  E con le mani sui fianchi, tu guardi in lontananza e dici: “Che fanno?”. Gli uomini che hai fatto risalire dalle viscere del pozzo ritrovato sotto la sabbia hanno deposto i loro arnesi e incrociato le braccia al petto. Il loro sorriso ti ha informato. L’acqua c’è. Perché l’uomo nel deserto è un animale dal muso maldestro che cerca a tentoni la sua mammella. Rassicurato, hai dunque sorriso. E i cammellieri, avendoti visto sorridere, sorridono a loro volta. Ed ecco che tutto è sorriso. Le sabbie nella loro luce e il tuo viso e il viso dei tuoi uomini e forse anche qualcosa delle bestie sotto la loro scorza, poiché esse sanno che tra poco berranno e sono là, immobili, rassegnate al piacere. Avviene in questo istante quello che avviene sul mare quando uno squarcio nella nube lascia filtrare il sole. E tu senti all’improvviso la presenza di Dio, senza comprendere il perché, forse per via del sapore di ricompensa che si diffonde nell’aria  (poiché un pozzo vivo nel deserto è come un dono, mai del tutto sicuro, mai veramente promesso), per via anche dell’attesa della comunione nell’acqua ormai prossima che vi tiene sempre immobili. Perché quelli con le braccia incrociate al petto non si sono mossi. Perché tu con le mani sui fianchi, in cima alla collina guardi sempre il medesimo punto dell’orizzonte. Perché le bestie dalle lunghe ombre, disposte in fila sui versanti sabbiosi, non si sono ancora messe in marcia. E poiché coloro che devono portare le grandi tinozze non appaiono ancora,  tu continui a chiederti: “Che fanno?”.

    Tutto è ancora sospeso, eppure tutto è promesso. E voi abitate la pace di un sorriso.  Certo, fra poco vi rallegrerete bevendo, ma si tratterà soltanto di un piacere fisico, mentre ora si tratta d’amore, mentre ora uomini, sabbie, bestie e sole sono come fusi nella loro sostanza per via di un semplice foro tra le pietre, e intorno a te appaiono solo più oggetti diversi d’un medesimo rito, gli elementi di un cerimoniale, le parole di un cantico. E tu, il gran sacerdote che presiederà  al rito, tu il generale che comanderà, tu il maestro di cerimonia, immobile, con le mani sui fianchi, rinviando ancora la tua decisione, scruti l’orizzonte per veder spuntare quelli che portano le grandi tinozze in cui far bere le bestie. Poiché manca ancora un oggetto al rito, una parola al poema, una pedina alla vittoria, un ingrediente al banchetto, un ospite d’onore alla cerimonia, una pietra al tempio perché risplenda davanti a tutti. In qualche luogo camminano coloro che portano le grandi tinozze, che sono come la chiave di volta, e a costoro quando appariranno, tu griderai: ‘Ehi, voi, laggiù, spicciatevi, dunque!’. Loro non risponderanno. Saliranno il dosso. Si inginocchieranno per sistemare i loro arnesi. Allora tu non farai che un gesto. E comincerà a cigolare la corda che trae fuori l’acqua dalla terra, la lunga fila di bestie comincerà lentamente a mettersi in moto. E gli uomini cominceranno a dirigerle secondo l’ordine previsto, a colpi di bastone, e a lanciare grida gutturali di comando. In tal modo comincerà a svolgersi, secondo il suo rituale, la cerimonia del dono dell’acqua sotto il lento spuntare del sole”.

 

La città nemica

Si trovano davanti ad una città chiusa e impenetrabile, fondata per vivere e resistere in se stessa, al punto tale che sembrava essa l’assediante e non l’assediata.

    Ripartimmo dal pozzo di El Ksour dopo un paio d’ore e fummo ben presto in vista della città. Ma non scoprimmo nulla se non delle mura rosse di un’altezza inusitata che volgevano verso il deserto una sorta di rovescio sdegnoso, prive com’erano di ornamenti, di sporgenze, di feritoie e concepite evidentemente per non essere osservate dall’esterno. Quando tu guardi una città, essa guarda te. Essa erge contro di te le sue torri. Ti osserva dalle feritoie. Un senso di malessere s’impadronì degli uomini, quando le mura, che diventavano sempre più grandi a mano a mano che ci avvicinavamo, ci parvero così visibilmente volgerci le spalle in una immobilità rupestre. Impiegammo la prima giornata a fare il giro delle mura, lentamente, cercando una breccia, qualche punto debole o almeno qualche porta murata. Non c’era niente. Qualche uomo ogni tanto sparava un colpo in segno di sfida. Ma quella città sembrava il caimano dormiente che non ti degna neppure di uno sguardo. Da un’altura che permetteva una vista radente potemmo scorgere all’interno della città una fitta vegetazione, mentre fuori non c’era niente. Tutte le sorgenti dell’oasi erano state pazientemente drenate per servire all’uso interno. Tutto era chiuso dalla cinta di mura come dal basalto di un cratere. In effetti, a  memoria d’uomo, quella città non aveva mai inviato né accolto una carovana. Agli uomini sembrava di palpare il guscio di un mostro indescrivibile che non possedesse nulla in comune con i popoli della terra: se si fosse manifestato, forse non avrebbe avuto alcun volto. Attraversato il deserto, ci eravamo dunque imbattuti in qualcosa di impenetrabile, attorno alle mura la sabbia era più bianca per le ossa di delegazioni lontane fatte morire lì fuori. E sembrò che fossimo noi a subire l’assedio!  In effetti se un uomo o una città sono costruiti solidamente dall’interno come un seme non sono loro a subire l’assedio dei nemici o della folla, ma sono essi a trasformare gli altri mediante la loro forza. Sembrava che circondando quel polo che ci costringeva a guadare nella propria direzione, anche se chiudeva gli occhi deliberatamente, noi gli facessimo interpretare una parte pericolosa perché la nostra  presenza gli conferiva il potere irraggiante d’un monastero. Allora l’imperatore radunò i generali e disse loro: “Prenderò la città con lo stupore. Bisogna che quelli della città ci interroghino su qualcosa”. E raccontò loro la storia del mercante e del gobbo.

 

Il mercante e il gobbo: vince chi sa dare un altro senso alle cose

Noi viviamo del senso condiviso che diamo alle cose, del senso che diamo loro insieme con gli altri che sono con noi. Il gobbo si appropria dei diamanti del mercante perché sa dare a quei diamanti il senso dei dadi con cui gioca e da cui il mercante si fa vincere. Noi soggioghiamo gli altri se riusciamo a dare senso nuovo alle cose che fanno, un senso che li conquisti dal di dentro e che diventi indispensabile per loro..

     “Un mercante vigoroso, arrogante e avaro, portava dei diamanti di incalcolabile valore cuciti nella sua cintura. Ed ecco un omino gobbo, povero ma prudente, sconosciuto al mercante, che parla un altro linguaggio e che tuttavia desidera appropriarsi delle pietre preziose. L’omino si avvicina al gigante e lo invita a prendere il tè con lui. Non si rischia nulla, quando si portano pietre preziose cucite nella cintura  a condividere il tè di un omino gobbo. Eppure al momento di separarsi il gobbo porta via le pietre e il mercante scoppia dalla rabbia, immobilizzato dalla danza che l’altro gli ha danzata. La danza dei tre dadi ricavati da un osso. È chiaro che il gioco è più  forte dell’oggetto del gioco. Tu generale, comandi diecimila soldati. Sono i soldati che hanno le armi e sono tutti solidali tra loro. E tuttavia tu ordini che si gettino in prigione l’un l’altro. Poiché non si vive delle cose ma del senso delle cose. Quando i dadi diedero un valore ai diamanti, essi scivolarono nella tasca del gobbo”. Un generale chiese: “Ma come potrai metterti in contatto con quelli della città se loro rifiutano di ascoltarti?”. L’imperatore rispose: “Sordo alle mie promesse può essere solo chi ha un animo sordo. Chi invece è sensibile alla musica, ascolterà la tua musica, se tu gliela suoni. E se si china su un problema che lo divora e tu gli riveli la soluzione, è ben costretto ad accettarla. Come potrebbe fingere con se stesso, per odio o per disprezzo contro di te, di continuare a cercare? Se al giocatore di un determinato gioco suggerisci la mossa che lo salva e che egli ha invano cercata, tu lo domini poiché lui ti ubbidirà anche se pretende di ignorarti. Quelli della città devono pur desiderare, cercare, volere, proteggere, coltivare qualcosa. Altrimenti attorno a che cosa costruirebbero delle mura? Se tu le costruisci attorno al nulla, le mura crollano da sé poiché sono ridicole. Se le costruisci attorno a un segreto e i miei soldati, tutt’intorno gridano a squarciagola il tuo segreto, le tue mura crollano poiché non hanno più senso. Se le costruisci attorno a un diamante, e fuori di esse io spargo dei diamanti come pietruzze,  le tue mura crollano poiché favoriscono soltanto la tua povertà. E se le costruiscono attorno a una danza perfetta e la stessa danza io la eseguo meglio di te, tu stesso le abbatterai per imparare a danzare da me… Quelli della città voglio semplicemente che mi sentano.  In seguito mi ascolteranno, nel mio vasto soffiare. Perché tu senti soltanto quello che è per te e che ti accresce, ovvero quello che risolve i tuoi contrasti. Io agirò dunque su loro anche se fingono di ignorarmi. Tu non esisti se sei solo, ecco la grande verità. Non puoi rimanere stabile in un mondo che cambia attorno a te. Senza neppure toccarti io posso agire su te, poiché, che tu lo voglia o no, è il tuo stesso significato che muto e questo tu non lo puoi sopportare. Tu eri portatore di un segreto: ora non c’è più alcun segreto, il tuo significato è mutato. Quel tale che danza e declama nella solitudine, se io lo circondo segretamente di ascoltatori beffardi e poi alzo il sipario, lo interrompo di colpo nella sua danza. Se lui danza ancora è pazzo. Il tuo senso è fatto del senso degli altri, che tu lo voglia o no. Il tuo gusto è fatto del gusto degli altri, che tu lo voglia o no. Il tuo atto è la mossa di un gioco, il passo di una danza. Io muto il gioco o la danza e muto il tuo atto in un altro. Tu costruisci i tuoi baluardi per via di un gioco, tu stesso li abbatterai a causa di un altro.

 

Baluardo è il senso delle cose e il seme

Baluardo vero è la vita e ciò che essa ha la forza di generare. La corteccia viene dalla forza della vita del seme. Perché noi viviamo del senso delle cose, della vitalità oggettiva della vita. Perché se si ha un baluardo, ma dentro non si ha niente, allora si è solo prigionieri di una carcassa!

    Perché tu vivi non delle cose, ma del senso delle cose. Quelli della città li punirò nella loro presunzione perché fanno affidamento sui loro baluardi. Mentre il tuo unico baluardo è la forza della struttura che ti plasma e che tu servi. Perché il baluardo del cedro è il potere stesso del seme, che gli permetterà di ergersi contro la bufera, la siccità e il pietrame. In seguito potrai spiegarlo mediante la corteccia. Ma la corteccia è innanzitutto frutto del seme. Ma il germe dell’orzo non è che una debole forza e l’orzo oppone un debole baluardo alle insidie del tempo. Quel tale che è solido e ben fondato sta per schiudersi in un campo di forza secondo le proprie linee di forza in un primo tempo invisibili. Io dico che costui è un baluardo stupendo, poiché il tempo non lo logorerà ma lo costruirà. Il tempo è fatto per servirlo. E poco importa se sembra inerme. Il cuoio del caimano non protegge nulla se l’animale è morto. Così considerando questa città nemica, incastrata nella sua armatura di cemento, ho meditato sulla sua debolezza e sulla sua forza e mi son detto:  chi mena la danza, io o la città? È pericoloso gettare un solo seme di zizzania in un campo di grano, poiché la pianta della zizzania sovrasta la pianticella di grano e non contano l’apparenza e il numero. Il tuo numero è insito nel seme. Bisogna lasciare svolgere il tempo per contarlo”.

 

Notte

La “grande tregua” della notte..

    Sopraggiunse la notte ed io salii sull’altura più elevata della contrada per guardare dormire la città nemica e spegnersi tutt’intorno, nell’oscurità universale, le macchie nere delle tende del nostro accampamento nel deserto. E questo al fine di scrutare le cose, giacché sapevo che il nostro esercito era una forza in cammino, la città una forza chiusa come una polveriera, e che nello stesso tempo nell’immagine di quell’esercito stretto attorno al suo polo traspariva e stava prendendo forma un’altra immagine. Di questa nuova immagine non potevo ancora conoscere nulla poiché legava in modo diverso gli stessi materiali, e io cercavo di scorgere nella notte gli indizi di questa gestazione misteriosa, non allo scopo di prevederla, ma al fine di guidarla, poiché tutti, meno le sentinelle, erano andati a dormire e le armi riposavano. Ma ecco, tu sei come una nave sul fiume del tempo. È passata su te la luce del mattino, del mezzogiorno e della sera come un’ora di covata e ha fatto progredire un po’ le cose.  Poi lo slancio silenzioso della notte dopo gli ultimi bagliori del sole. Notte silenziosa abbandonata  ai sogni poiché continuano solo quei lavori che si compiono da soli, come il risanarsi della carne, l’elaborazione dei succhi, il passo sempre uguale delle sentinelle; notte abbandonata alle ancelle poiché il padrone è andato a dormire. Notte per riparare agli errori  poiché le loro conseguenze sono rinviate al mattino. Anch’io alla luce di un giorno vittorioso rimando al giorno seguente la vittoria. Notte dei grappoli che attendono la vendemmia, grappoli serbati nella notte; notte della messe in attesa. Notte dei nemici accerchiati, che non prenderò in consegna che al mattino. Notte dei giochi fatti, ma il giocatore è andato a dormire. Il mercante è andato a dormire, ma ha passato la consegna alla guardia notturna che fa la ronda. Il generale è andato a dormire ma ha passato la consegna alle sentinelle. Il nostromo è andato a dormire ma ha passato la consegna al timoniere, e il timoniere riconduce Orione vagante tra gli alberi nella giusta posizione. Notte delle consegne ben date e delle creazioni sospese. Notte in cui si può anche barare. In cui i ladruncoli si impadroniscono dei frutti, in cui l’incendio si impadronisce dei granai, in cui il traditore si impadronisce delle cittadelle. Notte delle grida acute e risonanti. Notte dello scoglio per la nave. Notte delle visite e dei prodigi. Notte dei risvegli di Dio – il grande ladro! – poiché la donna che amavi l’attenderai invano al tuo risveglio! Notte in cui si sente scricchiolare le vertebre. Notte le cui vertebre le ho sempre sentite scricchiolare come avviene per l’angelo ignorato che sento dissolto tra il mio popolo e che  si deve un giorno liberare.. Notte delle sementi ricevute. Notte della pazienza di Dio..

 

Stanchezza degli uomini

Non se la sentono di contrapporre un progetto ad un altro, il loro progetto a quello rappresentato dalla città inespugnabile..

    Gli uomini dovevano dunque contrapporre alla città, per prenderla, un’altra città costruita secondo il disegno che avevano in cuore. Per questo nei giorni seguenti conquistarono tutte le piccole oasi nel raggio di qualche miglio dalla città e cominciarono a costruire case e piazze di fronte all’impenetrabile città. Ma si vedeva chiaramente che erano stanchi e i capitani andarono dall’imperatore a dirgli: “Quando ritorneremo a casa? Il sapore delle donne delle oasi conquistate non vale il sapore delle nostre mogli”. 

 

Occorre rinunciare

L’assedio si prolunga e l’interesse alla conquista viene meno, perché ognuno dei soldati ha già il suo spazio vitale, in cui crescere, in cui lasciar lentamente maturare la vita, senza che ce se ne accorga.

    Un tale gli diceva: “Signore, penso continuamente a colei che è fatta del mio tempo, delle mie dispute. Vorrei ritornare e vivere comodamente. Signore, c’è una verità che non so più approfondire. Lasciami crescere nel silenzio della mia cittadella. Sento il bisogno di meditare sulla mia vita”. E una sera – era visibilmente stanco – l’imperatore mi disse:  “Ormai dobbiamo rinunciare a  conquistare questa città, sì anche noi dobbiamo rinunciare. Non siamo più una tribù nomade, come una volta e abbiamo già la nostra cittadella, la nostra verità. Ora capisco che i miei uomini hanno bisogno di silenzio, poiché solo nel silenzio la verità di ciascuno si ricompone e mette le radici. Perché il tempo innanzitutto conta come nell’allattamento. Chi vede crescere il bambino sotto i suoi occhi? Nessuno. Sono quelli che vengono da un altro luogo che dicono: “Come si è fatto grande!”. Ma né il padre né la madre l’hanno visto crescere. Egli è  divenuto nel tempo, e in ogni momento  era quello che doveva essere. Ecco dunque che i miei uomini hanno  bisogno di tempo, non foss’altro che per comprendere un albero, per sedersi alla soglia della loro casa di fronte alle stesso albero con gli stessi rami. Essi ormai abitano un luogo e l’albero a poco a poco si rivela.

 

Il poeta e l’albero

Il poeta parla agli uomini del suo albero: un albero ha come destino il vento e la luce: e quindi si contorce e spinge finché è prigioniero delle tenebre e ha degli ostacoli. Perché egli vive e si sviluppa secondo quanto è scritto nel suo seme, per divenire scambio tra la terra e le stelle..

    Ricordo molti anni fa, quando ancora ci portava il vento del deserto, un poeta parlò del suo albero, una sera accanto al fuoco e i miei uomini, molti dei quali non avevano mai visto altro che erba dei cammelli, palme nane e rovi, lo ascoltavano attentamente. ‘Tu non sai - diceva loro - che cos’è un albero. Io ne ho conosciuto uno che era spuntato per caso in una casa abbandonata, un rifugio senza finestre, ed era partito alla ricerca della luce. Come l’uomo deve essere immerso nell’aria, come la carpa deve essere immersa nell’acqua, così l’albero deve essere immerso nella luce. Perché piantato negli astri, per mezzo delle fronde, è la via di scambio fra noi e le stelle. Quell’albero, nato cieco, aveva dunque dispiegato nel buio la sua potente muscolatura, brancolando da un muro all’altro, vacillando e questo dramma si era impresso nelle sue torsioni. Poi, dopo aver infranto un abbaino nella direzione del sole, era emerso dritto come una colonna, e io assistevo, guardando in prospettiva come fa lo storico, alle evoluzioni della sua vittoria. Contrastando magnificamente con i nodi causati dal contorcimento del tronco nella bara, esso si schiudeva nella quiete estendendo, grande come una tavola, il suo fogliame illuminato dal sole, allattato dallo stesso cielo, nutrito superbamente dagli dèi. E ogni giorno, all’alba, lo vedevo risvegliarsi dalla cima alla radice, poiché era popolato di uccelli. Appena albeggiava, cominciava a vivere, poi, una volta che il sole era sorto, il mio albero-casa, il mio albero-castello, lasciava andare nel cielo le sue provviste come un vecchio pastore bonario e restava silenzioso fino a sera..’. Così raccontava e noi sapevamo che bisognava guardarlo a lungo un albero perché nasca in cuore, quella massa di fronde e di uccelli.

    E ora i miei uomini mi domandano:  ‘Quando finirà la guerra? Anche noi vorremmo capire in silenzio’.

 

La volpe del deserto

La cura della volpe fa imparare lentamente ad amare la volpe. Per cui essa diventa qualcosa di unico (come succede spesso a coloro che hanno dei cani). E in quel modo un animale non è più uguale ad un altro, perché in esso si è incarnato e “storicizzato” il nostro amore e la nostra vita..

    Se uno dei miei uomini catturava una volpe del deserto ancora piccola e alla quale potesse dare da mangiare, la nutriva come faceva talvolta con le gazzelle quando si degnavano di non morire. La volpe del deserto gli diveniva ogni giorno più preziosa poiché egli vedeva crescere i suoi peli di seta, la sua astuzia e soprattutto quel bisogno di cibo che esigeva così imperiosamente tutta la sollecitudine del guerriero. E questi viveva nella vana illusione di infondere nel piccolo animale qualcosa di se stesso come se quella volpe fosse nutrita, formata e plasmata del suo amore. Poi un bel giorno la volpe, richiamata dall’amore, fuggiva nella sabbia e svuotava d’un colpo il cuore dell’uomo. Uno di costoro l’ho visto morire per essersi difeso fiaccamente durante un’imboscata. Quando apprendemmo la sua morte, mi tornò in mente la frase misteriosa che aveva pronunciato dopo la fuga della sua volpe, un giorno in cui i suoi compagni, scorgendolo malinconico gli avevano suggerito di catturarne un’altra: “Occorre troppa pazienza – aveva risposto – non per prenderla, ma per amarla”.

 

Gli uomini sono stanchi

Non sono più predoni nomadi (hanno già una città) e non ancora missionari (desiderosi di inglobare altre città nella propria città). E allora manca la spinta, la fede nuova, che permette di conquistare e assimilare una città nuova..

   E ora i miei uomini sono stanchi, e non vogliono spendere la loro vita per una sfida ad una città impenetrabile che ha già la sua vita. Un altro mi ha detto: “Ho dei figli e così crescono senza che io li abbia educati. Non depongo dunque niente in loro. Dove andrò quando sarò morto?”. Circondandoli del silenzio del mio amore, osservo il mio esercito che comincia a fondersi nella sabbia e a disperdersi come quei torrenti causati dai temporali, che si  prosciugano nonostante lo strato sotterraneo d’argilla e muoiono sterili non essendosi mutati, lungo le rive, in alberi, in erba, in nutrimento per gli uomini. Questo mio esercito era partito col desiderio di mutarsi in una nuova oasi, in una nuova città per ornare l’impero e il mio palazzo, ma ecco che adesso combattiamo senza impadronircene e ciascuno  pensa al suo ritorno. Ma purtroppo in questo modo è l’immagine dell’impero che si dilegua come un volto che non si sa più guardare e che si disperde nella disparatezza del mondo. Occorre nuova fede per conquistare una nuova città e farla assomigliare a sé, ma i miei uomini mi dicono: “Che cosa c’importa di essere più o meno ricchi di quest’oasi? In che cosa ci accrescerà? Quali ricchezze ci darà quando, ritornati nelle nostre case, saremo nella nostra cittadella? Questa città con la sua oasi gioverà soltanto a chi l’abiterà e raccoglierà i datteri delle sue palme o laverà la biancheria nell’acqua limpida dei suoi ruscelli”. Ecco, ho capito che il loro fervore si è esaurito: non sono più predoni nomadi che sognano una città perché già ce l’hanno, e non sono ancora missionari, col fervore di fondere nell’impero altre città. Devo riportarli a maturare nel nostro granaio.

 

Per che cosa si può morire

Si può morire per qualcosa per la quale si baratta la propria vita, quindi per quello che si ama, per quello che ha significato per noi, qualcosa a cui ci unisce il nodo divino che unisce le cose. E’ l’unità che permette di avere la forza di sacrificare la propria vita e morire..

    Mi sono chiesto: Perché non vogliono più morire? E nel silenzio del mio amore ho compreso che essi non amano questa nuova città e quindi non vogliono morire per essa. Perché non si muore per delle pecore, né per delle capre né per delle case né per delle montagne o per delle città, poiché gli oggetti sussistono senza che nulla sia loro sacrificato. Ma si muore per salvare il nodo invisibile che li unisce e li trasforma in proprietà, in impero, in volto riconoscibile e familiare. È  in cambio di questa unità che si offre la propria vita, poiché l’unità la si costruisce anche quando si muore. La morte ripaga per via dell’amore. E colui che abbia a poco a poco barattato la sua vita con il lavoro ben fatto e più duraturo della vita, oppure con il tempio che procede lungo i secoli, costui accetta anche la morte se i suoi occhi sanno distinguere il palazzo nella disparatezza dei materiali, e se è abbagliato dalla sua magnificenza e desidera fondersi con esso. Perché è accolto da qualcosa che lo trascende e si concede al suo amore. Ed ecco, essi amano un altro volto.

 

Il potere vero: l’impero non si tiene con i gendarmi

Il potere non può vivere solo di costrizione: costruisce i sudditi solo se li converte, se fa vibrare in loro l’amore, se li aiuta ad entrare e vivere nel senso della vita e delle cose.. Senza fervore, il potere è solo tirannia.

    Ed è inutile usare la forza, costringendoli e perfino giustiziandone alcuni, per provare a far loro amare quello che non fa vibrare nulla in loro. Il potere non si esplica con la forza ma con un linguaggio semplice. Io posso costringere solo se la mia costrizione converte. La mia autorità è la porta monumentale attraverso la quale le sferzate forse obbligano la mandre a passare affinché si trasformino e si trasfigurino. Però nessuna autorità è efficace se gli uomini, una volta che hanno attraversato l’atrio, spogliati di se stessi e usciti dalle loro crisalidi, non sentono le ali spiegarsi dentro di loro e, invece di celebrare la sofferenza che li ha fondati, si scoprono amputati e tristi e si voltano a guardare verso la sponda che hanno appena abbandonato. L’accettazione della morte è possibile soltanto se offri te stesso in cambio di qualcosa, quindi nell’amore. Se manca il fervore e tu usi i gendarmi per mantenere in vita una tua illusione, non sei un vero pastore del tuo popolo. I gendarmi odiano gli altri.  Se hanno delle prigioni, le riempiono di prigionieri. Ma in tal modo fondi il tuo nemico poiché le prigioni sono più rifulgenti dei monasteri. Chi imprigiona o condanna a morte dimostra innanzi tutto di dubitare di se stesso: egli stermina i testimoni e i giudici. Ma non basta per diventare più potente sterminare quelli che ti giudicavano un essere abbietto. Chi imprigiona o condanna a morte dimostra altresì di buttare la colpa addosso agli altri, quindi di essere un debole. Perché quanto più sei forte tanto più tu assumi la responsabilità degli errori. Essi diventano insegnamenti per la tua vittoria. Mio padre, mentre uno dei suoi generali si scusava di essersi fatto battere, lo interruppe: ‘Non essere presuntuoso fino al punto di lusingarti per aver potuto commettere un errore. Quando cavalco un asino ed esso smarrisce la strada, non è l’asino che si sbaglia. Sono io’.  ‘La scusa migliore dei traditori – diceva altre volte -  è di aver potuto tradire!’.

 

Partenza per il ritorno

La decisione di tornare indietro. Forse in futuro..

    Riconoscerò dunque il mio errore. Ho chiesto troppo ai miei uomini e l’impero che io voglio fondare per ora è troppo vasto per loro. Ritorneremo dunque alla nostra cittadella, domani all’alba, e ci accontenteremo di depredare qualche piccola oasi sulla via del ritorno. Ma forse un giorno qualcuno del nostro popolo riuscirà, trasportato dal vento, a entrare in questa città e come seme vi deporrà la vita del nostro impero e vi farà crescere  un nuovo albero..”.

 

Fine e inizio

Forse, là in mezzo al deserto, da qualche parte c’è una cittadella che si costruisce nel cuore degli uomini..

    E così l’imperatore tornò a gettare pazientemente il seme della sua cittadella nel cuore degli uomini, perché nascessero nel vento i cedri dell’impero e io, riparato l’aereo, me ne tornai a Dakar, per il mio lavoro di corriere postale. Ma ogni volta che sorvolo il deserto e vedo un puntino verde nell’immensità della sabbia penso:  “Forse è quella l’oasi il cui cuore è  costruito dal cerimoniale di un vecchio saggio, che tra dolore e gioia conduce gli uomini per mano a vivere di amore”. E allora il deserto non mi appare più come una solitudine senza senso, ma come uno scrigno che in qualche luogo conserva una perla per la gloria di Dio.

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42. AL DI FUORI DEL TEMPO, NELLO SPAZIO DEL CUORE

 

    E ora lasciamo parlare l’imperatore da solo, in un monologo fatto di parole e di silenzi, fatto soprattutto di avvenimenti interiori, nel grande oceano del cuore..

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43. SOLITUDINE

 

Se dai, ricevi più di quanto dai

Più dai, più hai da dare

Colloquio con colei che è sola: se è sola, deve imparare ad amare, e a donare gratuitamente. Perché imparerà a vivere del suo amore e del suo dono.

    Parlerò a te che sei sola, perché desidero riversare in te questa mia luce. Ho scoperto che nel tuo silenzio e nella tua solitudine era possibile alimentarti poiché le divinità se ne infischiamo dei muri e dei mari. Anche tu ti senti arricchita dal fatto che esiste in qualche luogo un odore di cera. Anche se non speri di gustarlo. Quando dai, ricevi più di quanto tu dia. Poiché non eri nulla e divieni. Poco m’importa  che le parole si contraddicano. Io illuminerò anche te affinché  la tua soffitta sia rischiarata e il tuo cuore abitato. Forse ti è difficile ricevere lo sposo diletto nella tua casa per via di una spalla rotta o di un difetto dell’occhio. Ma ci sono delle presenze più intense. Perché l’amore non si esaurisce.

    Quanto più dai tanto più ti resta da dare. E se vai ad attingere alla vera fontana, quanto più attingi, tanto  più essa è generosa. L’odore di cera è vero per tutti. E se anche un altro lo assapora, esso avrà maggior valore per te. Ma il tuo sposo diletto ti deprederà, se sorriderà a un’altra e ti farà sentire stanca d’amare. Perciò io verrò a farti visita. Non ho bisogno di farmi conoscere da te. Io sono il nodo dell’impero e ho inventato per te una preghiera. Sono la chiave di volta di un certo sapore delle cose. Ti stringerò a me e sarà così la fine della tua solitudine. Perché dunque non dovresti seguirmi? Non sono più nient’altro che te stessa. Così la musica quando costruisce in te una certa struttura che ti infiamma. La musica non è vera né falsa. Sei tu che sei divenuta. Non voglio che tu sia sola nella tua perfezione. Sola e amareggiata. Io ti risveglierò al fervore, che dà e non sottrae mai poiché il fervore non chiede né il possesso né la presenza. Ma il poema è bello per delle ragioni che non appartengono alla logica poiché sono di un altro livello. Il poema è tanto più poetico, quanto più grande è la vastità che t’infonde nel cuore. Poiché tu puoi emettere un suono, ma questo suono non è sempre uguale. Esiste della cattiva musica che apre nel tuo cuore delle vie mediocri. La divinità che ti appare è una divinità debole. Ma ci sono delle visite che ti lasciano esausta per aver tanto amato. Perciò ho inventato per te che sei sola questa preghiera:

 

Preghiera della solitudine

Contro la solitudine, occorre che abbiamo la convinzione di abitare qualcosa, di avere una casa da qualche parte, di avere delle relazioni che ci fanno vivere e che danno senso e linee di forza ai nostri gesti di ogni giorno.. L’importante è imparare a leggere un volto in trasparenza, per essere collegati al nodo divino che unisce le cose.

     “Abbiate pietà di me, Signore, perché la solitudine mi pesa. Io non attendo nulla. Eccomi in questa stanza nella quale nulla mi parla. E tuttavia non sollecito delle presenze, poiché mi sento ancora più sperduta tra la folla. Ma quest’altra donna che è sola come me in una camera simile alla mia, ha il cuore che trabocca di gioia, se quelli che ama attendono alle proprie faccende in un’altra parte della casa. Essa non li sente e non li vede. Non riceve nulla da loro sul momento. Ma per essere felice le basta sapere che la sua casa è abitata. Signore, nemmeno io chiedo di vedere e di sentire qualcosa. I vostri miracoli non sono per i sensi. Ma per guarirmi basta che m’illuminiate sulla mia dimora. Il viaggiatore nel deserto, se è di una casa abitata, anche se la sa ai confini del mondo se ne rallegra. Nessuna distanza gli impedisce di sentirsi nutrito da essa, e se muore, muore nell’amore.. Signore, non chiedo nemmeno che la mia dimora  sia vicina. Il passante che è stato colpito da un volto tra la folla, ecco si trasfigura, anche se il volto non è per lui. Così avviene di quel soldato innamorato della regina. Egli diviene il soldato di una regina. Signore, non chiedo neppure che questa dimora mi sia promessa. In alto mare ci sono degli uomini ardenti votati ad un’isola che non esiste. Questi naviganti cantano il cantico dell’isola e si sentono felici. Non è l’isola che li riempie di gioia, ma il cantico. Signore, non chiedo neppure che questa dimora si trovi in qualche luogo…Signore, la solitudine è frutto delle spirito quando è malato.

    Esso ha una sola patria, che dà un senso alle cose, così come il tempio dà un senso alle pietre. Lo spirito non ha ali se non per questo spazio. Esso non si rallegra per degli oggetti, ma per il volto che si legge in trasparenza e che li lega insieme. Concedetemi allora, Signore, chi io impari a leggere, semplicemente; sarà la fine della mia solitudine”.

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44. LA MORTE DEL NEMICO DELL’EST

 

    Quell’anno morì colui che regnava a est del mio impero, colui che io avevo aspramente combattuto. Compresi dopo tante lotte che mi appoggiavo a lui come a un muro. Ricordo ancora i nostri incontri.

 

La tenda nel deserto

Un luogo spoglio di ogni potere, per incontrarsi alla pari, senza mescolare gli eserciti, senza versare inutilmente il sangue..

    Si piantava nel deserto una tenda color porpora, che rimaneva vuota, e noi ci recavamo entrambi sotto questa tenda, mentre i nostri eserciti restavano separati, poiché è pericolosa la mescolanza degli uomini. La folla vive solo nel suo ventre. Tutte le dorature si scrostano. Così  essi ci guardavano con invidia e siccome facevano assegnamento sulle loro armi non si lasciavano prendere da una facile commozione. Aveva ragione mio padre quando diceva: “Non devi incontrare l’uomo in superficie ma al settimo piano della sua anima, del suo cuore e della sua mente. Altrimenti se vi cercherete negli impulsi più volgari, finirete col versare sangue inutilmente”. Perciò io l’avevo compreso e lo incontravo disarmato e murato in un triplice bastione di solitudine. Ci sedevamo sulla sabbia, l’uno di fronte all’altro. Non so chi di noi due fosse allora il più potente. Ma in quella solitudine sacra la potenza diveniva moderazione. Poiché le nostre gesta scuotevano il mondo, ma noi le moderavamo.

 

Si parlava di pascoli, ma non volevo che contaminasse il mio regno

Ma anche di stare attenti a mescolare i popoli: perché la mescolanza delle culture cambia tutta la storia e il volto di un popolo.. Eppure era con gioia che lo incontravo, perché egli mi fondava e mi faceva essere vero, lontano dalle riconoscenze degli amici.

    Discutevamo allora di pascoli: “Ho venticinquemila bestie che muoiono di sete”, diceva.  “Dalle tue parti è piovuto”. Ma io non potevo tollerare che portassero da noi le loro usanze straniere e il dubbio che fa marcire. Come potevo accogliere nelle mie terre quei pastori di un altro universo? E gli rispondevo: “Ho venticinquemila bambini che devono imparare le loro preghiere e non quelle altrui, perché altrimenti non avranno forma..”, e le armi decidevano le controversie tra i nostri popoli. Noi eravamo simili a due maree che vanno e vengono. E se nessuno di noi avanzava, benché premessimo con tutte le nostre forze contro l’avversario; ciò significava che eravamo all’apogeo, avendo rafforzato il nostro nemico con la sua sconfitta:  “Tu mi hai vinto, perciò sono io il più forte”.

     Non che io disprezzassi la sua grandezza, né i  suoi giardini pensili nella capitale, né i profumi dei suoi mercanti; né la fine oreficeria dei suoi cesellatori, né le sue grandi dighe per le acque. L’uomo inferiore inventa il disprezzo, perché la sua verità esclude le altre. Ma noi che sapevamo che le verità coesistono, non pensavamo certo di sminuirci riconoscendo quella dell’altro, benché essa fosse il nostro errore.  Il melo, che io sappia, non disprezza la vite, né la palma il cedro. Ognuno si aggrappa al più forte, ma non confonde le proprie radici. E salva così la sua forma e la sua essenza poiché si tratta di un capitale di inestimabile valore che non si deve imbastardire. “Lo scambio vero – mi diceva – è il cofanetto di profumo o il seme o quell’oggetto di cedro giallo che riempie la tua casa del profumo della mia casa. La sola stima che conti è quella d’un nemico. La stima degli amici ha valore solo se essi limitano la loro riconoscenza, e i loro ringraziamenti e tutti i loro impulsi volgari. Se muori per il tuo amico, ti proibisco di commuoverti..”. Mentirei se dicessi che in lui avevo un amico. Eppure noi ci incontravamo con profonda gioia, ma è proprio qui che le parole ingannano a causa della volgarità degli uomini. La gioia non era per me, era per Dio. Egli era una strada verso Dio. I nostri incontri erano chiavi di volta.

 

Ho pianto il mio nemico

Perché non ho ancora sviluppato il senso dell’eterno e quindi mi mancano le cose che passano, che avevo e che non ho più. Invece egli mi avrebbe abbracciato nella sua calma, che conosce come Dio fa essere e cessare tutte le cose, secondo il corso stabilito di tutte le cose..

    Noi non avevamo nulla da darci. Dio mi perdoni se ho pianto quando è morto. La conoscevo bene, l’imperfezione del mio dolore. “Se piango – mi dicevo – ciò significa che non sono ancora abbastanza puro”. E lo immaginavo, se lui avesse appreso la mia morte, al ritorno da una terra lontana nel cuore della notte. Avrebbe contemplato quel grande tremolio del mondo con gli stessi occhi con cui aveva contemplato il crepuscolo o il tramonto del sole sullo specchio calmo delle acque quando il mondo si trasforma. “Signore”, avrebbe detto al suo Dio, “scende la notte e spunta il giorno secondo il tuo volere. Ma che cosa va perduto di questo covone fatto, di quest’epoca revoluta? Io sono stato“. Ecco mi avrebbe rinchiuso nella sua calma ineffabile. Ma io non ero abbastanza puro e non avevo ancora il gusto dell’eterno. E, come le donne, provavo quella vaga malinconia, quando il vento della sera fa appassire le rose dei miei vividi roseti. Perché quel vento mi fa appassire nelle mie rose e io mi sento morire in esse. Nel corso della mia vita avevo sepolto i miei capitani, deposto i miei ministri, perso le  mie mogli. Mi ero lasciato dietro cento immagini di me stesso come il serpente lascia le sue pelli. E tuttavia, così come ritorna il sole che è la misura e il pendolo del giorno, o l’estate che misura le oscillazioni dell’anno, d’incontro in incontro, di trattato in trattato, i miei uomini d’arme piantavano la tenda vuota nel deserto. E noi ci  recavamo là. Si rinnovava così l’usanza solenne e quel sorriso sul volto incartapecorito e quella calma quasi di morte e quel silenzio che non è dell’uomo ma di Dio.

 

Io restavo solo

Egli, il nemico, mi aveva capito. Mentre tutti gli altri vivevano del mio arbitrio, e loro non sapevano niente di me e dei miei turbamenti interiori. Il carico interiore rimaneva solo per me.

    Ma ecco che io restavo solo, il solo responsabile di tutto il mio passato, senza che nessuno testimoniasse d’avermi visto vivere. Tutte quelle azioni che non avevo mai voluto spiegare al mio popolo ma che lui, il mio vicino dell’Est, aveva compreso, tutti quei turbamenti interiori che non avevo mai rivelato a nessuno, ma che lui aveva intuito nel suo silenzio. Tutte quelle responsabilità che mi avevano schiacciato e che tutti ignoravano – poiché era bene che credessero anzitutto nel mio arbitrio -, ma che lui, il mio vicino dell’Est, aveva soppesate senza mai compatire, al di sopra, al di fuori di ogni cosa, giudicando in modo diverso da me, ecco che si era addormentato sulla sabbia purpurea, dopo aver steso su di sé la sabbia come degna coltre, ecco che aveva abbozzato quel sorriso malinconico e pieno di Dio, che accetta di aver legato il covone, ad occhi chiusi sulle proprie provviste.

 

Sgomento egoistico

Sgomento perché ormai non riconoscevo più nessuno; tutto e tutti erano passati. Eppure è questo il momento di sentirsi liberi e vivere come tali, capaci di dare spazio al nodo divino che unisce le cose e che decide l’andamento della storia del tutto e dei singoli.. Aperti all’infinito..

    Ah! Quanto egoismo nel mio sgomento! Io così debole, che davo importanza alla traiettoria del mio destino quando esso non ne ha, che misuravo l’impero su me stesso invece di fondermi nell’impero, scoprivo che la mia vita personale, così come un viaggio, aveva come meta questa  sommità. Ho conosciuto quella notte la linea di spartiacque della mia vita. Ridiscendevo dall’altro versante dopo aver lentamente scalato la montagna, e non riconoscevo più nessuno, non scorgevo più alcun volto familiare. Per la prima volta mi sentivo vecchio e indifferente a tutti poiché diventavo indifferente a me stesso, avendo lasciato sull’altro versante tutti i miei capitani, tutte le mie mogli, tutti i miei nemici e forse il mio unico amico – ormai solitario in un mondo abitato da tribù che non conoscevo più. Ma a questo punto seppi riprendermi. “Ho rotto la mia ultima scorza - mi dicevo - e forse sto per diventare puro. Non ero poi così grande, poiché mi consideravo superiore. E questa prova mi è stata inviata perché diventavo fiacco, corrotto dentro il cuore. Ma io saprò vederlo in tutta la sua grandezza, il mio amico morto, e non lo piangerò. Egli sarà stato, semplicemente.

 

Egli è stato semplicemente

E mi ha aiutato ad essere: incarnazione concreta del nodo divino che unisce le cose. La sua presenza e il suo sorriso mi ha guarito..

    La sabbia  mi sembrerà più ricca poiché nel cuore di questo deserto l’ho visto spesse volte sorridere. E per me il sorriso di tutti gli uomini diventerà migliore per via di questo sorriso particolare. Questo sorriso particolare arricchirà tutti i sorrisi. Perché vedrò nell’uomo il modello che nessun scultore ha saputo trarre dal masso di pietra, ma attraverso quel masso conoscerò meglio il volto dell’uomo poiché ne ho fissato uno negli occhi. Ridiscendo dunque dalla mia montagna: non aver paura, popolo mio, ho riallacciato il filo. Era pericoloso aver bisogno di un uomo. La mano che mi ha guarito e ricucito è scomparsa, ma non la cucitura. Ridiscendo dalla montagna e incontro delle pecore e degli agnelli. Li accarezzo. Sono solo al mondo davanti a Dio, ma accarezzando questi agnelli che aprono le sorgenti del cuore – non tale agnello, ma attraverso lui la debolezza degli  uomini – io ti ritrovo”. Quanto al mio amico, l’ho posto nella morte.

 

Ogni anno di nuovo..

Rimane un cerimoniale anche senza l’amico-nemico, perché quel cerimoniale nutre il cuore..

    E ogni anno piantiamo una tenda nel deserto mentre il mio popolo prega. I miei eserciti impugnano le armi, i fucili sono carichi, i cavalieri cavalcano per ispezionare il deserto, e si taglia la testa a colui che si avventura nella contrada.  Io avanzo solo. Sollevo la tela della tenda, entro e mi siedo. E sulla terra scende il silenzio.

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45. PREGHIERA

 

    Mi venne perciò il gusto della morte e dicevo a Dio: “Dammi la pace delle stalle, delle cose ordinate, delle messi mature. Lasciami  essere, poiché ho finito di divenire.

 

Tutto mi è estraneo

Quando si è vecchi, le cose sono cambiate, le persone, molte persone, che formavano il tuo mondo, non ci sono più. Sembra di essere carichi di cose inutili. E’ l’ora di stare soli..

    Sono stanco dei turbamenti del mio cuore. Sono troppo vecchio per ricominciare a formare tutti i miei rami. Ho perso l’uno dopo l’altro i miei amici e i miei nemici, e la mia strada è immersa nella tristezza e nella solitudine. Mi sono allontanato, sono ritornato, ho guardato: ho ritrovato gli uomini attorno al vitello d’oro, uomini non interessati ma stupidi. E i bambini di oggi mi sono più estranei dei barbari senza religione. Sono carico di tesori inutili come una  musica che non  sarà mai più compresa. Ho iniziato la mia opera nella foresta con la scure del boscaiolo, ed ero ebbro del cantico degli alberi. Così, per essere giusto, è necessario rinchiudersi in una torre. Ma ora che ho osservato gli uomini da vicino, mi sento stanco.

 

Tripudio della folla che fa sentire solo

Dio solo può riempire il cuore, Dio solo può essere ponte fra te e gli altri.

    Appari a me, Signore, perché è tutto molto faticoso quando si perde il gusto di Dio. Feci un sogno dopo il grande entusiasmo. Ero entrato vincitore nella città e la folla si sparse per le vie in un tripudio d’orifiamme, gridando e cantando al mio passaggio. I fiori formavano un tappeto in nostro onore. Ma Dio m’infuse soltanto un sentimento amaro. Mi sembrava di essere prigioniero di un popolo fiacco. Perché tutta quella folla acclamante ti lascia talmente solo! Ciò che ti è dato si allontana da te poiché non esiste nessuna passerella fra te e gli altri, se non attraverso Dio. Sono miei veri amici soltanto coloro che si prostrano con me nella preghiera, fusi insieme e chicchi della medesima spiga in attesa di divenire pane. Ma costoro  adorandomi creavano in me un deserto, poiché io non so rispettare chi s’inganna e non posso approvare questa adorazione di me stesso. Non posso accettare l’incenso perché non mi giudicherò in base ai giudizi degli altri e poi sono stanco di me. Io mi trascino pesantemente e ho bisogno, per penetrare in Dio, di spogliarmi di ogni ambizione. Perciò costoro incensandomi mi rendevano triste e arido come un pozzo vuoto allorché il popolo ha sete e si curva per bere. Non possedevo nulla d’importante da offrire e da costoro, dal momento che si prostravano ai miei piedi, non avevo più niente da ricevere. Perché io ho bisogno soprattutto di colui che è come una finestra spalancata sul mare e non uno specchio della mia noia. Di tutta quella folla, soltanto i morti che non si agitavano più per delle cose vane mi sembravano degni. Allora feci questo sogno, poiché le acclamazioni mi avevano spossato come un sordo frastuono che non aveva più  alcun valore per me.

 

Sogno: il blocco di granito sulla montagna e il corvo

            Dio, eterno, immutabile e incorruttibile, diversamente dagli uomini, non è un’eco della nostra voce, un prolungamento del nostro io. Egli è il Totalmente Altro. Per questo ci fonda con il suo mistero insondabile e incolmabile. Davanti a lui è possibile solo l’affidarsi o il rifiutare, ma non è possibile essere al suo pari, e avere da lui le stesse reazioni e le stesse notizie che abbiamo dai nostri simili!

    Un sentiero scosceso e scivoloso scendeva a strapiombo sul mare. Era scoppiato il temporale e la notte brontolava come un otre pieno. Io salivo con ostinazione verso Dio per chiedergli il perché delle cose e farmi spiegare dove mi avrebbe condotto lo scambio che mi si era voluto imporre. Ma in cima al monte scoprii soltanto un pesante blocco di granito – e questo blocco era Dio. “E’ proprio Lui – dicevo tra me – immutabile e incorruttibile”, poiché speravo ancora di non sprofondare nuovamente nella solitudine. “Signore – gli dissi – istruiscimi. Ecco che i miei amici, i miei sudditi non sono più che burattini. Io li tengo in mano e li faccio muovere a mio piacimento.  Non è il fatto che mi ubbidiscono che mi tormenta, poiché è bene che la mia saggezza scenda in loro. Ma per il fatto che sono diventati quel riflesso di specchio che mi rende più solo di un lebbroso. Se io rido, essi ridono. Se taccio diventano tristi. E la mia parola che ben conosco li riempie come il vento gli alberi. Sono solo a doverli saziare. Per me lo scambio non è più possibile poiché in questo colloquio smisurato sento ormai soltanto la mia voce che essi mi rimandano come echi agghiaccianti di un tempio. Per quale motivo l’amore mi fa paura e che cosa mi devo aspettare da questo amore se non una moltiplicazione del mio io?”. Ma il blocco di granito gocciolante pioggia lucente rimaneva impenetrabile.  “Signore – gli dissi, scorgendo un corvo nero sopra un albero vicino - io mi rendo conto che il silenzio si addice alla tua Maestà. Tuttavia ho bisogno di un cenno e io non sarò più solo al mondo. Sarò legato a te per mezzo di un cenno confidenziale, anche se oscuro. Io chiedo soltanto che mi sia rivelato che forse c’è qualcosa da capire”. Osservavo il corvo. Ma esso rimaneva immobile. Allora mi prostrai davanti alla roccia. “Signore – gli dissi - tu hai certamente ragione. Non s’addice alla tua Maestà la sottomissione alle mie consegne. Se il corvo fosse volato via mi sarei rattristato ancora di più. Perché un cenno simile l’avrei potuto avere soltanto da un mio pari. Quindi ancora da me stesso, come un riflesso del mio desiderio. E avrei incontrato nuovamente la mia solitudine”.

    Perciò, dopo essermi prostrato, ritornai  sui miei passi. Ma accadde un fatto strano: alla mia disperazione subentrò una serenità inattesa e singolare. Affondavo nel fango della strada, mi scorticavo tra i rovi, lottavo contro le raffiche di vento, eppure in me si diffondeva una luce serena. Poiché non sapevo nulla ma non c’era nulla che potessi capire senza provare disgusto. Non avevo toccato Dio, poiché un Dio che si lasci toccare non è più un Dio; né se esaudisce le preghiere. Per la prima volta capivo che la preghiera vera è quella senza risposta e nel non essere un vile commercio. Capivo che il noviziato della preghiera è il noviziato del silenzio e che l’amore inizia soltanto là dove non si attende più alcun dono in cambio.

 

Ritorno tra il popolo

Il popolo è nel suo imperatore, in lui respira, da lui apprende il modo di realizzare concretamente il nodo divino che unisce le cose. E grazie al silenzio di Dio è possibile che la vita e l’amore si facciano preghiera, imperatore e popolo insieme..

    L’amore è innanzi tutto esercizio della preghiera tra il mio popolo, circondandolo per la prima volta del mio amore fatto di silenzio, e stimolando le sue offerte fino alla morte, tanto essi erano ebbri delle mie labbra schiuse. Ero il pastore, il tabernacolo del loro cantico, il depositario dei loro destini, il padrone dei loro beni e delle loro vite, eppure nel mio orgoglio inflessibile ero più povero e più umile di loro. Sapevo bene che in questo cambio non potevo ricevere nulla. Essi divenivano in me, semplicemente, e il loro cantico si fondava sul mio silenzio. E attraverso me, io e loro, non eravamo più che una preghiera fondata sul silenzio di Dio.

    La preghiera, come ti ho detto, è esercizio dell’amore grazie al silenzio di Dio. Se tu avessi trovato Dio, ti fonderesti in Lui, ormai compiuto. E perché dovresti crescere per divenire?..

 

Solo il fervore del cammino

Ha senso solo la direzione, il cammino, lo sforzo, il fervore, l’amore, e tutto questo nel concreto della vita di ogni giorno. La vita conta, non contano le tappe o le cose conseguite..

    Una civiltà non basata sull’utilizzazione delle sue scoperte, ma soltanto sul fervore ancora da scoprire. Tu non chiedi al tuo medico di giustificare il proprio intervento con l’importanza del malato. Quello che conta anzitutto è andare avanti poiché le mete sono solo apparenti e tappe arbitrarie; tu non sai mai dove sei diretto. Oltre la vetta di quel monte vi è un’altra vetta. E al di là di questo individuo salvi qualcos’altro, anche se si trattasse soltanto del culto del salvataggio. Se tu agisci per avere una ricompensa e se chiedi a quest’uomo, come in base a un contratto, di ricompensarti,  sei un mercante e  non un uomo. Non puoi conoscere nulla delle tappe che sono soltanto un’invenzione del linguaggio. Solo la direzione ha un significato. Ciò che importa è di andare verso e non di arrivare, poiché non si arriva mai in nessun luogo fuorché nella morte.

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46. AMORE E POSSESSO

 

L’amore vero non fa soffrire

Perché esso è puro dono e non si attende nulla in cambio, dunque non può essere deluso. Solo l’amore del possesso e della proprietà fanno soffrire, perché puoi essere danneggiato in quello che possiedi, ma non certamente in quello che doni gratuitamente..

     Non confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci. Perché contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore. Perché se amo Dio me ne vado a piedi sulla strada zoppicando per portarlo agli altri uomini. Non riduco Dio in schiavitù. Io mi nutro di tutto ciò che egli concede agli altri. In tal modo si riconosce chi ama veramente dal fatto che egli non può essere danneggiato.

 

Morire per l’impero, gratuitamente

L’amore per la patria è uno di questi amori: semplicemente gratuito, senza calcoli e dunque senza ricevere danni, perché la tua ricchezza la porti con te, in quell’immagine dell’impero che vive dentro di te..

    Colui che muore per l’impero, l’impero non lo può danneggiare. Si può parlare dell’ingratitudine del tale o del tal altro, ma chi ti potrebbe parlare dell’ingratitudine dell’impero? L’impero è costruito con le tue offerte, e che sordido calcolo sarebbe il tuo se ti preoccupassi di ricevere una ricompensa dall’impero!

 

L’amore vero non attende nulla

L’amore vero e la preghiera vera non attendono nulla in cambio: semplicemente sono aperture sull’infinito, nel dono e nel colloquio..

    Colui che ha dato la sua vita per il tempio e ha barattato se stesso col tempio amava veramente, ma in che modo potrebbe sentirsi danneggiato dal tempio? L’amore vero inizia là dove non attendi più nulla in cambio. E se l’esercizio della preghiera si rivela così importante per insegnare all’uomo  l’amore degli uomini, ciò avviene soprattutto perché essa non ottiene risposta.

 

L’amore interessato è disgustoso

Non è amore la ricerca della preda o la pretesa di essere ascoltati e ricompensati. Nulla ha il potere invece di disonorare o di deludere l’amore vero..

    Il vostro amore è basato sull’odio, poiché fate della donna o dell’uomo i vostri schiavi considerandoli dei beni di cui solo voi dovete godere e cominciate a odiare, come i cani quando girano attorno al truogolo, chiunque adocchia il vostro pasto. Voi chiamate amore questo pasto da egoista. Appena l’amore vi è concesso, di questo dono spontaneo, come nelle false amicizie, fate una servitù e una schiavitù, e dal momento in cui siete amati cominciate a scoprirvi danneggiati e a infliggere agli altri, per meglio asservirli, il triste spettacolo della vostra sofferenza. Voi soffrite veramente ed è proprio questa sofferenza che mi disgusta. Per quale motivo secondo voi dovrei ammirarla? Certo anch’io quando ero giovane ho camminato su e giù sulla mia terrazza per via di qualche schiava fuggita nella quale leggevo la mia guarigione. Avrei sollevato eserciti interi per riconquistarla. E per possederla avrei gettato ai suoi piedi intere province, ma Dio mi è testimone che non ho mai confuso il senso delle cose e che non ho mai definito amore, anche se metteva in gioco la mia vita, questa ricerca della preda. L’amicizia io la riconosco dal fatto che non può essere delusa e riconosco l’amore vero dal fatto che non può essere oltraggiato. Se qualcuno viene a dirti: “Ripudia quella donna perché ti disonora..”, ascoltalo con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché chi ha il potere di disonorarti? E se qualcuno viene a dirti: “Ripudiala, tanto tutte le tue cure sono inutili..”, ascoltalo con indulgenza, ma non mutare il tuo comportamento, poiché un giorno hai fatto la tua scelta. Se ti possono rubare ciò che ricevi, chi ha il potere di rubarti quello che offri? E se qualcun altro viene a dirti: “Qui hai dei debiti. Qui non ne hai. Qui si riconoscono i tuoi meriti. Qui sono beffeggiati”, tappati le orecchie per non sentire simili calcoli. A tutti costoro dovrai rispondere: “Amarmi significa anzitutto collaborare con me”.

 

Amore e collaborazione: l’amore senza speranza è fatto di silenzio e arricchisce

Se Dio ha tracciato per te delle linee di forza e tu vivi di queste forze, che derivano dal nodo divino che unisce le cose, allora più l’amore è senza speranza e più egli nutre il cuore con il suo dono..

    Se il tuo amore è senza speranza devi tacerlo. Esso può alimentarti se è fatto di silenzio, poiché tracci una direzione nel mondo e ogni direzione che ti permetta di avvicinarti e di allontanarti, di entrare e di uscire, di perdere e di trovare, ti accresce. Perché tu sei colui che deve vivere. E non c’è vita se nessuna divinità ha tracciato per te delle linee di forza. Se il tuo amore respinto diviene una vana supplica per ottenere una ricompensa alla tua fedeltà e non hai la forza d’animo di tacere, allora se c’è un medico che ti possa guarire, non indugiare. Poiché non bisogna confondere l’amore con la schiavitù del cuore. L’amore che prega è bello, ma l’amore che supplica è degno di un servo. Se il tuo amore urta in qualcosa di assoluto come il dover superare l’impenetrabile muro di un monastero o dell’esilio, allora ringrazia Dio se quella donna ricambia il tuo amore, anche se in apparenza è sorda e cieca. Poiché c’è una lampada accesa per te nel mondo. Non importa se non puoi servirtene. Chi muore nel deserto possiede una casa lontana che lo rende ricco anche se lui muore. Se io plasmo delle anime nobili e scelgo la più perfetta per murarla nel silenzio, nessuno apparentemente riceve qualcosa da lei. Eppure quest’anima nobilita tutto il mio impero. Chiunque passa in lontananza si prostra. E sorgono i segni rivelatori e i miracoli. Perciò se qualcuno ti ama, anche se inutilmente, e tu ricambi il suo amore, allora camminerai nella luce. Perché se esiste la divinità, è grande la preghiera cui risponde soltanto il silenzio. E se il tuo amore è accettato e qualcuno apre le sue braccia, allora prega Dio di salvare questo amore dalla morte, poiché io temo per i cuori appagati.

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47. VECCHIAIA

 

I segni premonitori della fine

Sono screpolature della corteccia e non del tronco!

    Ed ora che mi tormenta questo dolore sordo alle reni che i medici non sanno guarire; ora che sono come un albero della foresta sotto la scure del boscaiolo, ora che Dio abbatterà anche me come una vecchia torre, ora che i miei risvegli non sono più risvegli di un ventenne; distendimento dei muscoli e volo aereo dell’ingegno, ho trovato la mia consolazione che è di non soffrire per questi presagi che si manifestano in tutto il corpo e di non essere intaccato da sofferenze meschine, personali e segrete e alle quali gli storici dell’impero non dedicheranno neppure tre righe nelle loro cronache – poiché poco importa che mi cavino un dente vacillante e sarebbe troppo meschino da parte mia attendere la minima pietà. Anzi mi arrabbio, se ci penso. Perché le screpolature della mia corteccia sono quelle del vaso e non del contenuto.

 

La dignità del vicino dell’Est

Egli sapeva regnare sul suo corpo, proprio come un vero re..

    Mi raccontano che quando il mio vicino dell’Est fu colpito da paralisi e una parte del suo corpo divenne fredda e morta, anche se doveva portarsi dietro quel fratello siamese che non rideva più, non perse nulla della propria dignità, anzi superò molto bene questo tirocinio. E a quelli che  si congratulavano con lui per la sua forza d’animo rispondeva con disprezzo che s’ingannavano sulla sua persona e che lo serbassero per i bottegai della città quel genere di omaggi. Poiché colui che regna, se non regna innanzitutto sul proprio corpo, non è altro che un ridicolo usurpatore. Non esiste decadimento per me, ma soltanto la gioia meravigliosa di liberarmi oggi un po’ di più. Ah! Vecchiaia dell’uomo! Non riconosco nulla sull’altro versante della montagna. Col cuore pieno del mio amico morto, osservo i villaggi con occhi inariditi dal pianto e attendo che l’amore mi sommerga di nuovo come una marea.

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48. MORTE

 

Morire per la leggenda della notte di Natale

La dolcezza del cerimoniale della notte di Natale: si è disposti a morire per il sorriso di un bimbo che sogna sui suoi doni di quella notte.

    Ho conosciuto un tale che voleva morire perché aveva sentito cantare la leggenda di un paese del Nord e sapeva vagamente che in quel paese, in una certa notte dell’anno, la gente camminava sulla neve scricchiolante, sotto le stelle, dirigendosi verso capanne di legno illuminate. Se tu entri nel loro alone di luce dopo un lungo cammino e guardi dai vetri, scopri che quel chiarore proviene da un albero. Ti dicono che quella notte ha un sapore di giocattoli di legno verniciato e un odore di cera. Ti dicono anche che i volti della gente, quella notte, sono straordinari poiché in attesa d’un miracolo. Vedi i grandi che trattengono il respiro e fissano gli occhi dei bambini, e si preparano a una grande  commozione. Perché tra poco negli occhi dei quei bimbi avverrà qualcosa di ineffabile che non ha prezzo. Perché questo momento l’hai preparato durante tutto l’anno con l’attesa, con racconti, con promesse e soprattutto con i tuoi sottintesi, le tue allusioni segrete e l’immensità del tuo amore. Ora tu staccherai dall’albero qualche umile oggetto di legno e lo porgerai al bambino secondo la tradizione del tuo cerimoniale. È il momento supremo. Più nessuno respira. Il bambino batte le palpebre poiché l’hanno appena scosso dal sonno. Ora è là sulle tue ginocchia con quel suo fresco odore di bambino appena svegliato e quando ti getta le braccia al collo ti dà qualcosa che è come una fontana per il cuore e di cui hai sete (E’ una grande seccatura per i bambini essere rapinati di una sorgente che si trova dentro di loro e che essi non possono conoscere, una sorgente alla quale tutti quelli che sono invecchiati di spirito vengono a bere per ringiovanire). Ma i baci sono qui sospesi.

 

Il bambino e il suo giocattolo

..un certo colore degli occhi, un certo sorriso, una certa relazione personale in silenzio: tutto questo rende la vita degna di essere vissuta, addirittura si può essere disposti a morire perché questa vita continui a pulsare e a sognare..

    Il bambino guarda l’albero, e tu guardi il bambino. Perché si tratta di cogliere un gesto di stupore come un fiore raro che nasca nella neve una volta all’anno. Ed eccoti appagato da un certo colore degli occhi che si fanno tristi. Perché il bambino si ripiega sul suo tesoro per riceverne la luce dentro di sé, di colpo, appena il regalo l’ha sfiorato, come fanno gi anemoni di mare. Quel bambino fuggirebbe se non lo trattenessi. E non c’è speranza di entrare in contatto con lui. Non parlargli, ormai non sente più. Questo  mutamento di colore appena percettibile, più lieve di una nube sulla prateria, non venirmi a dire che non pesa. Poiché anche se esso fosse la sola ricompensa di tutto l’anno, del sudore del tuo lavoro, della tua gamba perduta in guerra, e delle tue notti di meditazione, degli affronti e delle sofferenze patite, ecco ti ripagherebbe lo stesso e ti incanterebbe. Poiché tu ci guadagni in questo scambio. Non ci sono parole per esprimere l’amore della proprietà, il silenzio del tempio né per questo instante incomparabile. Perciò il mio soldato voleva morire - lui che non era vissuto che di sole e si sabbia, lui che non conosceva alberi illuminati, lui che sapeva appena la direzione del Nord - poiché gli avevano detto che in qualche luogo erano minacciati da qualche conquista un certo odore di cera e un certo colore degli occhi, che un giorno le leggende gli avevano recato come il vento l’odore delle isole. Ed io non conosco una ragione migliore per morire.

 

Il nodo divino solo alimenta

Noi siamo uno specchio vuoto se non siamo alimentati dal nodo divino che unisce le cose, e che si riflette soprattutto nel flusso della vita, nei desideri, nei sogni, nell’amore, e non nelle provviste materiali..

    Soltanto il nodo divino che lega le cose ti può alimentare. Tale nodo se ne infischia dei mari e dei muri. Ecco ti senti appagato nel tuo deserto sapendo che esiste in qualche luogo, in una direzione che ignori, presso genti straniere di cui non sai nulla, in un paese che non conosci, una certa attesa di una certa immagine d’un misero oggetto di legno verniciato, immagine che s’immerge negli occhi d’un bambino come una pietra nelle acque stagnanti. È chiaro che l’alimento che ne ricevi giustifica il sacrificio della tua vita e che io solleverei degli eserciti, se volessi, per salvare in qualche parte del mondo un certo odore di cera. Ma non solleverò degli eserciti per difendere delle provviste. Perché le provviste sono fatte e non ti devi aspettare nulla da esse, se non di trasformarti in bestiame miserabile. Perciò se le tue divinità si estinguono non esistono i contrari. Se la morte e la vita sono due parole che si contraddicono, resta però il fatto che non puoi vivere se non di quello che ti può far morire. Chi rifiuta la morte rifiuta la vita. Se non c’è nulla al di sopra di te non puoi ricevere nulla, se non da te stesso. Ma che cosa puoi ottenere da uno specchio vuoto?

 

La fidanzata venuta da lontano

Perfetta per essere donata al re, ella arriva con una carovana invecchiata lungo il cammino, come Israele nel deserto, per cui essa è ormai equipaggiata e vive di ricordi di ricordi, di quelli che erano partiti e che erano morti lungo il viaggio. Lei sa tutto e ha tutto per essere una moglie, ma non ha vissuto e sperimentato niente..

    Anch’io nella mia giovinezza ho atteso l’arrivo di quella fidanzata che mi conducevano come sposa al seguito di una carovana partita da frontiere così lontane che gli uomini erano invecchiati durante il viaggio. Non hai mai visto una carovana invecchiare? Quelli che si presentarono alle sentinelle del mio impero non avevano conosciuto la loro patria, poiché coloro che avrebbero potuto rievocarne il ricordo erano morti durante il viaggio e l’uno dopo l’altro erano stati seppelliti lungo il cammino. Quelli che ritornarono non possedevano altro che ricordi di ricordi e le canzoni che avevano imparate dai loro padri non erano che leggende di leggende. Hai forse conosciuto un miracolo più prodigioso dell’avvicinarsi di quella nave che è stata costruita ed equipaggiata in alto mare? La ragazza che sbarcarono da una cassa d’oro e d’argento e che, sapendo parlare, poteva pronunciare la parola  “fontana”, sapeva bene che  proprio di una fontana si era trattato un tempo, nei giorni felici, e lei diceva questa parola come una preghiera che non può essere esaudita, poiché si prega Dio così, per via del ricordo degli uomini. Ancora più sorprendente era che sapesse danzare, e questa danza le era stata insegnata tra le selci e i rovi, e lei sapeva bene che la sua danza era una preghiera che può sedurre i re, ma che nella vita del deserto non può essere che una danza eseguita per toccare un Dio. Ma la cosa più sorprendente era questa: che essa portava con sé tutto quello che le doveva servire in un altro luogo. E i seni tiepidi come colombe per l’allattamento. E il ventre liscio per dare figli all’impero. Era giunta tutta pronta, come un seme alato attraverso il mare, così ben plasmata, così ben formata, così candidamente incantata da quei venti che non le erano mai serviti – come te con i tuoi meriti successivi, le tue azioni e i tuoi ammaestramenti che non ti serviranno se non nell’ora della morte, quando sarai finalmente divenuto - essa si era così poco servita non solo del ventre e dei seni che erano vergini, ma anche delle danze per sedurre i re, delle fontane per bagnare le labbra e dell’arte di comporre i mazzi non avendo mai visto dei fiori, che giungendo a me nella sua totale perfezione, non poteva più far altro che morire.

    Perché ho visto troppe volte la pietà smarrirsi. Ma noi che governiamo gli uomini, abbiamo imparato a sondare i loro cuori per poter accordare la nostra sollecitudine al solo oggetto degno di considerazione. Perciò questa pietà io la nego alle ferite ostentate che straziano il cuore delle donne, come la nego ai moribondi e ai morti. E ne conosco il perché.

 

Pietà per i mendicanti piagati? Ne sono fieri!

In realtà la loro malattia è per loro una ragione di vita, di orgoglio e di senso. Senza di essa si scoprono vuoti.

    Vi fu un periodo della mia giovinezza in cui avevo pietà dei  mendicanti e delle loro piaghe. Ingaggiavo per essi guaritori e comperavo balsami. Le carovane mi portavano da un’isola unguenti a base d’oro che ricuciono la pelle sulla carne. Ho agito in tal modo fino al giorno in cui ho capito che essi ci tenevano al loro putridume come fosse un raro lusso, avendoli sorpresi a grattarsi e a cospargersi di sterco come chi concima un terreno, per cavarne un fiore prezioso. Si mostravano orgogliosamente l’un l’altro le loro putrescenze vantandosi delle offerte ricevute, poiché chi ne aveva avute di più si paragonava dentro di sé al sommo sacerdote che espone l’idolo più bello. Se acconsentivano a consultare il mio mendico, lo facevano con la speranza che il loro cancro l’avrebbe sorpreso per il suo fetore e la sua gravità. E agitavano i loro moncherini per farsi largo nel mondo. Accettavano così le cure come un omaggio, offrendo le loro membra alle abluzioni che li lusingavano, ma appena il male era scomparso si scoprivano senza importanza, non coltivando più alcuna parte di sé, come fossero inutili, e si preoccupavano solo di far rinascere innanzitutto quella piaga che prendeva vita da essi. E appena erano di nuovo ben avvolti nel loro male, gloriosi e vani, riprendevano con la ciotola in mano la via delle peregrinazioni e, in nome del loro sudicio dio, ricattavano i passanti. Vi fu anche un periodo in cui avevo pietà dei morti.

 

La perfezione dei morti

Non sono da piangere, coloro che muoiono, perché si corona la loro vita.

    Incomincia allora l’agonia che si riduce a oscillare di una coscienza ora svuotata ora colmata dalle maree della memoria.  Esse vanno e vengono come il flusso e il riflusso, restituendo,  tutte le conchiglie del ricordo, tutte le conche  di tutte le voci ascoltate. Risalgono, bagnano nuovamente le alghe del cuore e ridestano tutte le tenerezze. L’equinozio, però, prepara il flusso definitivo, il cuore si svuota, la marea e le sue provviste fanno ritorno a Dio. Certo, ho visto uomini fuggire la morte, sconvolti prima ancora di affrontarla. Però colui che muore, non illudetevi, non l’ho mai visto spaventarsi. Perché dunque  dovrei compiangerli? Perché dovrei perder tempo a versare lacrime sul coronamento della loro esistenza? Ho conosciuto troppo la perfezione dei morti.

 

La morte della prigioniera

Una morte soave, perché ha reso definitivamente pura la sua persona..

    Nulla per me è stato più soave della morte di quella prigioniera che allietò i miei sedici anni e che, quando la portarono a me, era già intenta a morire perché respirava così affannosamente e soffocava la tosse nella biancheria, ansimante come la gazzella, oramai condannata ma ignorandolo perché amava sorridere. Ma quel sorriso era come un alito di vento sul fiume, la traccia d’un sogno, la scia d’un cigno che si fa di giorno in giorno più pura, più preziosa e più difficile da ritenere finché  diviene una semplice linea purissima, dopo che il cigno ha perso il volo.

 

La morte di mio padre

Era della razza delle aquile e la sua morte fu come porre la pietra angolare di un tempio, il tempio del nostro popolo. Lo stesso regicida, che lo uccise, fu sopraffatto dalla grandezza del suo silenzio.

    Anche la morte di mio padre. Di mio padre giunto alla perfezione e diventato di pietra. Si dice che i capelli dell’assassino incanutirono quando il suo pugnale, invece di svuotare il suo corpo mortale, lo colmò di tanta maestosità. L’uccisore, nascosto nella stanza reale, faccia a faccia, non con la sua vittima, ma col granito di un sarcofago gigantesco, preso nella trappola di un silenzio da lui stesso causato, fu scoperto alle prime luci dell’alba prosternato dalla semplice immobilità del morto. Così mio padre che un regicida installò di colpo nell’eternità, dopo aver ingoiato l’ultimo respiro tenne sospeso per tre giorni il respiro degli altri. E solo dopo averlo deposto nella terra le lingue di sciolsero, le spalle cessarono di sentirsi oppresse. Però, egli ci parve così importante, proprio lui che non governò, ma soppesò,  ed eresse in noi la sua impronta, che credemmo, quando lo calammo nella fossa, sospeso a corde che si tendevano, non di seppellire un cadavere, ma di riporre una provvista nel granaio. Così sospeso, pesava come la prima pietra di un tempio. E in realtà noi non lo sotterrammo, ma lo sigillammo nella terra, divenuto infine quello che è, una pietra basilare. Fu lui che m’insegnò la morte e m’obbligò quand’ero giovane a guardarla bene in faccia, poiché lui non abbassò mai lo sguardo. Mio padre era della razza delle aquile.

 

La morte della carovana al pozzo disseccato

L’essenziale della carovana è il suo andare, è il senso e il desiderio che si porta dentro. Ma basta un solo pozzo disseccato a consegnarla all’eternità, a disfarla e a non far rimanere che materiale sparso, che non contiene più il soffio vitale che spingeva la carovana. E tutto è riconsegnato a Dio.

    Accadde durante l’anno maledetto, quello che fu soprannominato “Il festino del Sole”, poiché il sole in quell’anno dilatò il deserto. Dardeggiava sulle sabbie fra gli ossami, i rovi secchi, le pelli trasparenti delle lucertole morte e l’erba dei cammelli mutata in crine. Lui che dà vita agli steli dei fiori aveva divorato le sue creature, e troneggiava sui loro cadaveri sparpagliati, come il bambino tra i giocattoli che ha fatto a pezzi. Succhiò perfino l’acqua nelle falde sotterranee e prosciugò i rari pozzi. La succhiò fino alla doratura delle sabbie, le quali si fecero così aride, così bianche, che battezzammo quella contrada col nome di “Specchio”. Poiché anche uno specchio non contiene nulla e le immagini di cui si  riempie non hanno né consistenza né durata. Poiché uno specchio a volte, come un lago di sale, brucia gli occhi. I cammellieri, quando smarriscono la pista, se cadono in questa trappola che non ha mai restituito la sua preda, non se ne accorgono subito. Poiché nulla la rende visibile e vi trascinano, come un’ombra al sole, il fantasma della loro presenza. Impigliati in quella pania di luce credono di camminare, già inghiottiti nell’eternità, credono di vivere. Spingono innanzi la loro carovana là ove nessun sforzo prevale sull’inerzia della vastità. Camminano sopra un pozzo inesistente, si godono il fresco del crepuscolo, quando orami non è più che un inutile rinvio. Forse si lamentano, o ingenui, della lentezza delle notti, quando ben presto le notti passeranno su di loro in un batter d’occhio. E ingiuriandosi con le loro voci gutturali per delle dolci ingiustizie, ignorano che ormai per loro giustizia è fatta. Credi che una carovana qui si affretti? Lascia passare venti secoli e ritorna a vedere! Fusi nel tempo e mutati in sabbia, fantasmi assorbiti dallo specchio, così li ho scoperti io stesso quando mio padre, per insegnarmi la morte, mi prese in groppa e mi portò via. “Là c’era un pozzo”, mi disse. In fondo ad uno di quei cunicoli verticali i quali non riflettono che una sola stella, talmente sono profondi, anche la mota si era indurita e la stella prigioniera vi si era spenta. Ora, l’assenza di una sola stella, come un’imboscata, è sufficiente per annientare una carovana sul suo cammino. Intorno allo stretto orifizio, come intorno al cordone ombelicale lacerato, uomini e bestie si erano invano ammassati per ricevere dal ventre della terra l’acqua del loro sangue. Ma i più esperti operai, calati con una corda fin sul fondo di quell’abisso, avevano grattato invano la dura crosta. Simile all’insetto appinzato vivo e che nel fremito della morte ha sparso attorno a sé la seta, il polline e l’oro delle ali, la carovana inchiodata al suolo da un solo pozzo vuoto, incominciava già a sbiancare nell’immobilità degli attacchi spezzati, dei bauli sfondati, dei diamanti sparsi come rottami, e dei pesanti lingotti d’oro che s’insabbiavano. Siccome io li stavo a guardare, mio padre disse: “Tu sai come è un banchetto nuziale dopo che i commensali e gli sposi se ne sono andati. L’alba mette in mostra il disordine che hanno lasciato. Le giare rotte, le tavole spostate, il fuoco spento, tutto conserva l’impronta di una confusione che si è consolidata. Ma nel leggere questi segni non imparerai nulla sull’amore. Nel soppesare, nello sfogliare il libro del profeta – disse ancora mio padre – nel soffermarsi sulla forma dei caratteri o sull’oro delle miniature, l’illetterato non coglie l’essenza, che non è il vano oggetto, ma la saggezza divina. Così l’essenziale di una candela non è la cera che lascia delle tracce, ma la luce”. Tuttavia, siccome io tremavo per aver sfidato in un lontano pianoro deserto, simile alle mense degli antichi sacrifici, quei resti del pasto di Dio, mio padre mi disse ancora:  “Ciò che veramente importa non si rivela nella cenere. Non attardarti più su questi cadaveri. Qui non ci sono che carri insabbiati per l’eternità per colpa dei conducenti”. “Allora, chi m’insegnerà?”, gli gridai. E mio padre rispose: “L’essenziale della carovana, lo scopri quando essa si consuma. Dimentica il vano suono delle parole e guarda: se il precipizio si oppone alla sua marcia, essa lo aggira; se un masso le si erge davanti, lo evita;  se la sabbia è troppo fine, cerca altrove una sabbia dura, ma riprende sempre la medesima direzione. Se il sale di una salina scricchiola sotto il suo pesante carico, la vedi agitarsi, disincagliare le bestie, brancolare per trovare uno strato solido, ma ben presto si rimette in sesto, ancora una volta, nella sua direzione iniziale. Se una cavalcatura stramazza a terra, si fermano, raccolgono le casse rotte, le caricano su di un’altra cavalcatura, le fissano con una corda stringendo bene il nodo, poi riprendono la medesima strada. A volte muore colui che faceva da guida. Essi lo attorniano. Lo seppelliscono nella sabbia. Discutono accanitamente. Poi spingono un altro ad assumere il comando e ancora una volta fanno rotta sulla medesima stella. La carovana si muove così necessariamente in una direzione che la domina; è come una pesante pietra sopra un pendio invisibile”.

 

La morte della condannata a morte

Nella sua condanna a morire davanti all’infinito, ella ha scoperto l’essenziale, che sono le cose di ogni giorno vissute con amore e significato, le sole dighe che permettono di esistere. A queste cose ella ha dovuto rinunciare, in una prigione senza confini, e ora invoca questo essenziale..

    Una volta i giudici della città condannarono una giovane donna che aveva commesso un delitto, a spogliarsi al sole della sua tenera corteccia di carne, e la fecero semplicemente legare a un palo nel deserto. “Io ti insegnerò”, disse mio padre, “ciò a cui tendono gli uomini”. E mi portò via di nuovo. Mentre noi camminavamo, l’intero giorno passò su di lei, e il sole bevette il suo tiepido sangue, la sua saliva e il sudore delle sue ascelle. Bevette nei suoi occhi l’umore luminoso. Calava la notte col suo breve refrigerio quando io e mio padre giungemmo ai margini del pianoro ove, emergendo bianca e nuda dallo strato roccioso, più fragile di uno stelo nutrito d’umidità ma separato dalle provviste di acque pesanti che rimangono immobili nella terra in un silenzio denso, torcendo la braccia come un tralcio che già crepita nell’incendio, essa implorava la pietà di Dio. “Ascoltala”, disse mio padre. “Essa scopre l’essenziale..”. ma io ero bambino e pusillanime: “Forse soffre”, gli risposi, “e forse ha anche paura..”. “Quella donna”, disse mio padre, “ha oltrepassato i limiti della sofferenza e della paura, che sono malattie della stalla, fatte per l’umile mandra. Essa scopre la verità”. Ed io la sentii lamentarsi. Prigioniera in quella notte senza confini, invocava la lampada della sera nella casa, la stanza nella quale si sarebbe raccolta, e la porta che si sarebbe rinchiusa dietro le sue spalle. Offerta all’universo intero che non rivelava alcun volto, chiamava il figlio che si bacia prima d’addormentarsi e che riassume il mondo. Esposta su quel pianoro deserto al  passaggio delle sconosciuto, decantava il passo dello sposo che alla sera risuona sulla soglia, quel passo che si riconosce subito e che rassicura. Distesa nell’immensità, non avendo più nulla da afferrare, supplicava che le fossero restituite le sole dighe che permettono di esistere: quel  pacco di lana da cardare, quella determinata scodella da lavare, quella sola, quel figlio da cullare e non un altro. Lanciava il suo grido all’eternità della casa, avvolta con tutto il villaggio nella medesima preghiera della sera. Mio padre mi riprese in groppa, dopo che la condannata ebbe reclinato il capo sulla spalla. E fummo in pieno vento.

 

Fabbrico l’uomo

Il vero capo, che costruisce il suo popolo, che costruisce l’uomo, aiuta le generazioni a vivere, a trapassare da una all’altra consegnandosi a vicenda le certezze che fanno vivere, la vita che pulsa in loro, vita fatta di cerimoniale e di amore, tensione e pellegrinaggio verso l’eterno, significato di ogni cosa..

     “Stasera”, disse mio padre, “li sentirai agitarsi sotto le tende e rimproverare la mia crudeltà. Ma io soffocherò ogni tentativo di ribellione: io fabbrico l’uomo!” Tuttavia intuivo la bontà di mio padre: “Voglio che amino”, diceva, “l’acqua viva delle fonti, e la superficie compatta dell’orzo verde ricucita sulle screpolature dell’estate. Voglio che glorificano il ritorno delle stagioni. Voglio che si nutrano, come frutti che  maturano, di silenzio e di lentezza. Voglio che versino molte lacrime nei loro lutti e onorino a lungo i morti, perché l’eredità passa lentamente da una generazione all’altra e non voglio che il loro miele si perda per strada. Voglio che siano simili a quel ramo d’olivo che attende. Allora in essi comincerà a farsi sentire la grande vibrazione divina che viene come un soffio di vento a saggiare l’albero. Essa li conduce dall’alba al tramonto, dall’estate all’inverno, dal grano che spunta alle messi raccolte, dalla giovinezza alla vecchiaia, e poi dalla vecchiaia ai nuovi figli.

 

L’uomo come l’albero: una vita nel suo potere

L’uomo è il suo divenire, egli è colui che si effettua. Le età passano, ma se uno ha il polo interiore cui è saldamente legato per l’eternità, tutto intorno diventa eterno pur nel suo passare, perché è riflesso dell’eternità.

     “Perché come avviene per l’albero, non sai nulla dell’uomo se lo estendi nella sua durata e lo scomponi nei suoi diversi elementi. L’albero non è seme, poi stelo, poi tronco flessibile, poi legno secco. Non bisogna scomporlo per conoscerlo. L’albero  è quel potere che lentamente sposa il cielo. La stessa cosa avviene per te, mio piccolo uomo. Dio ti fa nascere, ti fa crescere, ti colma successivamente di desideri, di rimpianti, di gioie e di sofferenze, d’ira e di perdono, e poi ti richiama a sé. Tuttavia tu non sei né quello scolaro, né quello sposo, né quel bambino, né quel vecchio. Tu sei colui che si effettua. E se saprai scoprirti ramo dondolante, attaccato saldamente all’olivo, nelle tue oscillazioni assaporerai l’eternità. E tutto intorno a te diventerà eterno. Eterna la fontana zampillante che ha saputo dissetare i tuoi padri; eterna la luce degli  occhi della fidanzata quando ti sorriderà; eterna la frescura delle notti. Il tempo non è più una clessidra che consuma la sua sabbia, ma un mietitore che lega il suo covone”.

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49. SILENZIO

 

Silenzio, luogo di appartenenza a Dio

Scriverò un inno al silenzio.

 

Tu, musicista dei frutti.

Abitante delle cantine, delle celle e dei granai.

Vaso di miele delle operose api.

Riposo del mare nella sua vastità.

In te, dall’alto della montagna, io avvolgo la città, quando tacciono i suoi carreggi, il suo frastuono e le sue squillanti incudini. Già tutte questa cose sono sospese nell’anfora della sera.

Vigilanza di Dio sulla nostra febbre, mantello di Dio sull’inquietudine degli uomini.

 

Silenzio delle donne che nascondono il loro seni turgidi.

Silenzio delle donne, silenzio di tutte le vanità del giorno e della vita, fascio di giorni.

Silenzio delle donne, santuario e perpetuazione.

Silenzio  nel quale si svolge verso il domani la sola corsa che abbia una meta.

La donna sente il bambino che si agita nel suo seno.

Silenzio, depositario della mia felicità e del mio sangue.

Silenzio dell’uomo che se ne sta alla finestra pensieroso, a guardare e a riflettere.

Silenzio che permette di conoscere e di ignorare, poiché talvolta è bene che  l’uomo ignori.

Silenzio che è rifiuto dei vermi, dei parassiti e delle erbe cattive.

Silenzio che ti protegge mentre sei assorto nei tuoi pensieri.

Silenzio degli stessi pensieri.

Riposo delle api poiché il miele è fatto ed è come un tesoro nascosto che si fa più prezioso.

Silenzio dei pensieri che preparano le loro ali poiché è pericoloso quando essi turbano la tua mente e il tuo cuore.

Silenzio del cuore.

Silenzio dei sensi.

Silenzio delle parole interiori, perché è bene che tu ritrovi Dio che è silenzio nell’eterno, quando tutto è stato detto, quando tutto è stato fatto.

Silenzio di Dio che è come il sonno del pastore,

poiché non esiste sonno più dolce, anche se gli agnellini sembrano minacciati,

quando non c’è più né pastore né gregge,

perché chi potrebbe distinguerli l’uno dall’altro quando tutto è sonno,

quando tutto è sonno lieve come lana?

Ah, Signore, il giorno in cui riporrete nel granaio la vostra creazione,

aprite quel grande portale alla loquace stirpe umana,

sistematela nella stalla eterna, quando i tempi saranno revoluti,

e, così come si guarisce da una malattia, fate che i nostri interrogativi perdano il loro significato.

Silenzio, porto della nave.

Silenzio in Dio, porto di tutte le navi.

 

I sapienti non hanno risposta

Il sapiente è colui che alla fine sa di non sapere, che non ha risposte, ma sa anche che non c’è bisogno di risposte. L’importante è trovare la verità della propria esistenza. Dio stesso non ha risposte fatte di linguaggio, ma di accoglienza eterna nel suo seno..

    Poiché ho capito che tutti i progressi dell’uomo consistono nello scoprire, l’uno dopo l’altro, che i suoi interrogativi non hanno senso. Infatti ho consultato i miei sapienti e ho constatato che non hanno nemmeno trovato una risposta agli interrogativi dell’anno scorso. Eppure oggi eccoli che ridono di se stessi poiché hanno trovato la loro verità così come si trova la risposta a un interrogativo. Signore, io so che essere sapiente non significa dare una risposta, ma guarire dalle vicissitudini del linguaggio, e so che questo è valido anche per coloro che si amano e si siedono con le gambe penzoloni sul muricciolo delle piantagioni d’aranci, spalla contro spalla, ben sapendo che non hanno ricevuto alcuna risposta agli interrogativi posti ieri. Ma io conosco l’amore, e amare significa non fare più alcuna domanda. Superando ad una ad una ogni contraddizione, io procedo verso il silenzio degli interrogativi e quindi verso la beatitudine. O loquaci!  Gli interrogativi sono stati la grande rovina degli uomini. È sciocco sperare nella risposta di Dio.

 

Non c’è risposta in Dio

Amare e basta. Non esistono né servono risposte. Semplicemente essere, per sempre..

    Se Dio ti accoglie, se ti guarisce, col tocco della sua mano cancella i tuoi interrogativi che svaniscono come la febbre. Questa è la verità. Signore, quando un giorno riporrai nel granaio la tua creazione, spalancaci le porte e facci penetrare  là ove non sarà più risposto perché non ci sarà più alcuna risposta da dare, ma soltanto beatitudine, chiave di volta degli interrogativi e volto che appaga. E colui che ama scoprirà che la distesa d’acqua dolce è più vasta della distesa del mare. Egli l’aveva già istruito ascoltando il mormorio delle fontane, quando se ne stava seduto sul muricciolo con le gambe penzoloni, accanto alla fidanzata, anche se essa non era che una gazzella inseguita, respirante appena sul suo petto.

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50. SUGGESTIONE LONTANA A MO’ DI EPILOGO.

 

Un pescatore sul mare

La stessa scena (un pescatore con la sua barca, solo, in mezzo al mare) può significare pienezza o disperazione. Chissà cosa avrà nel cuore, quel pescatore. Così la vita di ognuno di noi: dare, ricevere, avere senso o non averne. Tutto si gioca nell’appartenere e nel camminare in un senso.. un senso che ci parli di Dio e ci porti a Dio.

    Non c’era che una barca sperduta in lontananza sul mare calmo. È certo, Signore, che esiste un’altra scala di valori, secondo la quale quel pescatore, laggiù, nella sua barca, che trae dalle acque il pane dell’amore per via della moglie e dei figli, ovvero un salario da fame, mi potrebbe sembrare spinto dall’ardente fervore o dalla disperazione. Ovvero mi si potrebbe svelare il male di cui muore, il male che lo sommerge e lo brucia. Piccolezza dell’uomo? Dov’è la sua piccolezza? Non puoi misurare l’uomo con un nastro d’agrimensore. Anzi, quando io entro nella barca tutto diviene immenso. Signore, perché io prenda coscienza di me stesso, basta che tu pianti in me l’ancora del dolore. Tu tiri la fune e io mi sveglio. È forse sottomesso all’ingiustizia, l’uomo della barca? La scena non muta: la stessa barca, la stessa calma sulle acque, la stessa oziosità del giorno. Che posso mai ricevere io dagli uomini se non mi faccio umile per loro? Signore, riattaccami all’albero cui appartengo. Io non esisto se sono solo. Che uno si appoggi a me, che io mi appoggi all’altro, che le tue gerarchie mi costringano. Qui sono disfatto e transitorio. Io ho bisogno di essere.