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DOCUMENTO DI SINTESI
(ELENCO DEI PUNTI SUI QUALI SUGGERISCO DI RIFLETTERE E PRENDERE DECISIONI PER LA
RIFORMA DELLA CHIESA)
0.1. ALCUNE PREMESSE IMPORTANTI
- Tutto questo documento e questo mio lavoro sono riflessioni, proposte, linee offerte a tutta la comunità ecclesiale, in vista di una Riforma profonda del nostro concreto seguire Gesù Cristo nella Chiesa dentro il mondo di oggi.
- Non è una questione di persone: non critico nessuno, non giudico nessuno, amo tutti e per amore sento di dover fare questo servizio (peraltro difficile e scomodo). Chi usasse di me per contrapporsi per esempio alla legittima autorità sappia che non ha la mia approvazione. Si deve parlare di cose, non di persone. E le cose hanno valore non a seconda di chi le dice, ma in se stesso, in relazione a quella Verità che è Gesù Cristo.
- Non sono e non voglio essere Lutero: la mia, la nostra Chiesa rimane sempre quella, la Chiesa Cattolica del Credo ed è una sola. E la Chiesa va avanti sapendosi rinnovare nel guardare al punto centrale della storia e dell'universo, l'evento Gesù Cristo.
- Propongo queste cose al pubblico perché Gesù dice di gridare le cose che sono nel nostro cuore. I tempi sono difficili, e troppi credenti "vivacchiano" la loro fede. Sono disposto a pagare di persona per quello che dico. Ma cerco il confronto, il dialogo, la ricerca, dovunque essa ci porti (e non necessariamente pretendo di avere ragione).
- Le mie riflessioni e proposte non hanno nulla di esaustivo né di definitivo. Cambierò tutto quello che nel confronto mi si evidenzierà come da cambiare. La riforma della Chiesa è urgente non soltanto nei punti da me elencati.
- E' fondamentale pensare queste proposte e riflessioni dall'angolo visuale della Chiesa "Popolo di Dio", cioè tutti i battezzati. Io non mi accontento più dell'"intanto" che mi viene detto da 40 anni. La vita cristiana è e deve essere per tutti i battezzati e tutti i credenti. Se sono cento dobbiamo lottare perché siano presenti cento, se mille mille.. Il numero non conta, ma i volti contano, e dobbiamo lottare e fare di tutto perché ci siamo tutti, perché la Chiesa è avvenimento di comunità che visibilizza il suo riunirsi..
- Ho organizzato il tutto in punti numerati, in modo che
ci si possa riferire con precisione alle varie trattazioni
Il materiale è a tre livelli: questo documento di sintesi, i singoli punti di
riflessione e proposta e poi gli approfondimenti collegati.
- Sono disposto a dialogare su queste cose con chiunque,
dunque, e sempre, naturalmente dentro i limiti di tempo e di forze che il
Signore mi donerà. E' ovviamente gradita la collaborazione, la critica (anche
acida!), la partecipazione di chiunque..
- Per cominciare, perché tutto sia possibile occorre che la comunità cristiana
ad ogni livello, universale, locale, parrocchiale, nei movimenti, le
associazioni, le congregazioni e ordini religiosi, addirittura le famiglie,
creda nella possibilità di rinnovarsi e nel dovere di convertirsi e stabilisca
cammini strutturati o spontanei di ricerca, di confronto, di chiarimento, perché
il "comune senso di fede del popolo di Dio" aiuti tutti a chiarire il meglio e
le autorità legittime a fare le migliori scelte per il bene di tutta la Chiesa.
- Ci si creda o no, faccio tutto questo per amore del
Padre, per mezzo del Figlio e nello Spirito Santo: "amore amoris tui facio istud"
(faccio tutto questo - scriveva le sue Confessioni - per amore del tuo amore).
0.2. UN NUOVO STILE DIALOGICO E RELAZIONALE TRA DI NOI
Prima di ogni specifica particolare, cioè dei contenuti,
parliamo di metodo di lavoro.
Le cose su cui proporremo di riflettere richiedono tempo, pazienza, perdono,
accoglienza, tenacia, ecc..
Propongo di lavorare, tutti, secondo un nuovo modo di dialogare.
Il dialogo non sia bello perché qualcuno dà ragione a
qualcun altro
Ognuno di noi può essere convertito solo dall'evidenza della verità che gli
appare nel cuore e nella mente.
Una delle tesi più affascinanti di sant'Agostino è quella del "Maestro
Interiore": ognuno di noi con la sua parola e la sua voce può arrivare fino alle
orecchie dell'altro. Ma se poi non parla quella Verità che "presiede ogni
mente", l'Eterno che è dentro ognuno di noi, tutto è vano. Noi siamo le voci,
Lui è il Verbo, noi siamo il suono, Lui il significato.
Dunque nessuno di noi è padrone della Verità, ne siamo tutti servitori, e rende
veri.
Siccome ognuno deve anzitutto dialogare con il proprio
cuore e renderà conto di sé secondo il proprio cuore
la proposta è la seguente:
OGNUNO DIFENDA FINO IN FONDO LE PROPRIE CONVINZIONI, CERCANDO RAGIONI A LORO
SOSTEGNO
E CAMBI PARERE LADDOVE DIVENTINO PER LUI EVIDENTI LE RAGIONI DI COLORO CON I
QUALI E' IN DIALOGO
NEL FRATTEMPO NON SI GIUDICHINO LE PERSONE, MA SOLO LE POSIZIONI E LE IDEE
MENTRE A LIVELLO PRATICO L'AUTORITA' LEGITTIMA SCEGLIERA' SECONDO LA PROPRIA
COSCIENZA
FINCHE' NON SI TROVERANNO ALTRE SCELTE CONDIVISE..
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1. GESU' CRISTO COME CRITERIO UNICO DELLA NOSTRA VITA. IL "CRITERIO CRISTIANO"
Ripartire dal Cristo. Darci Gesù Cristo come criterio
unico di vita, di speranza, di valutazione, di scelta, di tutto..
Proposta alla Chiesa: ripartire da Cristo, mettere Cristo come "criterio".
Radunarsi per capire la portata del Cristo per la propria vita e per la propria
eternità. E di ogni cosa chiedersi: cosa ne pensa Cristo? Cosa farebbe Cristo in
questa situazione?
Perché noi siamo cristiani, non solo uomini e donne religiosi..
Usare Gesù Cristo, la sua parola, il suo esempio, l'evento cui egli dà vita come
"gli occhiali" con cui guardare ogni cosa: "evangelio sine glossa" (vangelo
senza commento) diceva san Francesco, senza sconti, senza edulcorazione. O per
lo meno, se si vuole continuare una certa prassi, si chiarisca come e in che
misura si collega al Cristo..
Un esempio tra tutti per capirci a volo: c'è una qualche parola, un qualche
gesto di Gesù che giustifichi l'esistenza dei Musei Vaticani collegati alla sede
del Papa? O come si giustifica che il Papa deve sempre e rigorosamente vestire
di bianco?
2. PRIMA
DI TUTTO C'E' LA COMUNITA'
Ripartire dal Cristo, come criterio unico vuol dire
prendere sul serio le sue parole, specialmente le più importanti. E le più
importanti e centrali ci parlano di comunità, di essere in lui come suo Corpo,
sua Casa, suo gregge, sua vite, sua barca, sua Sposa..
Essere in Cristo è "essere-insieme" in lui. Per questo Agostino quando parlava
del Corpo di Cristo che è il Pane consacrato in suo memoriale, diceva ai fedeli
di Ippona: quando tu dici "Amen" ricevendo quel pane, tu sottoscrivi il fatto
che tu sei quel Corpo che mangi: tu che sei nel Corpo della Chiesa, sua Sposa,
mangi il suo Corpo nel segno del pane e del vino..
Lavoriamo perché ogni singolo battezzato abbia un
riferimento e un inserimento in una comunità: che tutti lo sappiano e si
proponga loro tempi e modi concreti per vivere quella relazione visibile e
concreta della comunità in Cristo.
Prima della Messa, prima della morale, prima dell'amicizia, prima di tutto
dobbiamo valorizzare il nostro appartenerci in Cristo.
Specialmente in questo tempo in cui cresce l'individualismo e la solitudine
delle persone..
3.
FONDATI E RADICATI SULLA PAROLA
All'inizio del terzo millennio propongo come urgente e inderogabile una cosa molto semplice: dire a chiare note ed "esigere" (con l'esigenza della carità) che ogni credente, dico "ogni", tutti i battezzati, tocchi fisicamente ogni giorno la Parola di Dio.
Occorre promuovere una familiarità di ogni credente con la Parola di Dio. Solo così è possibile crescere e fondarsi su quella Parola. Essa deve essere "lampada ai passi" di tutti noi, nutrimento, pane, "carne da mangiare", mensa cui accostarci ogni giorno.
Come è possibile che la Parola influenzi la vita e il cuore del credente che ne sente parlare a Messa una volta ogni tre anni se va bene (mi riferisco alla lettura triennale del Vangeli!)? Ascoltare la Parola, vivere la Parola, comunicare la Parola, pregare la Parola, lasciarsi giudicare dalla Parola..
Parola di Dio e ricchezza di parola (comunicazione) umana tra noi..
4. PASSIAMO DEFINITIVAMENTE DAL PAGANESIMO AL CRISTIANESIMO
E' ora di passare con decisione dal "sacro" "localizzato" (in tempo, spazio, oggetti, parole, persone, ecc..) al quel sacro che è il "cuore" (Dio abita nel cuore delle persone e in mezzo alla persone): Dopo che la morte di Cristo ha spezzato il velo del Tempio (tra Spazio di Dio e spazio degli uomini) dobbiamo passare, come si dice spesso "dalla religione alla fede", dai dinamismi umani (spesso cristianizzati) ai dinamismi secondo Gesù Cristo. Dobbiamo ancora convertirci, per mettere Dio al centro.
In questo argomento occorre studiare e riflettere a lungo per liberarci di quelle strutture di fondo (mentali e comportamentali) che abbiamo ereditato dal Paganesimo (specie quello greco-romano) e che ci condizionano, anche se non lo sappiamo. Per esempio pensare l'uomo della religione come diverso dalla gente comune, "sacerdote", "intermediario" tra me e Dio; oppure pensare che per perdonare Dio vuole la messa in scena di un giudizio secondo la giustizia degli uomini e il diritto romano in particolare.. ecc.
Ci si meraviglia delle crociate o dell'Inquisizione: possibile che i discepoli di Cristo fanno questo? Ma perché i principi di Cristo entrino nella coscienza collettiva non basteranno ancora almeno altri 4000 anni! Non basta il suono delle parole, occorre quella maturazione e consapevolezza profonda che solo cambia la vita!
Pensiamo ad esempio al valore della liturgia, così sottolineato oggi. Ma se il gesto liturgico viene vissuto come rito magico che ha effetto per se stesso, se posto nelle regole dovute e dalla persona dovuta, ecco che con il Cristianesimo non abbiamo più nulla a che fare.. Pensiamo alla "Messa mia" per la quale "ho dato l'offerta"...
5. "PRESBITERI" o "SACERDOTI"?
E' una delle evidenze del Nuovo Testamento: il linguaggio
sacrale di Ebraismo e Paganesimo è assolutamente assente dai suoi testi e al suo
posto vengono usate parole assolutamente "laiche": di "sacerdote" si parla solo
a proposito di Gesù e del popolo sacerdotale, il capo è "epìskopos" cioè
sovrintendente e sorvegliante, il capo dei servizi comunitari è "diàkonos" cioè
inserviente, cameriere, il capo della comunità è il "presbyteros" cioè
l'anziano. Di templi non si parla, se non che è venuto il tempo di adorare Dio
dovunque (Gv 4,24-25). Si mangia con "mani immonde", si proclama il sabato che
deve essere per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Per non parlare di Paolo che
augura di "andare a farsi castrare" (Galati 3,1ss) a coloro che cercano di
imporre di nuovo le usanze sacrali dell'Ebraismo.
Mai una "Messa" o qualcosa di simile, fatta o fatta fare da Gesù, mai gli
Apostoli inviati se non ad annunciare il regno (che ha sede nel sacrario vero
del cuore delle persone e non in luoghi, tempi, oggetti, vesti, parole, ecc..)..
Nella nuova legge di Gesù (e anche nelle parole degli Apostoli) nulla di simile
alle tante pagine di Levitico, Numeri e Deuteronomio per un purezza sacrale, un
tempio, dei sacrifici, ecc..
Qualcuno dirà: che importanza può avere una parola o l'altra? E invece ce l'ha e
come! Perché il linguaggio o fortemente rivelativo della mentalità e della
intenzione. E tante volte è più importante quello che si tace di quello che si
dice. E anche è fondamentale saper distinguere tra ciò che "si dice" e ciò che
"si afferma": non tutte le parole che escono dalla bocca di qualcuno hanno la
stessa importanza nell'intenzione di chi le ha dette!
Dunque propongo alla mia Chiesa Cattolica di rivedere a
fondo questo discorso. So che è difficilissimo e ci sono resistenze terribili.
Ma prima di tutto dobbiamo cercare, tramite ricerca e confronto instancabile
qual è la volontà del Signore. E alcuni punti sono fermi:
- Gesù e gli Apostoli hanno abolito il linguaggio e la prassi "sacrale" sia di
persone che di cose, luoghi, ecc..
- Mediatore tra Dio e gli uomini è solo lui
- Tutti i credenti in lui sono profeti, sacerdoti e re
- Gesù ha voluto una comunità strutturata, guidata da una autorità (servizio,
non potere!), ma non da figure sacrali
- La Chiesa dopo un paio di secoli, per avvicinarsi alle strutture mentali e
organizzative del mondo in cui era inserita, progressivamente ha recuperato
"sacerdoti", "luoghi di culto", "formule", "oggetti sacri", e tutta quella
distinzione tra sacro e profano che è tipica del Paganesimo..
Domandiamoci con coraggio (almeno domandiamocelo): veramente Gesù con la sola espressione dell'Ultima Cena "fate questo in memoria di me" ha "istituito" qualcosa, il sacerdozio, di cui non aveva mai parlato, e per il quale non aveva mai dato disposizioni, e che nella prima comunità non appare mai esercitato in maniera evidente?
Su questo punto come su tutti gli altri l'attuale autorità del Magistero, chi gestisce il servizio di discernimento e comunione, può dire "è così e basta", ma non so quanto questo è in linea con la conversione che ogni giorno ci chiede Gesù, che ci mette in guardia quando dopo aver definito Simone "kephas", lo definisce "Satana" laddove per un attimo pensa secondo gli uomini e non secondo Dio!!
6. SPEZZIAMO IL PANE IN COMUNITA' E IN FAMIGLIA
Atti 2,42-48: chiediamoci: chi e quando spezzava il pane dell'Eucaristia? Ho una osservazione-domanda da fare a tutta la Chiesa, qualcosa che se fosse dimostrato vero potrebbe aprire scenari inauditi alla nostra prassi ecclesiale.
Si sa che il verbo greco "klaio" (spezzare) è l'espressione divenuta tecnica per
indicare lo "spezzare il pane" fatto da Gesù, e quindi l'Eucaristia nel suo
darsi (in Lc 24,30 al termine dell'episodio dei discepoli di Emmaus Luca dice di
lui "klasas" = dopo averlo spezzato).
Ora in At 2,42 si dice che tutti i credenti partecipano "assiduamente", tra le
altre cose, alla frazione del pane ("teh klàsei tou àrtou" = allo spezzare il
pane) e tutti ragionevolmente abbiamo interpretato da sempre che si tratti
dell'Eucaristia presieduta dagli Apostoli, perché un'altra cosa cui
partecipavano (messa per prima!) era l'insegnamento degli Apostoli, anche se, se
vogliamo essere precisi, non si dice che gli Apostoli "consacrassero" e poi
"spezzassero" il pane. (e anche nell'episodio del congedo di Paolo dalla
comunità di Troade - At 20,7 - si parla che "ci eravamo riuniti per spezzare il
pane", ma di Paolo si racconta solo che parla e non che "consacra" o "spezza" il
pane).
Ma veniamo alla novità. Leggiamo il versetto At 2,46: "Ogni giorno frequentavano
tutti insieme il tempio e spezzavano il pane nelle case, prendendo il cibo con
gioia e semplicità di cuore". Ora perché si è sempre detto e interpretato che i
credenti "mangiavano con gioia nelle case". Non c'è forse qualcosa di più, cioè
l'inciso "klàntes te kat'oikon àrton" che guarda caso ha di nuovo il termine
tecnico "klaio"? E come non notare che sono due azioni e non una sola, spezzare
il pane e prendere il cibo con gioia. Come sono due momenti distinti dell'ultima
Cena e della cena ebraica spezzare "quel" pane e fare il resto della cena.
Cosa potrebbe voler dire tutto questo? Esorto la mia Chiesa ha considerarlo a
fondo e seriamente, e a farlo considerare dai più grandi teologi, se non l'hanno
già fatto e io non lo so.
Non potrebbe significare che le famiglie facevano ogni giorno a casa quello che
si faceva, forse non ogni giorno, in comunità, vere chiese domestiche come da
sempre diciamo?
E chi era che spezzava il pane facendo memoria del Signore se non il capo
famiglia, secondo la tradizione consolidata presso gli Ebrei (e presso gli
antichi tutti) e facendo di quella Eucaristia il fondamento teologico,
spirituale di fede della famiglia?
Ora capiamo che se questo fosse vero, di quante Eucaristie l'organizzazione
ecclesiale avrebbe "defraudato" i credenti?
7. "TUTTI": "PRENDETE E MANGIATENE / BEVETENE TUTTI"
A proposito di quel "tutti" ci sono due ordini di riflessioni e di prassi che
qui vorrei suggerire. Il primo riguarda le abitudini "rituali" della Chiesa,
espressione comunque di una mentalità.
E il secondo riguarda qualcosa di molto più serio, cioè, partendo dal fatto che
anche Giuda ha fatto la comunione nell'ultima cena, e che l'Eucaristia Gesù l'ha
istituita "per il perdono dei peccati", forse è da rivedere a fondo il rapporto
tra Eucaristia e purezza morale, rituale e legale. La Comunione è un "premio per
i buoni" o una "medicina" per tutti?
1) Prima problematica: se "tutti", perché non tutti? Non crediamo sia ora di chiarire e trovare un rimedio alla prassi diffusa che la gente viene all'Eucaristia e non partecipa alla Comunione? Allora era meglio la prassi della Chiesa antica quando chi non voleva o non poteva partecipare al ricevimento dell'Eucaristia usciva dalla chiesa dopo la liturgia della Parola! Se l'Eucaristia è Cena dell'alleanza, perché non cenare insieme (se non perché domina un concetto rituale e piuttosto pagano, che l'importante è presenziare al rito!)
2) Seconda problematica, molto più complessa: se "tutti" (e quella sera pare che anche Giuda ricevette il dono di Gesù!) quanto tarderemo a proibire l'accesso di tante persone all'Eucaristia? "Ma non ne sono degne", si dice. Chi siamo noi per giudicare chi è degno o no di entrare in comunione con il Salvatore della mia e della nostra vita? Dobbiamo ragionarci su a lungo, ma non notiamo che l'impostazione e la volontà di Gesù è saltare a pie' pari tutte le questioni legali e rituali, e anche tutti i peccati, per incontrare le persone, per accogliere e perdonare i peccatori.. La questione della "purezza rituale" o anche del "peccato" o della "situazione di peccato" sono casomai altre questioni che vanno trattate e sviscerate a parte.. Ma è pazzesco impedire alle persone malate di contattare il loro medico dicendo loro "prima guarisciti e poi potrai incontrare il tuo medico!". Ma anche qui strutture di origine pagana (chi è "sporco" e incontra la divinità muore).
8. A PROPOSITO DELLA "PRESENZA" DI GESU' CRISTO NEI SEGNI SACRAMENTALI DELL'EUCARISTIA
Io credo sia assolutamente ora di riprendere la riflessione e la ricerca di nuove soluzioni interpretative circa la comprensione della parola del Signore "Questo è il mio corpo.. questo è il mio sangue". Da sempre la Chiesa ha scelto di interpretare la presenza di Gesù come "reale", vera, concreta, e non solo simbolica. E dal Concilio di Trento si parla di "transustanziazione": alle parole della consacrazione il pane e il vino conservano le loro "apparenze" esteriori, ma la "sostanza" cambia, non più pane e vino ma corpo e sangue del Signore.
Da tempo ci chiediamo: sono queste le categorie mentali che oggi ci aiutano al meglio a cercare di comprendere qualcosa del mistero di questa "Presenza"? Dobbiamo rimanere aristotelici per tutta la storia? E se avessimo scoperto che questo modo di parlare scelto per parlare di presenza vera e misteriosa, oggi non è più valido, perché oggi sappiamo quello che quattro secoli fa non sapevamo e cioè la natura atomica e molecolare della materia. Parlare in questo modo vorrebbe dire che dopo la consacrazione al microscopio elettronico la catena molecolare del pane (quello che abbiamo scoperto essere la "sostanza" dello stesso pane!) dovrebbe essere sostituita da catene proteiche della carne!
E' ora di
chiederci: è proprio necessario pensare e insegnare solo in questo modo la
verità di fede?
Perché non cominciare, vicino alle interpretazioni tradizionali, a parlare di
altre ipotesi e soluzioni?
Le scienze psicologiche e umane di oggi hanno fatto grandi progressi circa la relazionalità del corpo. La visione è molto più dinamica di un tempo: il corpo è ciò che ci colloca nello spazio e nel tempo, e attraverso il quale entriamo in relazione gli uni con gli altri. Pensiamo anche seriamente al fatto che il "Corpo" di Cristo non è solo l'Eucaristia, ma anche la Chiesa, ma anche il povero, ma anche la sua Parola (in qualche modo). Vogliamo allora provare a parlare in termini di "presenza" della Persona del Signore, l'essere qui, oggi, l'Eterno nel tempo, Dio di nuovo tra gli uomini.
9. REMISSIONE DEI PECCATI E CONFESSIONE
Anche questo argomento è stato nei secoli condizionato pesantemente da visioni più umane che cristiane, dalle esigenze della giustizia e del diritto, piuttosto che dall'offerta della gratuità di Dio in Cristo.
L'allarme è stato dato da un pezzo: non ci si confessa più, non c'è più il senso del peccato, la celebrazione comunitaria della riconciliazione è stato sostanzialmente un flop, ecc.. Ma ci dobbiamo chiedere se la soluzione è nell'insistere nei modi di vedere e di agire che abbiamo avuto finora o se anche qui non sia il momento di riflettere coraggiosamente e agire e decidere ancor più coraggiosamente..
Dobbiamo
ripartire dalla Parola di Dio e dalla mentalità del Signore e dai suoi
comportamenti, cercando di non farci condizionare dalla nostra mentalità di
uomini. Per esempio che praticamente mai si parla di "confessare" i peccati, mai
si parla di potere di rimettere i peccati dato solo ai capi della comunità, ma
sempre dato a tutta la comunità e al singolo nella preghiera del Padre nostro.
E poi il comportamento del padre misericordioso della parabola del "figlio
prodigo": inutilmente il figlio cerca di recitare la sua parte di pentito pronto
a confessare le sue colpe. Il padre è travolgente nella sua gioia e nel suo
amore. E' un perdono e un'accoglienza senza condizioni, senza verificare colpe e
"quante volte", "con chi", "se", "ma"..
Io credo che uno dei torti maggiori che la nostra tradizione ha fatto al Signore
Gesù è stato proprio quello che mettere in mezzo, tra lui e ogni peccatore,
strutture di origine umana, spesso pagana, perché il suo amore gratuito è troppo
"scandaloso" anche per i suoi discepoli...
L'amore che perdona è l'essenza dell'impostazione dell'amore di Dio in Cristo. Il perdono è parte costituente della nostra vita, di ogni nostro giorno, di ogni nostra relazione. Ma il perdono, non la confessione..
Occorre ripensare il tutto con coraggio..
10. PER UNA MORALE SEMPRE IN CAMMINO
Se il sabato è per l'uomo e non l'uomo per il sabato Gesù ha per sempre sostituito la morale della legge con il volto concreto e storico della persona umana. Una legge non può comandare di amare, ma una alleanza palpitante sì.
La proposta è quella di passare il più possibile ad una impostazione della morale cristiana e quindi della valutazione dei comportamenti e nella proposta di ideali e regole che sia a dimensione umana e nello stesso tempo che sia rispettosa anche della Verità che è sempre una e assoluta. "La carità nella verità" dice l'enciclica di Benedetto XVI: dare il tempo alle persone di convertirsi, di maturare, di lasciarsi conquistare dalla verità e anche dalla forza dell'amore..
Occorre
saper aspettare le persone; additare loro l'ideale che rimane quello indicato
dal Signore, sempre, senza edulcorazioni e senza sconti. Verso quell'ideale
dobbiamo camminare. Ma dobbiamo anche impostare la nostra riflessione e
soprattutto la prassi comunitaria secondo quella preziosa indicazione di san
Paolo ai Filippesi: "[15]Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi
sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su
questo. [16]Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare
sulla stessa linea". (Fl 3,15-16)
Propongo di ritornare al concetto patristico di sacramento. I sette sacramenti sono un frutto della ricerca e della prassi ecclesiale. Ma forse è ora di rivedere tutto il discorso sacramentale, cioè che la nostra fede ha una struttura umano-divina, eterno-temporale, che si nutre, si esplica e si attualizza nei segni, che insieme significano e rendono presente l'evento dell'incontro tra noi e Dio.
Occorre formare tutti i credenti a percepire ovunque questa struttura sacramentale della realtà. Il mondo non è più opaco, esso è il "luogo" dell'incontro, con Dio e tra noi. E il primo sacramento, chiamato "sacramento fontale" dell'incontro tra uomo e Dio è la umanità di Gesù Cristo, Dio e uomo, che in se stesso realizza lo sposalizio tra la natura divina e quella umana. In lui Dio si apre all'uomo e l'uomo si dona a Dio. E poi la Chiesa, vissuta come sacramento, segno e strumento dell'incontro con Dio e della comunione con tutti gli uomini. Vivere la Chiesa è vivere un sacramento di comunione e di speranza, per noi e per il mondo..
Ed è sacramento tutto ciò che ci parla di Dio e ce lo fa incontrare, la sua Parola, il creato, la storia della salvezza, il povero, il credente che incontri, il nostro stesso cuore laddove diventa misteriosamente trasparente a Dio..
I sette sacramenti sono la scelta di vivere alcuni momenti fondamentali della vita come incontro con Dio e la sua vita: il nascere, l'entrare in società, il mangiare insieme, il vivere insieme, la società strutturata, la famiglia e il dolore.. Situazioni che derivano da usanze precristiane, alcune delle quali scelte esplicitamente da Gesù stesso, come il battesimo, l'eucaristia e la riconciliazione.
Ma è ora di aiutare tutti i credenti a vivere profondamente la struttura sacramentale di ogni realtà..
Un capitolo sempre delicato della nostra vita, dove è facile fraintendersi e farsi nemici, al punto che anche la Chiesa ha preferito agganciare il fattore economico della sua sopravvivenza in gran parte a meccanismi automatici o quasi (i contributi dello Stato sotto varie forme, consuetudini ormai assodate come le offerte in certe occasioni, soprattutto per le Messe).
E invece
tutti sappiamo (e bisogna rimetterlo al centro della coscienza dei credenti, e
lavorare molto, e con molta delicatezza in questo senso)
- che i beni della terra ci sono dati come strumento di comunione e non di
egoismo e di sfruttamento
- che ciò che conta è il cuore, per cui la povera vedova che getta nel tesoro
del tempio qualche spicciolo (che però è tutto quel che ha) vale quanto chi
getta grandi somme di denaro..
- E dal cuore il Signore chiede che parta l'offerta spontanea. I soldi come
occasione e strumento di comunione e di condivisione. Rileggiamo bene 2Corinti
8-9, come Paolo imposta la "spiritualità" della raccolta che sta facendo per i
poveri di Gerusalemme.
Sulla base di questo, occorre rivedere tutto il modo di gestione economica delle nostre comunità: occorre arrivare a forme stabili di offerta libera e condivisa da parte di tutti i credenti, perché si avveri sul serio il detto "libera Chiesa in libero Stato", e perché non ci sia tra noi alcun bisognoso, in quanto tutti sono sostenuti dall'offerta libera e gratuita di ognuno..
Come punto di partenza potremmo considerare la regola biblica della decima..
13. CRISTIANI, POLITICA E MONDO
Da quando il Concilio Ecumenico Vaticano II e un po' tutti i documenti della Dottrina Sociale della Chiesa hanno chiarito e rimesso al centro il principio che i credenti devono essere anche cittadini di questo mondo, animatori delle realtà temporali, compagni di viaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo, abbiamo fatto troppo poco per tradurre questi principi in realtà concrete.
Ancora oggi troppi credenti si fanno un vanto del fatto che "non si occupano di politica", che votano scheda bianca, e che considerano la struttura politica, economica e culturale qualcosa di demoniaco da fuggire in ogni modo.
E' vero: questo mondo, la città (polis) terrena, non è il definitivo, ma è la realtà "penultima". Come tale va trattata, e quindi non idealizzata né tanto meno divinizzata. Tanti cristiani sono stati uccisi per essersi opposti al potere gestito male, alla violenza, allo sfruttamento..
Ma il mondo ha bisogno di essere redento. E questo è possibile solo con la presenza di Cristo e della sua Chiesa in mezzo ad esso. Quindi è importante che i credenti vivano attivamente la politica, l'economia, la cultura, senza farsi fagocitare dalla mentalità e dai metodi del mondo, rimanendo "diversi", eppure così affidabili e amati, perché la gente si accorge che sono animati da uno spirito diverso, dall'amore e non dalla cupidigia, che ci si può fidare di loro.. Occorre criticare il mondo rimanendoci dentro, da protagonisti, senza cedere al pessimismo o alla esaltazione delle ideologie, nell'attenzione alla persona umana, e nella promozione dell'uomo tutto intero.
Occorre fare presto in questo perché troppo pochi giovani cristiani comprendono questa urgenza di essere protagonisti della vita di oggi. Si cerca il protagonismo in tutte le direzioni e in tutti i settori, ma non come annunciatori dell'amore di Dio dentro il mondo di oggi così come è, non come vorremmo che fosse. Una volta ci gridavano "restate in sacrestia", oggi gridiamo "uscite dalle sacrestie" perché il mondo potrà avere una speranza solo se l'amore sarà presente su tutte le strade polverose di questo mondo..
Se ne è parlato e se ne parla in maniera troppo frammentaria e inadeguata. Tanto che il mondo di oggi, anche quello credente, non fa più riferimento in alcun modo ai principi e ai valori cristiani riguardo all'argomento sessualità.
Questo è uno dei campi dove l'impostazione dinamica e progressiva della morale cristiana può cambiare la mentalità, e far avvicinare veramente le persone al Signore e alla sua Chiesa pur a volte con la fatica di una quotidianità non facile, spesso frammentaria, piena di contraddizioni, dove la passione può essere dominante e far fare scelte non secondo il cuore di Dio. Ma si può e si deve riprendere il cammino, guardare l'ideale proposto dal Signore e camminare verso di Dio, piuttosto che pensare che tutto è impossibile e abbandonare anche l'idea e il proposito di avanzare anche di poco, secondo le proprie possibilità.
Comunque è importante che la comunità credente rifletta anche su questa importante dimensione della vita e dia indicazioni alla vita e al cuore dei credenti, senza blocchi e senza sconti, ma anche con grande delicatezza e attenzione alle persone. In una visione globale della persona e dei suoi dinamismi e dei suoi bisogni.
15. LE TRE DIMENSIONI DI CRISTO E DEL CRISTIANO
Profezia (Parola-Annuncio), Sacerdozio (Preghiera-Offerta), Regalità (Servizio-Amore) sono le tre dimensioni del servizio di Cristo (anticipate dalle figure anticotestamentarie dei Profeti, dei Sacerdoti e dei Re, che erano gli "unti del Signore") e sono anche le tre dimensioni del nostro essere credenti. Dentro la dimensione globale della comunione.
Eì estremamente importante che i credenti, tutti i credenti, soprattutto nei loro cammini formativi, arrivino a conoscere, comprendere e praticare la triplice dimensione della loro vita di credenti. Essere cristiani non è solo fedeltà alla preghiera e all'offerta di se stessi, ma è anche ascolto e annuncio della Parola di Dio, ed è anche reggere il mondo come veri re e pastori, cioè dando la vita per gli altri, servendo e non spadroneggiando..
E' ora di finirla di pensare che il giorno del Signore è già santificato andando a Messa: la vera santificazione si ha quando la preghiera nasce dall'ascolto e si apre a gesti di condivisione, di servizio e di umanità gratuiti, fatti per amore del Signore.
Così tutte le altre dimensioni della vita e dell'attività dei credenti. Per esempio il cammino di catechesi non può essere ridotto solo ad incontri dove si parla, fosse anche di Parola di Dio, ma deve essere "noviziato dell'amore" anche nell'apprendimento del saper pregare e nella pratica della preghiera personale e comunitaria, e soprattutto nell'inserimento nella carità della comunità..
Dal Concilio Ecumenico Vaticano II, cioè da quasi 50 anni, la liturgia, cioè la preghiera ufficiale della Chiesa è stata oggetto di riflessione e riforma. Ma molto resta ancora da fare, forse non a livello di principi, ma a livello di prassi, di persone e di comunità.
Alcune proposte solo per "gettare il sasso nell'acqua":
1) E' necessario e urgente valorizzare la preghiera personale e familiare, quel cuore della persona che si apre al mistero di Dio in Cristo e dialoga con lui. Spesso è ridotta a troppa esteriorità
2) In questi ultimi anni siamo tornati ad un concetto e soprattutto ad una prassi della preghiera comunitaria dove, eccetto lodevoli casi, soprattutto nei movimenti, il rito ha la parte dominante e a volte addirittura esclusiva. E' bello, come concetto, pensare e affermare che la liturgia con le sue parole e i suoi gesti ci rende "contemporanei" ai misteri che celebriamo, nella bella dinamica dei sacramenti, segni e strumenti dell'incontro uomo-Dio. Ma non occorre dimenticare (e occorre rifletterci e ricercare molto su questo argomento!) che strutture mentali e comportamentali pagane sono sempre in agguato e il rito facilmente diventa fine a se stesso, momento specifico della vita sociale e basta. Mentre tra noi vige il comando di Paolo "Pregate senza fermarvi mai" (1Ts 5,17). Il rito deve incarnare la vita e riportare alla vita. La vita deve essere "portata all'altare" nella preghiera, come adorazione ringraziamento offerta e intercessione e la preghiera deve divenire "missione" nella vita.
3) E poi c'è il nodo ancora irrisolto, nonostante anche qui non manchino situazioni e momenti in cui avviene qualcosa di diverso, della partecipazione "cosciente, attiva, responsabile, devota" dei credenti alla preghiera liturgica. Assistiamo sempre più a liturgie in cui l'"uomo del rito", il prete, fa i suoi gesti e i le sue parole, per il 90% incomprensibili a chi assiste, e tutto il resto dell'assemblea che assiste, spesso senza alcun segno di partecipazione.. E la domanda di fondo è: può esistere una liturgia, preghiera ufficiale della comunità, senza comunità e le sue relazioni personali e la sua storia condivisa?
Le associazioni e i movimenti di ogni genere sono una ricchezza dello Spirito, carismi per l'utilità comune. Ma continua deve essere la riforma sia della Chiesa che di queste aggregazioni dentro di essa, monitoraggio continuo e messa a punto continua di un dialogo importantissimo:
1) perché i movimenti e le associazioni non si pongano di fatto fuori della comunione della comunità unica della Chiesa Cattolica, a livello locale e universale, occorre che si equilibrino tempi e spazi di vita "interna" a queste comunità e di vita "esterna" nella partecipazione e nell'inserimento nella comunità (la "grande Chiesa"), a livello di ascolto condiviso della Parola, di conoscenza, di amicizia, di sacramento e preghiera e di servizio.
2) Perché il loro riferimento sia al Vangelo e al loro carisma specifico che spesso è uno dei tanti aspetti del Vangelo stesso. Un gruppo, associazione o movimento che semplicemente sopravviva, senza la sottolineatura continua del suo carisma, serve poco a sé e alla Chiesa.
Per essere sempre di più presente in maniera capillare sul territorio, per essere quella Chiesa di popolo che è nel DNA, la comunità cristiana deve organizzarsi creando comunità più piccole, sia sul territorio che attorno ad centri di interesse e di attività (associazioni e movimenti). La comunità più grande deve essere la casa comune di comunità più piccole, dove la relazione personale fra i membri sia più possibile, e così pure l'intervento diretto nell'aiuto vicendevole, nell'ascolto personalizzato della Parola e nella preghiera.
Come per
associazioni e movimenti, anche a proposito di queste comunità "di base" (come
si diceva una volta) valgono le stesse regole:
1) le piccole comunità devono essere incarnazione e concretizzazione dell'unica
grande comunità e non "chiesuole" per conto loro;
2) devono suddividere il territorio in vista della evangelizzazione,
dell'incontro con credenti e non, del servizio alle persone
3) devono raccordarsi a chi nella comunità ha il servizio di autorità, in merito
al discernimento del carisma di ognuno e in merito alle decisioni da prendere e
la linea da seguire..
Da oltre cento anni lavoriamo e preghiamo per l'unità dei credenti in Cristo, per superare lo scandalo delle divisioni, ma a tutt'oggi, mentre si ripete sempre che è un cammino "lungo e difficile", rischiamo di non essere molti passi avanti.
Anche su questo la nostra Chiesa, noi, dobbiamo metterci in cammino, forse un po' più tutti:
1) Mantenendo con impegno la ricerca di buoni rapporti personali, occorre cominciare a parlare con coraggio anche di quello che ci divide, e comunque occorre impostare un po' di più dei percorsi teologici di ricerca della verità, magari nello stile dialogico proposto in questo documento: ad ognuno sarà chiesto di convertirsi alla evidenza della verità e non alle posizioni di altri..
2) Io credo fermamente che la Riforma della Chiesa, nella formulazione delle verità e nell'adeguamento costante al Vangelo, al pensiero e alla prassi di Gesù, suo Signore, sia uno delle migliori strumenti a nostra disposizione per avvicinarci ai fratelli separati e per dialogare con loro e recuperare una comunione che è essenziale all'essere Chiesa..
L'esistenza e l'azione di entità intermedie tra gli uomini e Dio sono state sempre presenti e affermate nelle antiche culture, derivando dal concetto dell'animazione di ogni entità esistente da parte di "intelligenze" che le governerebbero (spiriti, dèi, gnomi, daimones, ecc..) sia dalla convinzione diffusa sia nel Paganesimo che nel mondo ebraico (in maniera più contenuta) che l'uomo non possa entrare direttamente in contatto con la divinità e rimanere vivo.
Una riforma su questo punto a mio parere consiste soprattutto nel prendere a due mani quel coraggio che forse la Chiesa non ha mai sufficientemente avuto e fare una lunga riflessione chiarificatrice, perché a tutt'oggi, a parte qualche accenno qua e là, non c'è una dottrina chiara in materia e il comportamento della Chiesa è piuttosto guardingo, quasi lasciando più ai singoli il modo e l'entità della propria venerazione o del proprio timore verso questi esseri..
Quanto un portato culturale di innumerevoli secoli fa parte importante e strutturale del nostro vivere e della nostra fede? Chiediamocelo e diamoci delle risposte, anche perché anche oggi pare ci sia una attenzione sommersa ma reale verso queste entità.
Di fatto nel Nuovo Testamento se ne parla in maniera molto contenuta, soprattutto degli angeli, e sempre nella direzione di una signoria assoluta, incontrastata e senza mezzi termini da parte del Signore Gesù. Se esistono, sono compagni o nemici in viaggio con noi, ma non si sostituiscono alla responsabilità della nostra libertà, e non sfuggono al controllo del Cristo..
21. VESCOVI: PASTORI O BUROCRATI?
La domanda è posta ovviamente in funzione provocatoria, e non vuole assolutamente essere un disprezzo o una valutazione negativa dei nostri vescovi, persone degne di ogni stima, che, per quanto ne sappiamo, danno veramente la vita per il loro gregge, a imitazione del Cristo Pastore.
La proposta di questo punto, di riflessione e di scelta, per la Riforma della Chiesa è molto più concreto, oggettivo, quasi organizzativo (ance se nella Chiesa l'organizzazione non si può fare a prescindere dai principi teologici!).
Se il vescovo è e deve essere il "pastore normale" di una comunità credente, successore degli Apostoli, colui che abitualmente sminuzza ai fedeli il Pane della Parola, è il Presidente quotidiano e normale dell'Eucaristia, e presiede alla carità della comunità, come fa oggi un vescovo a svolgere questi ruoli con 100-200.000 persone affidate (e da lì in su)? Di fatto il ruolo che è del vescovo lo devono assolvere i presbiteri.
E' sicuro che una esigenza organizzativa (e spesso anche burocratica) sia il migliore modo di incarnare il "criterio cristiano" sulle guide della comunità, chiamate ad essere veri padri e maestri, veri servitori delle persone?
22. LE PAROLE DEL PADRE NOSTRO
Da tanti anni si parla di una nuova traduzione del Padre Nostro, soprattutto per quello che riguarda l'inciso "Non ci indurre in tentazione" (anche se non solo)
A questa ricerca, a mio parere, dovrebbero partecipare tutti insieme studiosi e credenti comuni, per una versione che sia fedele all'originale greco e insieme in cui tutti si sentano a loro agio pregando.
Rispetto a quell'inciso, dopo aver analizzato il testo originale, io personalmente propendo per tradurlo "E non farci entrare nella tentazione", perché il verbo usato è lo stesso che si usa nel racconto dell'Orto degli Ulivi "Pregate e vegliate per non entrare in tentazione".. Perché, anche se può sembrare strano, secondo la Parola di Dio è lui stesso che permette di farci entrare in una situazione in cui la nostra fede è messa più o meno duramente alla prova, ed è lui che ce ne libera..
Noi siamo dei mandati dal Signore nel mondo per annunciare con le parole e con le opere che Dio ci ama, che ama la gente e il mondo e vuole tutti con sé. La Chiesa non ha più i confini del mondo, e Gesù Cristo chiama pochi a favore di molti, perché siano lievito, sale, luce. Se sei credente, questa missione è per te
La grande novità a mio parere è che all'inizio di questo terzo millennio occorre parlare di missione vera, concreta e quotidiana da parte di tutti i credenti, di tutti i battezzati. Non pochi e chissà in quali paesi. No, qui, dove sono io, qualunque sia il mio paese. Gesù Cristo ha voluto aver bisogno di me perché il mondo che mi circonda sappia che è amato e atteso e che qualcuno è morto per lui.
E' ora di organizzarsi dentro e fuori la Chiesa perché tutti, non solo nei gesti e nelle opere, ma anche a parole e nella verità abbiano un ruolo nella missione del Risorto "Andate.. fate tutti miei discepoli.." (Mt 28). Un po' è stato sempre fatto, ma adesso occorre che si obbedisca al Vivente molto, molto di più.. E ho l'impressione che organizzazioni come i Testimoni di Geova in questo siano più avanti di noi..
24. NON C'ERA FRA LORO ALCUN BISOGNOSO (At 4,34)
Una riforma che la Chiesa aspetta da sempre e sempre, per fortuna, ha tentato. Ma siamo sempre alle solite: lo ha tentato con qualcuno più sensibile e generoso. La vera riforma della Chiesa è che queste cose siano sollecitati a farle tutti, tutti i credenti, tutti i battezzati.
Riformare il tessuto delle nostre comunità perché diventi sempre più tessuto di accoglienza, di attenzione, di servizio. Abbiamo detto che la nostra morale deve essere concepita come in cammino continuo, continua evoluzione e continua conversione all'ideale che il Signore ci ha dato. E l'ideale è questo. Non possiamo sminuirlo né dire che il Signore ci ha comandato qualcosa di impossibile. Quella che fu una condizione passeggera nella prima comunità cristiana deve diventare una condizione stabile, o comunque un ideale perseguito oggi: tra noi, nella nostra comunità e attorno a noi meno bisognosi possibile perché ci amiamo e ci aiutiamo l'uno con l'altro..
Infinite le proposte possibili. Io ne avanzo una, solo per alimentare il dibattito e la ricerca sul da farsi: stabilire che ogni persona credente e ogni comunità "adotti" una o più realtà (una persona, una situazione, una famiglia, un quartiere, una città..) per condividere il più possibile, sia materialmente che spiritualmente. Perché siamo dei Samaritani veri e concreti, non solo a parole, perché i beni della terra siano strumenti di comunione e non di divisione ed egoismo..
25. FAMIGLIA, CHIESA DOMESTICA
Anche su questo versante della riforma della Chiesa si stanno facendo tante cose, per fortuna. Ma anche qui ben più numerose sono le cose da fare, per rimettere al centro della Chiesa, come assoluta protagonista, la famiglia, che è "piccola Chiesa", comunità unita nell'amore del Padre, del Figlio e dello Spirito, sacramento dell'amore sponsale di Dio verso l'umanità, luogo di accoglienza e di servizio alla vita.
Quello che c'è da riformare, in molti casi da riprendere, è che le cose che riguardano Dio in Cristo recuperino il loro posto al centro delle famiglie cristiane: che almeno un po' le famiglie siano luoghi di ascolto della Parola, della prima catechesi dei nuovi cristiani, di preghiera e offerta, di servizio alle persone, dentro e fuori della famiglia. Il tutto con una motivazione cristiana evidente e coinvolgente, sia per i membri della famiglia che da parte di chi incontra famiglie cristiane. E laddove non è possibile che tutta la famiglia sia coinvolta perché le posizioni delle persone sono diverse fra loro, ecco la famiglia come luogo di missione, una "affettuosa" missione, fatta di attenzione, di servizio e di testimonianza..
Se poi viene dimostrato vero quando detto al punto 6 di queste proposte, allora la famiglia cristiana è chiamata ad essere anche luogo in cui si celebra l'Eucaristia e dove quanto si vive nella grande comunità si fa quotidianità nella piccola cerchia ristretta. Ricordando anche che la famiglia può e deve essere inserita in piccole comunità di base, come si dice al punto 18.
26. RINNOVAMENTO DELLA CATECHESI
A parte quel rinnovamento che si attua naturalmente leggendo, studiando e confrontandosi con i tanti documenti e strumenti messi a disposizione dei catechisti e delle comunità, soprattutto a partire dal Concilio (e che troppo pochi conoscono!), occorre rinnovare il cammino catechistico secondo le regole che la Chiesa stessa si è data e che sono rimaste ancora sulla carta.
Il rinnovamento assolutamente più urgente è la collocazione del cammino di catechesi dentro la comunità cristiana, come un momento di essa, per cui la catechesi deve essere vista e sentita come "noviziato alla comunità", "cammino di iniziazione" a quella mentalità che fa del "criterio Cristo" l'impostazione di metodo più importante della propria vita.
E poi l'altra grande direttiva, collegata alla prima, prevede che il cammino di catechesi sia globale, riguardi tutti gli aspetti della vita e non soltanto l'aspetto cognitivo e conoscitivo. La fede cristiana è una vita, non soltanto una teoria, e Gesù Cristo è una persona viva di cui innamorarsi non un ricordo storico più o meno interessante o sbiadito..
Ci sono tantissime cose da dire su questo argomento, come il recupero delle famiglie come luogo di prima catechesi, soprattutto per i credenti nei primi anni, oppure che è ora di finirla a collegare il ritmo della catechesi con il ritmo della scuola, oppure che occorre essere ben più esigenti nel legame catechesi - sacramenti e che ora di finirla a dare sacramenti (segnatamente quello della Confermazione o Cresima) a gente che non crede!
Si parla molto di cammino unitario della iniziazione cristiana, ma spesso è più un cammino rituale che reale, delle cose da fare piuttosto che delle dimensioni da vivere. E soprattutto troppa gente nella Chiesa confonde a proposito di "iniziazione" tra "inizio" e "condurre ad essere esperto". La vera iniziazione a qualche cosa non è far conoscere alla persona da iniziare soltanto qualcosa, l'inizio appunto di quello che dovrà far parte della sua vita. L'iniziazione nel suo senso completo è condurre per mano una persona dall'inizio fino a quando non è in grado di padroneggiare quel qualcosa a cui è stato iniziato, e quindi non è in grado di camminare da solo.
Nella fattispecie della fede cristiana l'iniziazione può dirsi in qualche modo conclusa solo quando la persona dimostra di aver acquisito quell'abito mentale della "mentalità del Cristo", di cui parla il Documento base della catechesi: Educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo. In una parola, nutrire e guidare la mentalità di fede: questa è la missione fondamentale di chi fa catechesi a nome della Chiesa. (n. 38).
Come per il punto precedente, è estremamente fondamentale che chi fa un cammino di iniziazione cristiana, specialmente da adulto, abbia la grazia di condividere la vita della comunità, per un tempo importante, con persone che lo adottano e lo seguono, chiedendogli di "fare come loro", di essere "uno della comunità". E il loro ingresso nel popolo dei credenti deve essere una vera festa per tutta la comunità, una festa che non deve finire mai..
28. IL VATICANO NELLA NOSTRA CHIESA
Lo so che è un argomento difficile da trattare, e sul quale non ho mai sentito un vero dibattito all'interno della Chiesa (non che non ci sia stato, semplicemente io non vi ho mai preso parte e come me forse tante altre persone!).
Riformare la Chiesa non può non passare per un recupero di senso dello "Stato Città del Vaticano", e il senso si recupera rispondendo alla domanda: nel contesto di Cristo come nostro criterio unico di vita e di motivazione di scelta, quali sono le ragioni fondate su Cristo e sulla sua Parola per arrivare la struttura migliore in cui inserire il centro mondiale visibile del servizio alla fede?
Lo Stato Città del Vaticano, le sue basiliche, la sua storia e tradizione, i servizi che rende oggi al mondo, inserito Stato tra gli Stati: tutto è da valutare con calma, serenità e a lungo, perché la verità potrebbe evidenziarsi dove non ce l'aspettavamo. Ma certamente è da farsi, "pronti a rendere ragione della speranza che è in noi" (1Pt 3,16).
29. VOCAZIONE E VOCAZIONI NELLA CHIESA
All'inizio del terzo millennio, quando la vita ha sempre meno senso e tante vite vengono bruciate, gettate e sprecate, concepire la vita come vocazione, come risposta ad una chiamata, come condivisione di una missione, è anzitutto un grande dono. Occorre continuare su questa impostazione (molto si è fatto in questi ultimi anni) e incrementare, perché ogni credente si senta coinvolto personalmente nell'essere chiamato servo buono e fedele del suo Signore, completamente a disposizione di lui e della sua famiglia, la Chiesa. Il cristiano dice in ogni occasione e per ogni cosa "I care", mi riguarda, mi interessa e mai "che me ne importa?", mai!
All'interno del discorso vocazionale generale occorre che le vocazioni di speciale consacrazione (presbiteri, diaconi, religiosi, consacrati laicali..) siano maggiormente radicalizzati, fino a considerarsi e farsi considerare da tutti dei "kamikaze di Dio": gente che ha tolto per davvero le lancette all'orologio del suo tempo, e conosce solo la totalità per il Regno..
Quanto alla mancanza di vocazioni per la guida della comunità consiglio, organizzandosi nei tempi e nei modi, che la comunità ecclesiale ritorni all'antica prassi della "chiamata" delle persone cresciute nella fede al suo interno.
30. "IL CARO ESTINTO": PREGHIERE PER I DEFUNTI E INDULGENZE
Riformare la vita della Chiesa su questo punto vuol dire anzitutto prendere coscienza che su questi argomenti siamo molto indietro quanto a riflessione coraggiosa e fatta in base ai dati della rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Prendere atto e coscienza di questo vuol dire anche mettersi in cammino, con calma, con delicatezza, senza subito voler distruggere le certezze e le speranze di tanta gente che ha nel gesto verso i defunti uno dei pilastri fondamentali della propria fede.
Ma è urgente ripensare quello che ci tiriamo dietro da secoli: la purificazione dopo la morte (quel Purgatorio mai sufficientemente definito nell'ambito delle verità da credere), il "tesoro dei meriti" di Gesù Cristo e dei santi, il potere della Chiesa di dare sconti sulla pena oltre la morte (l'indulgenza), il collegamento che di fatto si è stabilito tra Eucaristia e "intenzione" di offerta della medesima da parte del presbitero (detto "sacerdote" non a caso!), il collegamento di fatto stabilito tra questi discorsi e i soldi, la cosiddetta "offerta"... Tutti argomenti tacitamente trasbordati di secolo in secolo e di generazione in generazione senza una riflessione precisa e una prassi coerente. E' ora di metterci le mani! Di recuperare bene quanto è secondo il "criterio Cristo" e di abbandonare quanto viene da consuetudini umane di origine pagana, da mentalità che vengono dalla notte dei tempi, da paure ancestrali che covano dentro di noi, da timori di "sacrilegio" di un mondo che da una parte si cerca di cacciare lontano ed esorcizzare e dall'altra che sappiamo che con esso avremo a che fare...
Senza aver fretta di risposte occorre che la comunità cristiana si ponga domande su domande, che faccia ricerche in ogni direzione, perché la verità di Cristo risplenda più pura possibile sulla vita e sulla morte, e perché la prassi da adottare davanti al mistero della morte, nostra e degli altri, sia nella giusta prospettiva del Cristo Vivente e Risorto.
31. AD OGNUNO IL SUO CARISMA. PARTECIPAZIONE E RESPONSABILITA'
Occorre urgentemente ripartire dal concetto fondamentale che ognuno di noi è un dono dello Spirito per l'utilità comune. Che è ora di smetterla a che la Chiesa sia il luogo in cui ci sono più "disoccupati" sulla terra. Compito dei pastori in particolare deve essere quello di aiutare le persone a identificare i loro carismi propri e a metterli al servizio di tutto il corpo ecclesiale, armonizzandoli con quelli degli altri.
E' ora di passare seriamente ad una comunità cristiana condivisa, condivisa nelle responsabilità, nell'annuncio della Parola, nella celebrazione della lode e del sacramento, nel servizio di carità. Condivisa da parte di tutti i credenti. Parola partecipata, perché studiata, letta, spiegata, imparata a memoria, comunicata a chi ci è intorno; Sacramento condiviso come lode comunitaria, partecipazione consapevole e responsabile ai santi misteri; Servizio condiviso e partecipato perché sul territorio la presenza del Signore sia evidente e i credenti siano l'anima del mondo.
Partecipazione dei laici vicino ai presbiteri; partecipazione dei movimenti, delle associazioni, dei gruppi, vicino alle famiglie e ai singoli; corresponsabilità di ogni cosa nella comunità per una presenza sempre più ricca: da parte delle donne, ad esempio, o dei giovani vicino agli anziani, delle famiglie.. Se siamo fratelli e sorelle, non dobbiamo aver paura gli uni degli altri. Anche se forse è più difficile armonizzare una ricchezza che reprimerla e ridurre ancora una volta la comunità cristiana poco più che la "bottega del prete", dove si va a prendere i servizi specifici della religione come si va dal fornaio o dall'elettrauto per i loro servizi..
E prima di tutto, insisto, occorre creare urgentemente spazi di studio, riflessione, confronto di tutte le problematiche che riguardano il nostro essere in Dio in Cristo e la vita comunitaria cristiana: sinodi locali e universali a temi, momenti di revisione di vita, scuole di dottrina teologica e pastorale ad ogni livello, per più o meno specializzazione, biblioteche come punto di incontro e irradiazione, consigli pastorali parrocchiali e diocesani funzionanti, commissioni teologiche e pastorali, uffici diocesani partecipati.. Non sto inventando niente: sto esortando la Chiesa, che già fa queste cose ma in modo piuttosto ridotto e frammentario (almeno in quella porzione di Chiesa che conosco io) a farlo in modo globale, massiccio, perché è lei che è stata definita da Paolo VI "esperta in umanità". E l'umanità troppo spesso non sente o non si accorge di avere nella Chiesa Cattolica un confidente in cui riporre la propria fiducia..
32. AMARE LE PERSONE E ODIARE I VIZI
Compito delicato della vita intraecclesiale è l'equilibrio tra le esigenze della verità e le esigenze e le situazioni delle persone concrete. Parlare dei principi può essere relativamente facile, ma applicarli alla vita nostra e degli altri è quanto di più difficile ci sia da fare. Il pericolo è di cadere in uno dei due opposti: il lassismo che lascia correre qualsiasi cosa, lasciando al singolo la decisione totale sulla propria vita, e il rigorismo che condiziona pesantemente la vita degli altri pretendendo che pratichino i principi (tra l'altro nella interpretazione che ne diamo noi!).
Uno dei grandi compiti della riforma della Chiesa oggi è riflettere su questa problematica e darsi delle linee concrete in modo che la verità entri nella vita delle persone anche con l'aiuto degli altri fratelli e sorelle e d'altra parte la vita delle persone sia sempre rispettata e venga data ad ognuno la possibilità di fare le proprie scelte (anche errate, a volte!).
Si tratta della cosiddetta "correzione fraterna", di cui parla in particolare Matteo 18. Il grande segreto, che segreto non è, per impostare al meglio questa dinamica comunitaria è quello di far avvenire tutto dentro una comunità vissuta e condivisa. E' quando si sente amato che ognuno accetta che l'altro gli annunci le esigenze della verità (o quelle che egli ritiene tali).
E l'altro segreto fondamentale è che dobbiamo sì annunciarci a vicenda le esigenze della verità, ma prima di tutto dobbiamo annunciarle a noi stessi, coinvolgendo e convertendo prima il nostro cuore e poi quello degli altri..