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| 5 - "Presbiteri" e "Sacerdoti" |
5.1. Gesù e gli Apostoli hanno abolito il linguaggio "sacrale"
E' una delle evidenze del Nuovo Testamento: il linguaggio
sacrale di Ebraismo e Paganesimo è assolutamente assente dai suoi testi e al suo
posto vengono usate parole assolutamente "laiche": di "sacerdote" si parla solo
a proposito di Gesù e del popolo sacerdotale, il capo è "epìskopos" cioè
sovrintendente e sorvegliante, il capo dei servizi comunitari è "diàkonos" cioè
inserviente, cameriere, il capo della comunità è il "presbyteros" cioè
l'anziano. Di templi non si parla, se non che è venuto il tempo di adorare Dio
dovunque (Gv 4,24-25). Si mangia con "mani immonde", si proclama il sabato che
deve essere per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Per non parlare di Paolo che
augura di "andare a farsi castrare" (Galati 3,1ss) a coloro che cercano di
imporre di nuovo le usanze sacrali dell'Ebraismo.
Mai una "Messa" o qualcosa di simile, fatta o fatta fare da Gesù, mai gli
Apostoli inviati se non ad annunciare il regno (che ha sede nel sacrario vero
del cuore delle persone e non in luoghi, tempi, oggetti, vesti, parole, ecc..)..
Nella nuova legge di Gesù (e anche nelle parole degli Apostoli) nulla di simile
alle tante pagine di Levitico, Numeri e Deuteronomio per un purezza sacrale, un
tempio, dei sacrifici, ecc..
Qualcuno dirà: che importanza può avere una parola o l'altra? E invece ce l'ha e
come! Perché il linguaggio o fortemente rivelativo della mentalità e della
intenzione. E tante volte è più importante quello che si tace di quello che si
dice. E anche è fondamentale saper distinguere tra ciò che "si dice" e ciò che
"si afferma": non tutte le parole che escono dalla bocca di qualcuno hanno la
stessa importanza nell'intenzione di chi le ha dette!
5.2. Gesù ha cambiato la realtà sacerdotale
Mail parlando di "sacerdozio" né per sé né per gli altri,
Gesù ha indubbiamente vissuto e cambiato per sempre la realtà dell'"uomo di Dio"
e del "dispensatore di misteri": prima di tutto consegnando questo compito a
tutti i suoi discepoli, nella veste fortemente laica del "banditore",
dell'annunciatore della Parola.
Ma la vera novità "sacerdotale" del Cristo è quella che metteva in luce spesso
Agostino: Gesù Cristo ha riunito in sé l'altare, la vittima, il sacerdote e il
Dio cui offrire il sacrificio: egli è colui che si offre, è colui che è offerto,
ed è il Dio cui è offerto, in unione con il Padre e lo Spirito. E noi, come dice
il testo fondamentale di 1Pietro 2,9ss, siamo "membra dell'unico sacerdote", non
per offrire qualcosa di esterno a noi, ma con lui e come lui offrire noi stessi,
nell'amore, nel sacrificio, nel servizio, nell'annuncio come coloro che sono
chiamati a portare il mondo a Dio, a riconciliare tutto l'universo con Dio, a
fare sì che Dio alla fine sia "tutto in tutti".
Un sacerdozio dunque personale, dinamico, pieno di Parola e di amore, vissuto
nella fede, capace di offrire se stesso, un sacerdozio che ben poco ha a che
vedere con il sacerdozio antico, ebraico o pagano (tutte "ombre" ormai passate
di una realtà ben più piena e diversa), con i suoi riti, i suoi tempi sacri,
luoghi sacri, statue, gesti, oggetti, vesti, spazi "sacri" e "profani".
Ricordiamo fra Cristoforo che con sorpresa di fra Galdino fa entrare una donna,
Lucia, di notte in convento citando la lettera di Paolo aTito "omnia munda
mundis!"..
E ricordiamo lo stupore immenso di Marco nel capitolo 7 quando commenta
esterrefatto le parole di Gesù sui cibi "dichiarava così puri tutti gli
alimenti", dopo secoli di fisiologia del puro e dell'impuro, dopo che l'uomo da
secoli si era messo contro l'uomo in nome di una purezza legale-religiosa che
era ritenuta essere presente da una parte piuttosto che dall'altra!
Sacerdoti sì, ma insieme al Sacerdote, nell'offerta d'amore totale di se stessi
e del mondo!
5.3. Mediatore e mediatori
A questo punto c'è un discorso estremamente importante da
fare e secondo il quale di fatto la Chiesa da 2000 anni ha scelto poi di
rimettere al loro posto i "sacerdoti": la realtà della mediazione. Era
convinzione nel mondo antico che solo persone scelte e particolarmente "sante"
cioè selezionate e purificate potevano accostarsi alla divinità senza essere
uccise.
Dunque sia nel Paganesimo come nell'Ebraismo era fondamentale il ruolo dei
"mediatori", sia di quelli umani come pure di quelli angelici (per cui lo
"spazio" tra noi e Dio era considerato pieno di intelligenze mediatrici di ogni
genere, angeli e demoni).
Ma ci sono due elementi che spazzano via tutto questo: 1Tm 2,5: il Mediatore tra
Dio e gli uomini è uno solo, l'uomo Cristo Gesù. In mezzo c'è solo lui e
possiamo in lui avere pace con Dio e con gli altri. E poi il velo del Tempio che
si squarcia alla morte di Cristo: è quello l'evento che getta Dio per sempre
dentro il mondo, nascosto per chi non vuol vederlo, presente e operante per chi
lo accoglie. Gli uomini possono entrare nel Santo dei Santi, non ci sono più
prescrizioni e divieti, perché la croce di Cristo ha inchiodato e fatto morire
la legge fatta di prescrizioni e decreti, e ha messo Dio al centro del cuore
dell'uomo e al centro del mondo.
Da Gesù Cristo in poi, dalla sua Pasqua, e con Gesù Cristo, puoi cercare e
incontrare Dio nel tuo cuore e in mezzo ai fratelli, sulle strade del mondo. E
lì sei chiamato a portarlo. Per cui tutti siamo mediatori, ma nel Mediatore. Per
cui la verità non è né mia né tua, e non dipende né da me né da te: è lui la
Verità (Gv 14,6) e la vera mediazione è aggrapparci tutti a lui.
Chi parla di lui ha un servizio di annuncio, un "carisma" per il bene di tutti,
non ha una dignità superiore agli altri, non è "ontologicamente" diverso dagli
altri..
5.4. Il governo della comunità: Gesù ha voluto una comunità ordinata
Dunque niente preti, secondo la visione di Cristo? Per
essere onesti verso la Parola di Dio (e tali dobbiamo cercare di essere fino in
fondo se volendo riformare la Chiesa prima di tutto siamo disponibili a
riformare noi stessi) occorre riconoscere che fa parte strutturale dell'agire e
del parlare del Signore Gesù, l'aver voluto una comunità strutturata, con delle
figure di riferimento e di governo.
Anche se è stato chiarissimo: chi comanda lo può e lo deve fare solo nella
dimensione del servizio (Lc 22) e nella verità dietro a Gesù, perché in ogni
momento Pietro, cui sono state consegnate le chiavi del regno, può essere non
Pietro ma satana se pensa secondo gli uomini e non secondo Dio! (Mc 8,31-33).
Sia Gesù che gli Apostoli hanno costituito capi e responsabili nelle comunità, e
giustamente la Chiesa Cattolica si riconosce "gerarchicamente costituita", da
sempre, e la garanzia della fede è l'essere in comunione con Pietro e con i suoi
successori.
La comunità credente deve prendere in seria considerazione anche questo aspetto,
di un Gesù che paradossalmente ha avuto ed ha più stima degli uomini di quanta
gli uomini ne abbiano verso se stessi e i loro simili!
Ma attenzione! Si parla di sovrintendenti (episkopoi), coordinatori (diàkonoi),
inviati (apòstoloi), anziani (presbyteroi), non di sacerdoti! Quindi guide nel
governo, ma non mediatori nel rito o nel culto: presidenti di una comunità
riuniti (Atti 2,42ss), ma non gestori esclusivi del "sacro".
A loro spetta il governo della comunità, in una comunione articolata dalla
chiesa locale alla chiesa universale, spettano le decisioni circa le prassi da
seguire, i carismi da coordinare e riconoscere, ma non sono i padroni e tanto
meno gli unici "uomini della religione".
5.5. I Pastori della comunità ecclesiale: comunione e discernimento
Dalla Parola di Dio e dalla tradizione della Chiesa, riassumendo un po' a spanne, si evidenziano due funzioni fondamentali del ruolo dei capi delle comunità:
a) la funzione di servizio della comunione: la comunità è unita attorno a loro, e dal successore di Pietro, in fraterna e stabilita comunione la comunità è una sola su tutta la terra. La comunione ecclesiale si fa con loro e attorno a loro. E loro sono il perno e i servitori di questa comunione. Quindi come "membra dell'unico Pastore" devono convocare, correggere, esortare, consolare, aiutare le pecore del gregge di Cristo, cercando di farsi "modelli del gregge".
b) la funzione di discernimento, riconoscimento e armonizzazione dei carismi: i capi della comunità non sono e non devono comportarsi da padroni sui doni che lo Spirito distribuisce ai fratelli, sia quelli graditi che quelli meno graditi. Essi sono chiamati a riconoscerne l'esistenza e ad armonizzarli con quelli degli altri, assegnando ad ognuno il proprio ruolo e facendo discernimento con loro sul cammino da intraprendere, in piena comunione, volendosi bene come persone e comunicando nella parola, perché lo stile di "Parola" non è solo quello scelto da Dio per comunicare con noi, ma anche quello che la chiesa ha come comunicazione tra fratelli. E anche su questo credo la Chiesa debba ancora fare un bel cammino di riforma e di ripresa!
Ricordo qui la distinzione di Agostino, così importante per comprendere la natura della comunità cristiana e delle sue componenti. Egli diceva alla sua gente "Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo. Questo è un nome di servizio, mentre quello è il nome della mia dignità". Secondo il Nuovo Testamento la comunità è un Corpo, un Popolo, una Comunità, un Tempio unico, e uguale è la dignità di tutti i battezzati, chiamati a condividere i tre aspetti del servizio del Cristo: profeta, sacerdote e re, Parola, Sacramento, Servizio. Dentro quella comune dignità ci sono doni diversi per l'utilità comune: l'apostolato, la profezia, il magistero, il servizio di carità, la consacrazione di chi è davanti a Dio per tutti, ecc..
Uno degli aspetti più urgenti della riforma della Chiesa sia proprio il recupero di questa visione, dove la maggior parte dei battezzati debba essere portata a conoscenza e poi all'esercizio dei propri diritti-doveri, di essere tutti profeti, tutti sacerdoti, tutti servitori di DIo in Cristo per la potenza e l'ispirazione dello Spirito Santo.
5.6. L'ultima Cena e l'istituzione del sacramento dell'ordine
Abbiamo avuto l'"anno sacerdotale" nel 150° della morte
di santo curato d'Ars e io non ho trovato, né in alto, né in basso un qualche
testo, un qualche pronunciamento, un qualche documento che fondasse
teologicamente l'esistenza dei preti nella comunità cristiana. Paradossalmente
sono più fondati i diaconi che i preti!
Forse ci si può riferire al famoso comando "Fate questo in memoria di me", detto
solo agli Apostoli nell'ultima cena?
Non contesto, ma mi pongo domande e le pongo alla mia chiesa, perché all'inizio
di questo terzo millennio arricchisca e precisi ancora meglio la sua obbedienza
al suo Signore.
E allora chiediamoci: se Gesù avesse dato quel comando solo agli Apostoli,
perché lo eseguirebbero anche i presbiteri, non presenti quella sera? E se quel
comando valeva solo per gli Apostoli, perché solo loro erano lì, allora anche
tutto il resto che è successo all'ultima cena valeva solo per loro: il comando
di amarsi, il comando di servire, e tutti i discorsi di rivelazione e la
preghiera per l'unità?
Oppure gli Apostoli, come sempre, erano lì a rappresentare tutta la Chiesa che
avrebbero dovuto servire (questo sì) anche con il carisma dell'istituzione?
E poi: un comando di questo genere chiede di fare un gesto o comanda di
istituire una istituzione così decisiva per cui non c'è chiesa senza prete e non
c'è Eucaristia senza prete, una istituzione di cui Gesù ha mai parlato prima (e
fatto intendere tutt'altro, come abbiamo detto sopra) e di cui gli Apostoli non
avrebbero parlato dopo, ma solo accennato a capi e pastori delle comunità?
E se veramente Gesù non intendesse quella sera "istituire" di nuovo "i
sacerdoti"? Quale responsabilità ha la comunità credente che da 2000 anni
impedisce a tanti di unirsi al Signore nel sacramento solo perché Gesù stesso è
stato attualizzato e rivissuto negli schemi mentali pagano-ebraici presenti
nella testa dei suoi seguaci (e non tanto di quelli immediati, ma di quelli
immersi nel mondo greco-romano almeno due secoli dopo la sua vita sulla terra)?
Se poi fosse vero quanto dico al punto successivo di queste mie proposte di
riforma, a proposito dell'Eucaristia, allora ci dovremo con coraggio far tante
domande e darci tante risposte, pronti a cambiare la nostra vita, se fosse
necessario..
Anche se al dunque deve essere sempre e comunque l'autorità costituita della
Chiesa a tirare le somme concrete di ogni discorso..
5.7. La ripresa di linguaggi e comportamenti "sacerdotali" nei primi secoli, da Paganesimo ed Ebraismo
Certa è una cosa, dalla analisi storica: solo intorno al
terzo secolo abbiamo documenti che riprendono i linguaggi e i comportamenti
"sacerdotali" e li attribuisce ai capi delle comunità. Anche il famoso capitolo
67 della prima Apologia di Giustino che parla del riunirsi della comunità nel
"giorno del Sole" (sunday, domenica) non mi pare che usi grandi linguaggi
sacerdotali, ma piuttosto il "preposto" è più un buon padre di famiglia che
gestisce l'incontro comunitario dove tutti partecipano, a parole e a fatti (con
doni per i poveri).
Se non vado errato, mi pare di ricordare che la grande diffusione della parola "sacerdos"
attribuita ai vescovi fu dovuta soprattutto all'eresia donatista, all'inizio del
quarto secolo, eresia combattuta poi da Agostino e che, guarda caso, affermava
che la santità del sacramento ricevuto dipende dalla santità della persona che
lo dà..
Parliamoci chiaramente: se la religione è principalmente rito, istituzione,
sacralità (tempi, luoghi, gesti, cose, parole,..), punto di potere della società
(anche buono, intendiamoci) allora, seguendo schemi mentali di millenni, noi
tendiamo a costituire dei mediatori, gli "uomini della religione" che fanno il
loro "mestiere" come il fabbro o il maestro fa il suo. E la chiesa è "la bottega
del prete". E in chiesa ci si va, come al distributore, per acquistare (spesso a
soldi) i servizi che quel luogo è preposto ad erogare, primi fra tutti
l'educazione della gioventù e il sancire con riti i momenti fondamentali
dell'esistenza, dalla nascita alla morte.
Ma se Gesù è tutt'altro (un tutt'altro che comunque si fa carico anche di tutto
questo, cioè della vita concreta e quotidiana di tutti gli uomini..) allora la
religione non dipende dall'"uomo di religione", e non è questione di qualche
momento della vita, ma è tutto quello che stiamo dicendo con queste proposte di
riforma e molto di più...