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| 12 - Non potete servire Dio e Mammona: I Cristiani e i soldi. I "beni" della Chiesa |
12.1. Chiediamoci: quanti cristiani condividono i beni della terra?
Ho sentito
spesso predicare sulla condivisione dei beni della prima comunità cristiana di
Gerusalemme e quasi sempre al passato: "Sapete cosa facevano i primi cristiani?
Mettevano tutto in comune.. condividevano tutto".. E questo mi dà sempre un po'
fastidio, perché la nostra fede cristiana non è un pezzo da
museo, non è come parlare di come vivevano i Romani o gli Assiri.. E' la nostra
vita di oggi che è in gioco..E come ben
sappiamo, quello che è scritto e proposto nella Parola di Dio ha avuto una prima
attuazione storica in un contesto ben preciso di tempo e di spazio, ma deve
trovare attuazione in ogni tempo e in ogni luogo, compreso oggi e qui..
Ora
domandiamoci, quale condivisione di beni materiali e spirituali c'è nella nostra
Chiesa Cattolica? Non parliamo di gente che si consacra alla vita comune.
Parliamo come sempre dei cristiani normali e comuni, di me, di te, dei cristiani
battezzati, di tutti i cristiani battezzati delle nostre comunità delle nostre
città.. Quale condivisione di beni, sia a livello materiale, di soldi, di cibo,
di tutto ciò che serve alla vita, e sia a livello spirituale, cultura,
informazione, e soprattutto condivisione dei cuori, attenzione, essere e tendere
ad essere continuamente "un cuore solo e un'anima sola".
E invece
quanti sono quelli che si credono "a posto" perché fanno una visita in chiesa da
soli ogni tanto e pregano il "loro" Gesù Cristo?
Basta
guardare semplicemente la "pratica" religiosa della Messa domenicale, che è ben
poca cosa rispetto ad una condivisione globale della vita, quale noi siamo
chiamati ad avere tra noi, per amore di Gesù Cristo.
Anche su
questo argomento, come su quasi tutti gli argomenti, il primo
problema non è che la gente è cattiva, e non vuol fare le cose. E' che
semplicemente non lo sa. Non è stata formata a questo. E non lo è nemmeno
adesso.Di
condivisione si parla raramente, e sempre in misura molto riduttiva. Quando va
bene, ci sono delle "raccolte" cui partecipare, raccolte di beni materiali, e
spesso di soldi..
12.2. Israele e la prima Chiesa davanti all'deale della comunione dei beni
Nell'antico popolo d'Israele c'era una legge molto semplice: il credente metteva
a disposizione del Tempio del suo Dio la decima di ogni cosa, cioè il 10% di
ogni proprio avere. Su uno stipendio di 2000 euro mensili questo vorrebbe dire
200 euro per la comunità.. Un ideale
irraggiungibile? Così come vengono considerati altri ideali proposti dalla
Parola di Dio?
Ma prima
di tutto: quale riflessione è attiva su questo versante tra noi, tra noi
credenti "normali" ripeto, non tra addetti ai lavori, non tra consacrati, ma tra
cristiani chiamati comunque a condividere i beni del cuore e quelli della
tasca..
Perché il
valore fondamentale è quello della comunione, della comunione totale in Cristo e
per amore di Cristo. Siamo una cosa sola. E Paolo si arrabbiò moltissimo quando
tra coloro che dovevano essere una cosa sola, i membri della comunità di
Corinto, c'era chi mangiava fino ad ubriacarsi, e altri che facevano la fame..
Un ideale
irraggiungibile e un esempio irripetibile? (tra l'altro c'è chi nota che nella
prima comunità di Gerusalemme a forza di vendere i propri beni e di metterli a
disposizione di tutti si sono tutti ridotti in miseria al punto che Paolo
dovette impegnarsi a fare una colletta per sostenere quella comunità... Ma
questo è un altro discorso, e va affrontato in chiave di attesa della fine del
mondo e del ritorno del Messia subito...).
12.3. Meglio forse i "surrogati"?
Allora meglio i "surrogati" come l'8 per mille? Una cosa non opportuna, secondo me, per due motivi ben precisi:
1) La condivisione comunitaria, se sentita, deve toccare anche il portafogli, come tutti i beni che ognuno di noi ha, a livello interiore ed esteriore. E invece si dice ai nostri credenti: "Mettete una crocetta, date l'8 per mille alla Chiesa, che tanto non vi chiediamo un centesimo in più. E' solo una firma, per devolvere parte delle tasse che comunque lo Stato ha deciso di devolvere". Dove è andata a finire la condivisione, che è bella solo se costa, solo se nasce da una piccola croce, dal dono gratuito e spontaneo ad immagine dell'amore di Cristo, come faceva Paolo, che era contento della risposta delle varie comunità alla colletta da lui proposta principalmente perché notava come quei credenti erano disponibili all'ispirazione di carità che veniva dallo Spirito. Qui invece abbiamo una totale "dis-educazione" all'ideale di condivisione comunitaria; non si parla della "propria" comunità, ma si "affoga" del mare grande e impersonale della "comunità nazionale", e soprattutto non c'è bisogno di alcuna conversione interiore, di alcuna disponibilità di fede, di amore: qui non sono più richieste le offerte della vedova. Basta firmare su qualcosa che non è nostro e saremo dei cristiani "a posto"..
2) Un altro motivo c'è per detestare questa scelta: si è parlato tanto e lungamente di "libera Chiesa in libero Stato", si è rifatto un Concordato, apparentemente Chiesa e Stato sono liberi e sovrani ognuno nel proprio ambito, e poi ecco di nuovo un asservimento della Chiesa allo Stato. Perché non illudiamoci, dove ci sono i soldi, dove si dipende per i quattrini si finisce prima o poi per dipendere anche in tante altre cose, a non poter avere la bocca libera di dire quello che si pensa.. E poi sono privilegi che fanno comodo, ma possono anche pesare, in vista di una Chiesa profetica.. E poi una cosa dice la bocca (libera Chiesa in libero Stato) e un'altra si fa "dietro".. Dove è la trasparenza evangelica, il dire tutto apertamente, il dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio..
12.4. Riformare e ripensare tutta la questione dei soldi, nel contesto della condivisione globale della vita
Quindi è
urgente che la nostra Chiesa Cattolica ripensi tutta la questione della sua
sopravvivenza e sussistenza economica.
Indubbiamente la sua "macchina" organizzativa ha bisogno di soldi. E' una
struttura visibile, oltre che una comunione misteriosa e invisibile. I suoi
presbiteri, i suoi vescovi, le sue attività hanno bisogno di soldi.
Ma la
regola, unica, sovrana e vera ed evangelica, per la gestione dei beni materiali
è che essi vengano condivisi con amore e spontaneità, convertendo il cuore, e
dando non gli spiccioli e gli avanzi, ma con gioia e in misura reale, per cui,
come succedeva a Gerusalemme, "chi ha, dia, e chi non ha, possa prendere..".
La misura,
i modi, i tempi per la condivisione dei beni (che non è solo condivisione di
beni materiali ma si deve estendere ai beni di tutta la vita) devono essere
studiati, provati, sperimentati. Sono questioni storiche, umane, sociali e
finanziarie. Sono affidate all'uomo. Anche agli uomini di chiesa. I laici ci
sono anche per questo, vicino ai presbiteri!
Ma la
sostanza, il principio deve essere chiaro. E la Chiesa deve essere il più
"pulita" possibile. E se i suoi credenti chiudono il cuore e danno troppo poco,
noi sappiamo che c'è la croce e la povertà come testimonianza comunque di
fiducia nella Provvidenza e di sequela del Cristo sofferente..
Oppure,
come dà oggi l'impressione la "macchina" ufficiale della nostra Chiesa Cattolica
(almeno in Italia), non è che la Sposa non si fidi dello Sposo, la Chiesa della
Provvidenza del Padre in Gesù Cristo, ma è che ha piacere di "dare una mano"
alla Provvidenza. Si cercano modi e tempi per "sbarcare il lunario". Se poi la
Provvidenza converte i cuori e viene incontro con le offerte spontanee, meglio!
No, non è
così che va vissuto l'Evangelo. Capisco che è difficile, capisco che è
rischioso. O meglio forse non sono questi i modi migliori per viverlo nel
concreto.
Ma
soprattutto sono convinto che sia praticamente impossibile parlare di queste
cose fino a quando non si parla della condivisione di tutta la vita. La
condivisione economica deve essere un aspetto, solo un aspetto, e non il più
importante, di una condivisione che deve abbracciare tutta la vita: pregare
insieme, celebrare insieme, soffrire insieme, educare insieme i bambini e i
giovani, creare opportunità di lavoro, di servizio, di solidarietà, anche di
svago.. insomma essere delle comunità vere, nel nome del Signore. E allora, e
questo è un dato che ho notato costantemente nella mia storia cristiana, la
condivisione economica non sarà un problema.
Veramente la Chiesa, oggi come mai, è chiamata sulla strada della povertà e della condivisione, a dar fiducia alle parole stupende, ma così "faticose" del Signore: "Cercate prima il regno di Dio e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta" (Mt 6,33). O, ancora una volta (lo diciamo o no) il Vangelo è una cosa e la vita un'altra? O è meglio avere rendite immobiliari sicure, come le ha il Vaticano o le hanno tante diocesi d'Italia? Con che coraggio e con che faccia annunciamo poi il Cristo povero e la condivisione cristiana?
12.5. Riformare partendo dalla Parola di Dio
Parliamo apertamente anche di soldi. Lo so che si dice che i peccati contro la castità sono uno scherzo di fronte alla "marea" di avarizia che spesso ha invaso il cuore degli uomini e delle donne credenti, e in modo particolare quello degli uomini della gerarchia, del servizio gratuito agli altri..
Per
partire ricordiamo benissimo il vanto di Paolo di Tarso: "[31]Per questo
vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato di
esortare fra le lacrime ciascuno di voi. [32]Ed ora vi affido al Signore e alla
parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità
con tutti i santificati. [33]Non ho desiderato né argento, né oro, né la veste
di nessuno. [34]Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me
hanno provveduto queste mie mani. [35]In tutte le maniere vi ho dimostrato che
lavorando così si devono soccorrere i deboli, ricordandoci delle parole del
Signore Gesù, che disse: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!». Così nel
"testamento spirituale" agli anziani di Efeso...
Cosa
vorrei che facesse la mia Chiesa su questo argomento? Anzitutto che si
rimettesse (anzi, forse che si mettesse) in cammino. In cammino di riflessione,
seguendo la Parola di Dio e in particolare la parola del suo Signore Gesù, che
su questo argomento è di uno "stretto" veramente inconcepibile. Parole come
queste dovrebbero risuonare ogni giorno all'orecchio di ogni credente, e,
seppure in lontananza, dovremmo cercare di metterle in pratica con tutte le
nostre forze:
"[32]Di
tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa
che ne avete bisogno. [33]Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e
tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. [34]Non affannatevi dunque per il
domani, perché il domani avrà gia le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la
sua pena". (Mt 6,32-34)
"[33]Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non
invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la
tignola non consuma. [34]Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro
cuore". (Lc 12,33-34)
Prima di
tutto infatti, come sempre, il rinnovamento deve partire dall'ascolto. E' la
Parola che dà forma, forma "cristiana" alla nostra vita. Dobbiamo convertirci,
cambiare modo di pensare, o meglio, assimilare e adeguare il nostro modo di
pensare al modo di pensare di Dio in Gesù Cristo. Agostino parlava di
"rettitudine": la beatitudine biblica dei retti e puri di cuore si riferisce
proprio ad accogliere come retto, rettilineo, giusto il modo di vedere di Dio e
non il nostro. Retto non è colui che va dritto per la sua strada, ma colui che
va dritto per la strada di Dio..
12.6. Alcuni principi sui beni della terra e sul loro uso
E qual è
la "rettitudine" cristiana rispetto ai soldi e ai beni della terra? Ormai a
livello di principio sappiamo quasi tutto: la Dottrina Sociale della Chiesa è
splendida, dettagliata, ricca e a disposizione di tutti. Occorre la pratica,
occorre urgentemente, occorre molto più di quanto già non facciamo:
1) I beni
della terra sono per tutti (la "destinazione universale dei beni della terra")
perché tutti siamo costituiti nella medesima dignità di figli di Dio.
2) I beni
della terra non sono infiniti e per questo occorre saperli usare, non sprecarli,
e soprattutto condividerli. Perché altrimenti la bocca del nostro egoismo va ben
al di là di centinaia e migliaia di mondi possibili!
3) I beni
della terra sono strumenti e non fini, devono occupare la tasca ed essere tirati
fuori per fare il bene, e non devono occupare né il cervello, né il cuore e
nemmeno (come purtroppo succede oggi) tutto il nostro tempo e tutta la nostra
attenzione..
L'avarizia
è un gran peccato perché mette le cose al posto di Dio e il cuore ne è
conquistato, soggiogato e deviato. Quanti omicidi, quante cattiverie fra gli
uomini a causa dei soldi?
4) Ma quello
che per gli altri è spesso una maledizione, per i credenti deve essere fonte di
comunione. Avere è avere per dare: rileggiamo 1Tm 6, l'esortazione di Paolo ai
ricchi. Sappiamo bene che il Cristianesimo non condanna per principio la
ricchezza. Ogni bene, anche materiale, è un dono di Dio e come tale va accolto,
ne dobbiamo esserne riconoscenti, senza sentirci "forti", "superbi" fuor di
luogo, ma abbondanti di ringraziamento e condivisione.
5) Qual è
il modo migliore per rendere grazie a Dio di quello che ci ha donato, anche
materialmente? E' la condivisione, la via particolare dei credenti in Cristo:
"mettevano ogni cosa in comune" (At 4). E' la manna la situazione ideale: "chi
ne prese di più non ne ebbe di più, e a chi ne prese di meno non mancò" (Es
16,18). Una comunità equilibrata, dove tutto è a servizio dell'amore, e
dell'amore che va incontro, che sostiene: "date loro voi stessi da mangiare" (Mc
6,37; Lc 9,13). E invece
nella Chiesa la condivisione è solo di qualcuno, è molto ridotta; e i poveri
sono in tanti tra noi, specialmente oggi. La carità della comunità non riesce a
raggiungere se non poca gente e in poche situazioni, spesso di emergenza. Questo è
uno dei grandi segni richiesti alla Chiesa all'inizio di questo terzo millennio:
condivisione dei soldi e dei beni della terra a livello locale, e a livello più
allargato, a livello planetario. Sconfiggere la fame, l'analfabetismo, la
disoccupazione, i problemi ecologici sono sfide ben più grandi che condurre una
guerra mondiale, organizzare mega feste o giochi e sport a livelli fantastici.
Qui è la vera sfida. Qui si gioca il futuro e la credibilità dell'uomo. Quanto
più dei credenti!
12.7. Uno stile di carità diffuso, non solo a livello di qualcuno, ma di ogni credente nella comunità
Non è che
tra noi non si condivida. Ma è a livello di volontari. Si crede ancora che la
Caritas sia la "commissione dei volontari della carità in parrocchia". E invece
la vera condivisione è quotidiana, coinvolge le tasche di ognuno, perché la vera
comunione interiore, per essere vera, deve coinvolgere concretamente i miei
soldi, i tuoi soldi. Ci deve costare. Ci deve almeno un po' bruciare sulla
pelle. La rinuncia è l'altro volto del dono. Digiunare non serve a niente (lo
diceva già il secondo Isaia in Is 58 2500 anni fa!), se il digiuno non si fa
dono, dono all'altro di ciò cui tu hai rinunciato per il tuo Signore. Se il
digiuno è solo "non mangiare oggi per mangiare domani", al massimo è una cura
terapeutica della tua obesità, ma non c'entra niente con la tua religione e
tanto meno con il tuo cuore e il tuo Dio!
E siamo
ancora una volta a livello di cuore. La religione di Gesù è religione del cuore.
E il nostro cuore è là dove è il nostro tesoro. Mi sono chiesto tante volte
perché Lc 12,34, non sia scritto alla rovescia (dove è il tuo cuore sarà il tuo
tesoro). No, è scritto così: "dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore":
perché noi siamo in balia di quello che ci attrae, come la capretta è
invincibilmente attratta da un fresco ciuffo d'erba che le agiti davanti al
muso, direbbe Agostino. E se il nostro tesoro è Cristo, noi saremo con Cristo;
se è costituito dai soldi e dal resto, saremo con essi, e passeremo con essi, e
saremo travolti con essi.. A noi la scelta..
12.8. Qualche indicazione concreta
Qual è la
misura concreta del dare nelle nostre comunità quotidiane?
Per me -
la cosa è ovviamente tutta la discutere - c'è una preziosa indicazione data al
popolo dell'antica Alleanza: la decima. Se non arriviamo alle altezze
evangeliche del dare tutto, almeno arriviamo alla disposizione dell'Antico
Testamento. Il che vuol dire che in una comunità parrocchiale come la mia, ogni
famiglia si impegna ogni mese a donare il 10% dei suoi introiti alla comunità.
Io credo che nella nostra società occidentale questa misura coprirebbe
largamente i bisogni dei nostri poveri e di quelli che adotteremmo in altre
comunità più bisognose delle nostre..
Si tratta
di alcune cose: 1) che sia un dono, un dono personale, che
scaturisca dalla fede e dall'amore, che parta dal cuore e vada al cuore delle
persone, considerando un privilegio il poter donare al Cristo nella persona dei
poveri e degli altri; 2) che sia un dono vero, non fittizio, non simbolico, non
i 10 centesimi la domenica a messa, ma un vero dono, consistente, che incida
sulle finanze della casa in maniera sensibile, perché si sappia di donare e si
cresca con quel dono; 3) il dono non può essere isolato: la vita della comunità
cristiana non può essere ridotta solo ad un aspetto economico, come succede per
tanti altri settori della nostra vita di oggi. Quindi la condivisione economica
deve essere coltivata come un aspetto della ben più vasta condivisione del cuore
e della vita, per cui camminiamo continuamente verso l'ideale del "cuore solo e
anima sola protesi verso Dio". Anzi, io credo fermamente (per convinzione ed
esperienza) che se la gente sente l'appartenenza interiore a livello di cuore,
di amicizia e di vita non ha difficoltà a passare anche alla condivisione
economica; viceversa, la borsa si restringerà sempre di più...
Se ci
credi, la comunità deve vivere con i tuoi soldi. Se non ci credi, o non sei
disposto, la tua comunità farà la fame e il tuo prete non avrà da mangiare.
Meglio così, che essere ricchi di soldi che non ci appartengono...
12.9. Amministrare i beni della comunità
Naturalmente, e veniamo ad un altro importantissimo argomento, è tutta da
rivedere la gestione e amministrazione dei soldi e dei beni delle comunità
ecclesiali. Non trapela quasi nulla su questi patrimoni, i preti sono troppo
invischiati nella loro gestione, ecc.. Ancora dobbiamo mettere in pratica At
6,1, laddove gli Apostoli dicono alla comunità che non è opportuno che i
ministri della Parola debbano sprecare troppo tempo nel servire le mense.. E per
questo, lo sappiamo benissimo, ci sono i laici. Ma sappiamo anche benissimo che
tutte le strutture di partecipazione poste in essere dalla Chiesa dopo il
Concilio, come il Consiglio Economico Parrocchiale o Diocesano languono o peggio
vedono il continuo dimettersi di persone elette perché quasi ovunque sono solo
strutture formali e non effettive..
E' ora di
rispettare le competenze, è ora di convertirsi a rispettare le competenze.
Vigilare, sì, certamente. Ma condividere anche le responsabilità, oltre che i
soldi. E amministrare e dirigere a livello economico e concreto è compito dei
laici.. Quando glielo riconosceremo veramente?
Ma d'altra
parte, quando i laici cristiani saranno finalmente adulti nell'ascolto della
Parola, nella celebrazione dei sacramenti, e nell'esercizio della carità
gratuita? Perché spesso è successo che non essendo persone ricche interiormente
e credenti impegnati, hanno combinato non pochi guai nell'amministrazione delle
cose comuni. Giuda e la sua borsa ancora insegnano.. Quindi, come si dice, una
botta al cerchio e una alla botte: coinvolgere i laici, dare loro fiducia, non
perdere il tempo con i soldi, ma insieme aiutare i laici a crescere globalmente,
a nutrirsi quotidianamente di Parola di Dio, a coltivare la gratuità e il dono,
prima per se stessi e poi per gli altri..
12.10. Il metodo dell'"adozione"
Quanto ai
modi di condivisione, mi piace parlare di "adozione": noi dobbiamo riferirci a
situazioni di bisogno materiale e spirituale in maniera stabile, continuativa,
impegnata, facendoci carico, per quanto possibile, delle persone e delle loro
necessità. Io sogno le famiglie di una via, che costituendo una comunità di via,
"adottino" una o più famiglie tra loro, particolarmente bisognose di essere
seguite; io sogno la mia parrocchia "gemellata" stabilmente con altre comunità,
non so, dell'Africa o dell'Asia; io sogno la mia diocesi che con le sue
organizzazioni e istituzioni si fa presente ad altre diocesi sorelle in un
intenso scambio materiale e spirituale (e questo forse è l'ambito dove si sta
facendo già qualcosa); come pure sogno che ogni famiglia, la mia famiglia,
"adotti" altre famiglie e persone..
Oltre
all'"adozione a distanza" io personalmente parlo, da quando nel 1995 ho fondato
l'associazione "Il Samaritano" anche di "adozione a vicinanza", perché è vero
che noi siamo nella società dell'opulenza, ma quante situazioni di bisogno,
materiale e spirituale, ci sono tra noi! E comunque l'adozione credo sia una
delle forme migliori per essere vicino agli altri, per "amarli" come il Signore
ci chiede, rispettosi della loro dignità, attenti a fare un lavoro "sussidiario"
cioè aiutando laddove loro non arrivano, ma mai sostituendosi a loro laddove
possono camminare con le proprie gambe. E il nostro lavoro di adozione deve
durare fino a che dura la "minore età", di qualunque natura essa sia,
psicologica, economica, culturale o sociale, e deve essere volto, il nostro
lavoro, ad aiutare gli altri a diventare indipendenti, ad essere protagonisti
della propria vita, soggetti e non oggetti.. Poi l'adozione finisce e inizia il
periodo della fraternità "alla pari", per altre adozioni di altri.. Ed è la
"catena del bene" di cui il mondo ha assolutamente bisogno vitale...
12.11. E anche uno stile di vita più sobrio..
E anche se questa cosa, quando è detta da altri, mi crea quasi sempre un po' di fastidio (perché mi fa ripensare ai troppi formalismi di tempi passati e presenti..), voglio anche aggiungere che non farebbe male ai cristiani coltivare uno stile di vita più sobrio, meno "ingombrato di cose": se entriamo nelle nostre case c'è di tutto e di più: cose inutili, se non dannose, cose superflue soprattutto. Ricordando il famoso detto di san Basilio: "Il mantello che tieni nell'armadio e non ti serve, lo rubi al povero che ne ha bisogno". E noi, quanto siamo ladri?