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14 - Per una visione cristiana della sessualità e dell'amore

14.1. Rapporti sessuali e procreazione

Parliamo ora di uno di quegli argomenti che si suol definire "delicati" e non soltanto perché riguardano il sesso: la gestione dei rapporti sessuali all'interno delle coppie cristiane..
Il problema è stra-conosciuto: come armonizzare le legittime esigenze di una normale vita di coppia, che ha nelle espressioni fisiche della sessualità il suo naturale "sacramento" e l'impegno e il dovere di essere aperti alla vita, al dono della vita.
Anche su questo argomento, ritengo che si debba parlare più apertamente, sia tra i presbiteri e i teologi, gli "addetti al lavoro", ma anche, e forse soprattutto, con i diretti interessati, cioè le coppie cristiane.
Un aspetto da sottoporre a riflessione infatti ritengo che sia prima di tutto quanto del discorso sessuale debba rientrare all'interno del discorso morale cristiano, in base a quali principi e per quale significato. Per troppi secoli infatti hanno scritto e legiferato in materia persone che come si dice con una battuta "non avevano mai visto una donna nuda": mi riferisco ai teologi preti o frati, persona consacrate, normalmente maschi, che per secoli hanno studiato e insegnato sull'argomento e spesso purtroppo sono caduti nel monito di Gesù in Mt 23,3-4: "[3]Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. [4]Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito". E' ora di parlarne apertamente e con tutti, con delicatezza, e insieme senza falsi pudori, cercando di cogliere l'essenziale del messaggio e delle esigenze di Gesù anche su questo punto.. La confusione e non-chiarezza che aleggia anche attorno a questo problema io credo che come sempre parta dalla non sufficiente chiarificazione dei valori in gioco, dei punti di partenza, e dei significati.
Perché nella sua formulazione semplice il quesito è chiaro: una normale vita di rapporti sessuali per i cristiani come può armonizzarsi con l'apertura alla vita? E: il rapporto sessuale che si ha escludendo in qualche modo la possibilità di generare come va considerato?

Io partirei, appunto, nella riflessione, dal chiarire i principi cui si deve ispirare la vita di coppia dei cristiani. Premesso che la sessualità e ogni sua espressione fisica completa, sia  per Gesù che per la Chiesa, è possibile viverla correttamente dentro una vita di coppia stabile, cioè nel matrimonio, ricordiamo che i valori della sessualità nella visione cristiana sono tre (non uno o due!):

1) la sessualità come "sacramento" della persona, segno e strumento, che significa e realizza quel dono reciproco, totale e irrevocabile, anima e corpo, di una persona verso l'altra. E dunque il rapporto sessuale ha un valore prima di tutto come unione delle due persone, "valore unitivo", che è un valore per se stesso a prescindere dalla generazione dei figli; e noi sappiamo quanto una "normale" vita di coppia sia oggi importante per mantenere l'istituto matrimoniale dentro i limiti della promessa che ci si è scambiata; possiamo vedere una base biblica in questo "appartenersi reciproco" nelle parole della Genesi: "per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna; e i due saranno una carne sola" (Gn 2,23-25);

2) il secondo valore è quello "procreativo": "cresce e moltiplicatevi" (Gn 1,25-28) è un comando creazionale dell'autore dell'uomo e della donna, il Dio Creatore e autore della vita. Per cui cristianamente una vita di coppia deve essere aperta a quella che la Chiesa denomina "paternità e maternità responsabili": infatti essere padre ed essere madre non è solo questione di un momento, quello del concepimento, ma è la dimensione di tutta la vita, dal concepimento del figlio, fino a quando egli non si allontanerà dal padre e dalla madre per seguire la sua strada nella vita. "Aperti alla generazione" vuol dire dunque apertura costante ed effettiva a "dare la vita" perché il figlio viva, dal momento del concepimento a sempre.. (attenti quindi a non ridurre l'apertura alla vita al solo momento del concepimento..)

3) il terzo valore è quello sacramentale, di cui parla Paolo in Ef 5: l'uomo e la donna cristiani trovano nel loro appartenersi totale, anima e corpo, la possibilità di una storia d'amore, di un amore in cui si incarna, si fa vedere, si realizza, e viene annunciato al mondo, e diventa salvezza anche per gli altri, l'amore di Cristo per la sua Chiesa, per la quale egli ha dato se stesso. Per questo nella loro unione i coniugi sono "chiesa domestica", "corpo del Signore" dentro una casa, insieme ai figli, "luogo" di salvezza per se e per gli altri. Donandosi all'altro, essi accolgono l'amore di Dio e lo restituiscono.

Ora come in tutte le altre espressioni della vita, ci sono due aspetti da tener ben presenti, non per cercare delle scuse, ma perché effettivamente la vita è così (abbiamo già trattato queste problematiche nel punto dedicato alla dimensione dinamica della morale cristiana):

1) il Vangelo propone l'ideale, come qualcosa verso cui dobbiamo sempre tendere con tutte le nostre forze, cercando di incarnarlo nell'oggi. Ma non sempre l'ideale evangelico riusciamo a realizzarlo completamente. La nostra morale è dunque chiamata a camminare, realizzando pian piano realizzazioni imperfette, ma in cammino, tentando di arrivare alla perfezione. L'ideale è amare i nemici. Ma se non riesco proprio ad amare il mio nemico, tutti mi dicono che devo cominciare col non restituire male per male, e poi pregare per lui, e poi tentare un qualche approccio, ecc.. Eppure Gesù ordina di amare i nemici. Punto! Ora, tutti noi, e specialmente gli uomini di chiesa, mentre siamo tanto comprensivi e indulgenti sul comando di amare i nemici, siamo stati e ancora a volte siamo così esigenti, così duri in materiale sessuale: tocca a vivere secondo l'ideale più puro e assoluto, pena l'inferno, anche per una piccola mancanza.. Secondo il dinamismo della morale cristiana, che è obbedienza, cammino e crescita questo non è e non può essere vero. E quindi è vero che l'ideale deve rimanere tale: apertura totale e unitiva tra i coniugi, in tutta la loro realtà fisica, psichica e spirituale, e poi apertura incondizionata a donare la vita, e poi apertura a incarnare l'amore di Cristo per la Chiesa, rispondendo a questo amore pagando di persona. Questo è e rimane l'ideale. Non va diminuito. Ma mentre un atleta percorrerà i 100 metri in pochi secondi, lo storpio li percorrerà in molti minuti. Ciò che conta qui è veramente "partecipare" non "vincere"! Perché molti a forza di voler rispettare in assoluto qualcosa, hanno mandato all'aria altro..

2) Esiste la coscienza della persona come ultimo giudice per la propria vita. La verità va proclamata ed esigita. I principi devono rimanere quelli. Ma come per ogni altro aspetto della vita morale e cristiana, alla fine, nella singola situazione, deve essere la coscienza di ognuno, il più possibile illuminata dalla fede, il più possibile in dialogo con i fratelli, il più possibile cosciente dei valori in gioco, ma deve essere la coscienza a decidere cosa fare, perché sia "il meglio in quel momento". E può essere anche qualcosa che non è secondo l'ideale. Ma sarà il piccolo passo di quella persona verso l'ideale. Così diceva Paolo in Fl 3,15-16 (non parlando di sessualità, ma in genere): ognuno continui ad avanzare dal punto in cui effettivamente si trova. E se qualcuno la pensa diversamente Dio lo illuminerà anche su questo..

Ovviamente io propongo le mie considerazioni come proposte di punti di partenza, di riflessione, di ricerca, non come dogmi assoluti. Per carità!

Però in questa materia, riflettendo lungamente sui dati offerti dalla Parola di Dio e dalla Tradizione della Chiesa, mi sento di offrire questi punti alla riflessione comune della Chiesa, in vista anche qui, laddove possibile e ritenuto opportuno, della riforma della sua vita:
1) E' grave peccato (e va detto) non considerare, non tenere presenti, e non tentare di lottare per realizzare tutti e tre i valori della sessualità cristiana nella propria vita di sposati..
2) La morale è qualcosa che è in cammino: ogni momento, pur tenendo presente l'ideale, ognuno deve fare quello che può: c'è chi ha a disposizione cinque talenti e chi uno.. l'importante è fare cose vere con quello che riesce ad avere..
3) Utilizzare degli strumenti per il controllo delle nascite per poter vivere al meglio il primo e il terzo dei tre valori del matrimonio, mettendo fra parentesi il secondo perché responsabilmente si è valutato che è opportuno fare così in questo momento, non è secondo l'ideale, ma è l'incarnazione concreta e possibile degli ideali nella vita reale dei cristiani..
E questo specialmente se si è già aperti alla vita, tirando su responsabilmente uno, due, tre figli..
E' l'egoismo che è peccato, e non un comportamento pratico o un altro automaticamente!

Facciamoci alcune domande:

è più dentro una vita di fede chi, avendo già vari figli, al limite e oltre il limite della propria capacità di sussistenza economica, usa delle precauzioni per vivere momenti di unione, necessari fra i coniugi, senza aprirsi a nuove vite (che se comunque verranno saranno accolte!) o chi, non potendo avere figli, vivere la sessualità con estrema libertà e piacere e non si preoccupa ad esempio di cercare altre forme di apertura alla vita come l'adozione?

E' più dentro una vita di fede chi negandosi per anni al partner quanto a rapporti sessuali (per non fare "peccato") di fatto spinge il partner a trovare soluzioni diverse per vivere una certa vita sessuale? E dove va a finire il valore unitivo?

E ancora (fatti da me sperimentati): se una coppia ha già dei figli, e una possibile nuova gravidanza si sa già che comporterebbe rischi anche mortali per la donna, è giusto che vivano da allora in poi "come fratello e sorella"? E il valore unitivo? e direi anche, e il valore sacramentale? E' vero che c'è un discorso di croce che si fa a questo proposito. Ma io credo che il discorso si possa anche fare, ma debba essere il cuore e la coscienza delle persone a scegliere, e non chi dall'esterno ha una grandissima facilità di "legiferare" e "sentenziare"..

Io sono stato sempre colpito da due osservazioni:

1) Paolo, così esigente, e così rigido, che non lasciava alternative sulla fede, sulla carità, sulla sincerità, abbiamo mai osservato da vicino come tratta questo argomento? Con grande, grandissima delicatezza, e con grande apertura alle situazioni concrete delle persone (diversamente da molti nella Chiesa, ieri e oggi):

"[1]Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l'uomo non toccare donna;
[2]tuttavia, per il pericolo dell'incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito.
[3]Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito.
[4]La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie.
[5]Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. [6]Questo però vi dico per concessione, non per comando.
[7]Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro" (1Co 7,1-7).

2) La parola chiave di Paolo "vi dico per concessione, non per comando" viene frequentissimamente ripresa da Agostino che parla dei rapporti sessuali fra coniugi senza volere figli come di "venialis concubitus", che si può tradurre: "un rapporto sessuale comprensibile", "degno di comprensione" "che si può accettare", "che si può scusare"..
La regola ideale non è quella. Ma la situazione concreta può non poter andare oltre, soprattutto quando si tratta di persone non educate ai valori e ad una sensibilità più fine e ricca di spiritualità..
Dice Agostino in uno dei numerosissimi passi che ho trovato sull'argomento: "Un rapporto sessuale nel matrimonio, voluto per procreare, è senza colpa; quello invece fatto solo per rispondere ad un desiderio d'amore, purché fatto con il coniuge ha una colpa "veniale", a motivo della fedeltà che è propria del matrimonio; mentre quello con una prostituta è sempre peccato" (Il bene del matrimonio 6,6).
Ora se pensiamo che per Agostino il valore unico del matrimonio era la procreazione dei figli (di quello che lui chiamava il "contratto matrimoniale"), e parlava così anche della situazione meno ideale, ma a volte l'unica possibile per vivere in armonia il rapporto fra i coniugi, quanto più ne dobbiamo parlare noi per i quali i valori dell'unione matrimoniale sono certamente tre e non uno?
Si dice che la Chiesa "deve parlare così", con durezza, senza sconti, proponendo l'ideale e basta, perché "la situazione è grave", perché "altrimenti dove andiamo a finire?"..
Io personalmente non credo a questi discorsi. Prima di tutto perché ci andiamo a finire lo stesso, con o senza i divieti della Chiesa. E poi perché, soprattutto, quello che ci salva è lottare per gli ideali e praticarli nella nostra vita concreta, e non le affermazioni di principio. Se una affermazione di principio è fuori della vita, è fuori anche dell'uomo, e in dialogo con Dio c'è l'uomo concreto, è lui e la sua donna la via concreta del Cristo, non una legge oggettiva, ferma e indiscussa, senza cuore.. La logica portata dal Cristo ragiona in maniera ben diversa.. Credo assolutamente interessante per fare la riflessione su queste cose partire dalla frase del Signore "il sabato è per l'uomo, non l'uomo per il sabato" (Mc 2,27)!
Mi si consentano due battute finali, da laico sposato e credente e conoscitore anche della condizione dei consacrati:
obbligare i coniugi cristiani, anche in quello che possono avere di momenti di serenità fra di loro a mille controlli e "precauzioni" non rischia forse di arrivare a creare gravi problemi fra loro, soprattutto se non la pensano nello stesso modo?
E poi, tra mille controlli e precauzioni, che fine fa la spontaneità e la dolcezza dell'amore? Potrebbe finire più in nervosismi, liti e altro, che non nell'"essere a posto con Cristo". Forse Cristo si occupa di ben altro per la nostra vita..
E infine non sarà ora di smetterla, nella Chiesa, di pensare che la sessualità è il primo problema (almeno in certi ambiti e in certe coscienze)? Sì è vero, una vita "pulita" in mezzo ad un mondo che valorizza solo il piacere attuale, oggi e qui, una vita ricca di ideali, di progetti, per cui il gesto di un momento viene "iscritto" dentro una vita insieme sono cose molto più belle. Però non dimentichiamoci che prima che nella sessualità il nostro rapporto con il Signore si gioca su ambiti ben più importanti e su cui lui è stato ben più insistente e preciso: la carità gli uni verso gli altri, il perdono, l'uso intelligente dei beni della terra, il saper rimanere cristiani dentro le strutture di potere, la valorizzazione e promozione della persona umana.. Uno dei compiti della nuova riflessione della nostra Chiesa dovrebbe essere, a mio parere, saper mettere le cose ognuna al posto che le compete, né troppo, né troppo poco..

14.2 Sessualità e controllo delle nascite

In aggiunta a quanto abbiamo detto nel paragrafo precedente, parliamo adesso su alcuni aspetti del cosiddetto "controllo delle nascite".
Sappiamo che la Chiesa Cattolica su tutta la terra porta avanti una durissima battaglia, praticamente contro tutti, su questo argomento. La vita - ella dice - è un dono di Dio, dal suo concepimento alla sua fine naturale, e va accolta e rispettata, e non va manipolata in alcun modo..
Di questo problema e un po' di tutta la problematica legata alla sfera sessuale si parla nella Chiesa, ma non troppo direi, e soprattutto se ne parla "insegnando" più che ricercando e dibattendo, e spesso i laici e i diretti interessati sono piuttosto fuori dal dibattito, ridotti troppo a "recettori" di riflessioni e decisioni altrui. Farli partecipare di più, accettare che "pensino" con la loro testa e diano il loro contributo alla riflessione comune, credo sia un passo doveroso e necessario..
Cosa voglio dire su questo spinoso problema come mio contributo al dibattito della mia Chiesa?

1) Prima di tutto noi, seguaci dello spirito e non della lettera, della vita e non della morte, del positivo e non del negativo (perché abbiamo dato la nostra totale adesione al Dio della vita, che non conosce il male), vorrei che la mia Chiesa, anzitutto nel suo linguaggio (che è sempre segno di una mentalità che c'è dietro!) si esprima in modo positivo, mettendo l'accento sul positivo piuttosto che sul negativo.
Nel nostro specifico problema, più che parlare di "controllo delle nascite" (con il conseguente problema di limitazione sì, limitazione no) esorto tutti noi a parlare di "amore alla vita", di "promozione della vita". Il problema vero è l'accoglienza della vita dal suo primo sorgere, e prima ancora l'essere disponibili a realizzare la collaborazione con il Dio creatore che ha voluto la vita legata al suo dono ma anche al nostro impegno. E' il "sì" di Maria che rende possibile una incarnazione donata comunque da Dio Trinità nella potenza dello Spirito. Dono di Dio e risposta dell'uomo si devono sempre incontrare: così ci ha creati il nostro Dio, così ci ha voluti, collaboratori coscienti, attivi e responsabili.
Chi non è disponibile a dare vita, pur potendolo, chi non è aperto a sostenere ogni vita, pagando con la propria, che non è disposto ad amare è fuori dal progetto di Dio, si deve convertire: questo è quanto deve gridare la Chiesa anche al mondo di oggi..
Sarà poi la coscienza della persona e della coppia, sarà il dialogo con la comunità, con gli esperti che seguono le persone, con la verità, con le guide spirituali e sociali a far prendere una decisione in una singola situazione..
La Chiesa ha adottato una stupenda espressione: "paternità e maternità responsabili". Lasciamo alle persone e alle coppie la responsabilità di essere responsabili!
Noi dobbiamo proclamare sempre e comunque l'ideale pieno, il Vangelo della vita, ad ogni persona, in ogni situazione, in modo positivo, cioè affermando la vita.
Ma siccome, almeno entro certi limiti, la vita è affidata alle mani responsabili delle persone, lasciamo alle persone l'onore, l'onere e il rischio della scelta libera sulla propria vita: quanti figli avere, quando averli, come educarli, come amarli..
La Chiesa, a mio parere, deve sostenere i valori: l'amore, l'accoglienza della vita, la promozione della persona dei genitori e della persona dei figli.

Ad una coppia che pur potendo essere aperta alla generazione ha deciso di non avere figli, la Chiesa annuncerà senza sosta la vocazione ad essere padri e madri, la vocazione a dare alla vita, voluta direttamente da Dio Creatore.
Ma ad una coppia che ha già vari figli e non ne può più avere, la Chiesa dirà "Tirate su bene quelli che già avete" e lasci alla loro coscienza la decisione di non averne altri..

2) Non si può entrare nella vita delle persone, se non in punta di piedi e in nome di una Parola che non è nostra, ma del Signore. Per questo il "controllo delle nascite" non può e non deve essere imposto dall'esterno, per esempio con la sterilizzazione di massa. Occorre ricorrere a mezzi umani, quali l'informazione, la formazione, la crescita spirituale, la responsabilità verso la comunità e la società.
Questo vuol dire che se alla fine una coppia decide di accogliere altri figli che magari a giudizio di altri non andrebbero cercati (vista la situazione o economica o psicologica o lavorativa della coppia), la coppia va rispettata nella sua scelta. Certo va aiutata, con la parola, con il sostegno comunitario e va inserita dentro una condivisione di vita comunitaria, lui, lei e i figli. Perché ogni vita nata è sempre automaticamente un dono e un compito per la comunità in cui è nata.
Quello che è importante è che ci educhiamo a trattare le persone e i problemi in modo "umano" cioè sulla base dei valori umani (la persona, la comunione, il rapporto con Dio di ogni persona e coppia, la libertà, la responsabilità, ecc..) e non in base a criteri di altro genere, che a volte sembrerebbero più stringenti, come quello economico o quello sociale, ecc..
A questo proposito desidero testimoniare la mia stessa vita: io sono nato perché due persone piuttosto avanti negli anni (mio padre 60 anni e mia madre 40) hanno deciso di essere aperti alla generazione non di uno (io) ma di ben due figli (mia sorella, più piccola di me). E alla luce della storia di poi è stata certamente una scelta giusta e felice, perché siamo ancora al mondo, abbiamo avuto la nostra vita, e specialmente mia sorella è stata il sostegno dei nostri genitori nella loro età anziana.. Se i miei genitori, prima di metterci al mondo, avessero sentito il parere di molti, forse noi non ci saremmo stati!
Quindi tutto deve avvenire nel rispetto e nel dialogo con le persone, sempre disposti ad aiutarle e a non giudicarle, perché poi il dono d'amore dipende dalla ricchezza d'amore di ogni cuore, non ci sono automatismi..

3) Un'altra cosa da sottolineare, estremamente importante per me, è che una valutazione sul controllo delle nascite andrebbe preso tenendo presente non un solo fattore, ma tutto un insieme di fattori, di situazioni, di motivazioni, di problematiche..
Per questo occorre educare i cristiani ai valori, fin da giovani, educare all'amore, all'amore totale e generoso che arriva fino alla croce, cioè fino al dono totale e disinteressato di sé..
Non è certamente uguale la situazione di chi "usa delle precauzioni" per non avere altri figli da parte di una famiglia che ha già due o tre figli e responsabilmente sa che le sue condizioni economiche non permetterebbero una vita dignitosa ad ulteriori figli, e la situazione di chi non vuole figli perché preferisce spendere i propri soldi in un bel viaggio annuale in un paese esotico!
Così non è la stessa responsabilità quella di una coppia giovane, ben sistemata sotto ogni punto di vista, e che non vuole figli, e una coppia che vive in un alloggio di due stanze, con uno stipendio da fame..
Come in ogni altra decisione morale da prendere, occorre che si tenga presente in modo "umano" ogni cosa, non in astratto, non la legge per la legge, ma la legge che aiuta la persona umana ad essere se stessa, oggi e qui, nella situazione in cui è, nelle condizioni in cui è.. Questo non toglie che si possano fare atti "coraggiosi" di maggiore apertura alla vita di quanto non ne consigli la prudenza umana. Ma deve essere qualcosa verso cui una coppia cresce, non un automatismo da accettare con rassegnazione..
Dipende molto dal cuore, da quanto il cuore è cresciuto, da quanto il cuore ama, da quanto il cuore è disposto ad amare. E l'amore dipende dal credere, dall'affidarsi.. Quindi ancora una volta, è fondamentale che le persone siano inserite in un dinamismo continuo di crescita personale e comunitaria, che le aiuti a percepire dei valori superiori, che le aiuti a far diventare "naturale" e "ovvio" quello che in uno stadio di sensibilità "normale" (cioè secondo la maggioranza della società di oggi) non lo  sarebbe!

Al fine, ogni persona sposata e ogni coppia deve mettersi davanti alla parola del Signore "Crescete e moltiplicatevi" "dono di Dio sono i figli" "chi ama la sua vita la perde" e deve chiedersi: come sto camminando io verso questo ideale che mi viene proposto per realizzarmi secondo il Dio che io amo e noi amiamo?

14.3 Sessualità e masturbazione 

E a proposito di sessualità parliamo anche di masturbazione o autoerotismo, come si dice, cioè della ricerca di piacere fisico, manipolando in qualche modo i propri organi genitali.
Questa è una delle cose di cui si parlava in eccesso fino a qualche anno fa. Adesso credo che se ne parli molto, molto di meno, forse troppo. Come sempre avviene.
Anche su questo credo che la Chiesa debba ai suoi figli, in particolare ai giovani, un certo servizio di chiarezza, né troppo, né troppo poco.

E anche su questo argomento, come su tutti gli altri, noi siamo chiamati ad annunciare a noi stessi e agli altri i principi secondo i quali cercar di formare la nostra coscienza, e con i quali confrontare i nostri comportamenti. Non si tratta in primo luogo di permettere o vietare, comandare o minacciare: si tratta di comprendere cosa è in gioco e si tratta di esortare alla via migliore, sapendo che la nostra vita è in cammino e nessuno è perfetto, ma anche che non per questo ognuno può fare quello che gli pare e basta!

1) Prima di tutto va chiarito il collegamento tra questo fatto e la teoria generale cristiana sulla sessualità. Non credo che, come si è fatto in passato, la pratica della masturbazione rientri in qualche modo nel sesto comandamento. Il sesto comandamento infatti riguarda il matrimonio, la fedeltà del matrimonio, la lealtà sociale che sono violati dall'adulterio, cioè dall'andare con un'altra persona che non sia il proprio partner. L'autoerotismo sotto questo aspetto non viola nulla: è solo una ricerca di piacere usando il proprio corpo.
2) Di per sé la ricerca di piacere usando il proprio corpo non è necessariamente una violazione della legge di Dio, perché altrimenti sarebbe peccato ogni ricerca di piacere nel mangiare, nel fare una passeggiata, nel bere, nell'accarezzare, ecc.. Casomai questo problema come tutti gli altri usi del proprio corpo a fine di piacere può rientrare in un altro problema: noi che siamo fatti per amare gli altri, e il nostro corpo deve essere segno e strumento di amore e servizio, siamo egoisti nel cercare, in qualsiasi modo e momento e forma, un piacere che sia solo per noi o che, peggio, ci estranei dagli altri? Quindi il problema eventualmente rientra in una gestione del proprio corpo, rispetto a se stesso e rispetto al dialogo con gli altri. Perché il corpo ci è dato per stare bene con noi stessi e insieme per stare in relazione con gli altri...
3) Bisogna poi vedere da dove nasce la ricerca di piacere manipolando il proprio corpo, e il particolare gli organi genitali. Perché ci possono essere tante motivazioni e non tutte così egoistiche allo stesso livello. E qui devono parlare più gli psicologi che i teologi!

Per esempio si dice che in una età piuttosto piccola (4-5 anni) si tratta della "scoperta del proprio corpo" e quindi di una fase evolutiva importante e forse necessaria per una evoluzione normale..

Invece nel periodo dell'adolescenza questo comportamento è dovuto al primo prepotente "risveglio" della sessualità, e gli psicologi parlano di normalità se ci si mantiene entro certi limiti mentre la cosa diventa patologica quando si va troppo oltre quei limiti, in quanto la personalità non è disposta a crescere per arrivare ad essere in dialogo con gli altri, ma rischia di rifugiarsi in un cerchio egoistico, piccolo, ristretto, dove cercare soddisfazioni a poco prezzo, rinunciando a tanti valori e a tanti comportamenti più ricchi..

Dunque credo che se ne debba parlare con chiarezza, dando come sempre l'ideale verso cui camminare e cercando di non definire semplicemente "peccato" tutto ciò che capita, ma quello che veramente è tale, e che è sempre l'egoismo in ogni forma. Importante anche stabilire cammini di accompagnamento, su questo come su tanti altri punti della propria vita affettiva e sessuale..

14.4 Sessualità e matrimonio: i due saranno una carne sola...

Un giorno che mi preparavo a parlare di Mc 10 ad un gruppo di persone sono stato colpito dalla seguente riflessione:

Da tempo infatti mi chiedo quale sia il pensiero del Signore Gesù sull'unione tra l'uomo e la donna, al di là di molte interpretazioni ripetute alla stesso modo per secoli, ma, mi pare, spesso senza l'opportuno approfondimento.C'è infatti una cosa (che ho vissuto in prima persona nella mia esperienza di vita) che mi fa interrogare, e cioè il fatto che per la maggior parte dei preti e degli sposati si è "costituiti sposati" quando il prete in qualche modo "dichiara" che siamo sposati.
Noi sappiamo però che da sempre i ministri veri e unici del matrimonio sono gli sposi. Sono essi che celebrano il sacramento esprimendo il loro consenso, esprimendolo l'uno all'altra.Gli altri sono testimoni di questo evento, e non lo costituiscono in alcun modo, se non conferendogli un valore "sociale" (noi testimoni abbiamo "udito" la "consegna" reciproca di queste due persone).

Ora, specialmente nei films di origine anglo-americana sempre più spesso si sente la formula del tutto infelice e non vera "Io vi dichiaro marito e moglie".  Mentre noi sappiamo che nel nostro rito cattolico il presbitero dice solo "Il Signore benedica e confermi il consenso ora manifestato".. Quindi chi unisce l'uomo e la donna indissolubilmente è il reciproco consenso, nel quale, sacramentalmente, si manifesta e si realizza il sì di Cristo alla sua Chiesa..

Esistono quindi nella mentalità comune tante forme di relazione, anche stabile, tra l'uomo e la donna: convivenze di fatto, convivenze occasionali, matrimoni religiosi, matrimoni civili..

A parte che il matrimonio, lo sappiamo tutti, come istituto religioso-civile ha avuto una origine soprattutto patrimoniale e giuridica (nuovo soggetto di diritti e doveri) e quindi nella storia è stato un "contratto" vero e proprio per gestire in maniera stabile la "cellula della società" cioè la famiglia, io credo che anche su questo punto sia da tornare, come di fatto facciamo spesso, alle origini, esattamente come disse Gesù a chi lo interrogava: ma all'inizio non fu così (Mc 10).

E parallelamente mi sono chiesto tante volte: tutti i matrimoni che hanno fondato famiglie, miliardi di famiglie, in milioni di anni, su tutta la terra, e non sono stati riconosciuti né tantomeno benedetti da qualcuno, sono dentro il progetto di Dio? Sono la via di santificazione naturale per chi si è amato con tutto il cuore, ha voluto e cresciuto figli, ha dato la vita per la sua famiglia? E ancor oggi i milioni e milioni di coppie che si formano senza benedizione alcuna, che valore hanno?

Ed ecco la lettura che propongo, come suggestione e proposta attorno a cui lavorare.
Osserviamo:
1) Il testo della Genesi dice: "[24]Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne" (Gn 2,24).
2) Il Signore dice: "[2]E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E' lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?».
[3]Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?».
[4]Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla».
[5]Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
[6]Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina;
[7]per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola.
[8]Sicché non sono più due, ma una sola carne.
[9]L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto» (Mc 10,2-9).

3) Ora in nessuno di questi due testi, né in altri del Nuovo Testamento si parla di altri che costituiscono il matrimonio che non siano gli sposi, né preti, né funzionari dello Stato. Dio unisce quello che l'uomo unisce, con la sua decisione di appartenersi. Togliamo incrostazioni, pre-comprensioni, pre-giudizi, cose costruite dalla riflessione e dalla pratica storica. Torniamo alle cose come sono: quando un uomo e una donna si scelgono per appartenersi e divengono una sola carne (quindi quando i loro corpi e le loro interiorità si uniscono) Dio li ha uniti, sono una famiglia..

4) Per tentare di dare corpo all'idea che Gesù abbia "istituito" il sacramento del matrimonio ci si rifà alle nozze di Cana, che con Gesù e il matrimonio c'entrano praticamente nulla. Certo esse sono simbolo di quel matrimonio tra cielo e terra che è l'incarnazione del Verbo, la sua persona, egli è il matrimonio tra Dio e l'umanità. Ma questo al massimo è ciò che si incarna del sì fedele e totale tra uomo e donna. Non è presupposto per una autorità da parte di qualcuno a "costituire" qualcun altro sposato.

Ora tutto io lo sento particolare in due direzioni:

1) Il contorno comunitario è importante per accogliere la coppia in comunità e "riconoscere" i due come una sola realtà, costituendoli, anche socialmente e comunitaria soggetto di diritti e doveri
2) Ma quando c'è la decisione reciproca, si sposino o non si sposino, in chiesa o in Comune, essi sono sposati, si appartengono. E questo non ad un livello di fede e di Cristianesimo, ma a livello di volontà creazionale di Dio, scritta nella natura dell'uomo e della donna e nella natura del loro rapporto. Dinanzi a queste cose il "compagno" o il "marito" o il "convivente" hanno lo stesso significato, agli occhi del Signore, che ha pensato in un modo solo la scelta reciproca tra uomo e donna..

Forse tutto questo può gettare nuova luce sulla problematica ingarbugliata delle coppie di fatto, dei DICO, del divorzio, delle famiglie naturali, delle famiglie cristiane?..

Credo proprio di sì.
Ma lungo sarà il cammino di riflessione (se ci sarà!).

Un'ultima cosa. Questo è l'ideale. Appartenersi per sempre, essere una carne sola, cioè una realtà concreta sola. Ma se gli uomini, come in tutte le altre cose della morale e del comportamento secondo i valori migliori dell'umanità e della fede non sono capaci di essere fedeli se non a sprazzi all'ideale nella sua totale purezza, è il caso, proprio per andare incontro alla concretezza dell'uomo, di riconoscere comunque valori diversi (a seconda dei valori vissuti e incarnati) a situazioni diverse, che pur non essendo secondo l'ìdeale, comunque tentano di incarnare nella situazione in cui sono tanti valori importanti agli occhi di Dio?
Anche questo è un bel problema e la comunità cristiana ci deve lavorare sopra a lungo, con cuore disponibile, senza cedere a facili soluzioni, con l'intendimento di rimanere fede all'ideale di Gesù Cristo, ma anche con grande attenzione e accoglienza verso le persone e le loro situaizoni.