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| 16 - Liturgia e Preghiera, personale e comunitaria |
16.1. La "contemporaneità" della liturgia e il pericolo del rito.
So di entrare in un campo "minato", dove posso saltare in aria da un momento
all'altro. Ma il mio cuore chiede di potersi esprimere anche su questi argomenti,
così "santi", e quindi spesso così "off", e direi anche, spesso così "irriflessi",
così "scontati", per cui di generazione in generazione ci tramandiamo
convenzioni, convinzioni, affermazioni, stereotipi, forme e quant'altro,
convinti di "rendere gloria a Dio"!
Mi
riferisco alla Liturgia, la preghiera ufficiale della Chiesa.
Se non
sapessi del pericolo rituale dell'uomo, se non sapessi che per secoli (e anche
oggi in tante religioni su questa terra) l'uomo ha identificato il suo rapporto
con Dio, la sua religione, principalmente con il rito, spesso baratto tra uomo e
divinità, se non sapessi che Gesù ha posto una fine netta e perentoria ad ogni
valore rituale, ad ogni espressione solo rituale, potrei allora applaudire a
tante espressioni che oggi vanno per la maggiore: "lex orandi, lex credendi",
"Il Signore ci parla oggi qui come sulle strade di Galilea", "Il Signore è in
mezzo a noi", "Non c'è differenza tra adesso e l'ultima Cena, è lo stesso rito
che noi ri-presentiamo", ecc.. ecc..
Mi dà l'impressione che oggi la "contemporaneità" della liturgia ad ogni evento salvifico sia considerato un dato di fatto, un dato oggettivo, di cui prendere atto e da vivere fino in fondo: si afferma che la liturgia (la "divina liturgia" come viene chiamata) sia l'unico modo che abbiamo per ri-vivere con pienezza quanto celebriamo, cioè gli avvenimenti della storia sacra e in particolare la vita e la Pasqua di Gesù. Praticamente, di fatto, la vita religiosa delle nostre comunità, ha un ritmo celebrativo, liturgico, formale (cioè espresso in certe forme), come espressione privilegiata della sua vita.
Ma sono troppo sperimentato negli anni, ho partecipato a troppe Messe e celebrazioni di ogni genere, per non sapere che il pericolo è presente, è dietro l'angolo, è nel nostro cuore: e il pericolo è quello di "sentirsi a posto", è quello di pensare e sentire che una volta fatti bene questi riti, il rapporto con Dio in Cristo è a posto.. L'autogiustificazione della ritualità è sempre pronta a gettarsi su di noi, e a diventare addirittura il nostro "dio" al posto del Dio vivente. Un po' quello che succedeva ai farisei...
E alla base di tutto questo, tra le altre convinzioni, c'è il pensiero che Cristo abbia istituito per noi tutta una serie di gesti e di riti, nei quali lo incontriamo vivo, diventiamo "contemporanei" della sua storia sulla terra, della sua croce. Non c'è più la mediazione sacramentale nel parlare: non lo incontriamo più "nel sacramento" (nel segno che svela e insieme vela la sua presenza e la sua azione). Ma lo incontriamo direttamente. Tutto avviene qui, noi siamo con Gesù a Gerusalemme e insieme con Gesù nella vita eterna. Tutto è luce, tutto è pienezza. Mangiando il suo pane siamo "già" nella vita eterna. Ecc.. ecc..
Tutte belle frasi. Ma intanto vediamo come tanti altri aspetti della vita cristiana sono scarsi o addirittura assenti. Vediamo che purtroppo sotto la patina cristiana, continuano a sopravvivere logiche cultuali pagane. E le parole di Cristo le senti di fatto sempre più lontane..
Laddove infatti il sacramento, sia pur bello, ben celebrato e sentito, non occupa il posto che gli compete nella vita cristiana, cioè dentro la comunità, nel riferirsi a Dio Trinità, accanto all'ascolto della Parola e all'impegno di carità e servizio, diventa una dimensione isolata della fede, che rischia di essere tutt'altro che espressione della fede cristiana..
E' questo cui Paolo si riferiva quando condanna chi mangia il Corpo di Cristo senza "discernere" il Corpo di Cristo (1Co 11): e non discerne il Corpo di Cristo chi non lo sa riconoscere nella condivisione comunitaria, chi non pratica "il cuore solo e l'anima sola", chi non tenta di leggere le cose nel modo nuovo proposto dalla Parola del Signore, chi non sa semplicemente di "appartenere" agli altri fratelli e sorelle, chi non "sa" che il rito è niente, se poi al rito non corrisponde la vita, se il pane spezzato in chiesa non diventa "vita spezzata" nella quotidianità..
Io credo che la nostra Chiesa debba riflettere a lungo di nuovo su quello che rappresenta la Liturgia nella sua vita, e dare al gesto e al rito e in genere alla espressione pubblica della fede il posto che le compete, recuperando il senso del "sacramento", del "segno", del cammino storico e soprattutto della possibilità di fraintendimenti, di formalismi, di ritualismi, di gesti fini a se stessi e non collocati dentro una vita..
E per il formalismo e ritualismo non può bastare la motivazione della "contemporaneità" nostra rispetto a ciò di cui si fa memoria.
E' vero che Paolo in 1Co 10 dice che tutta la storia passata è stata scritta per nostro ammaestramento, ed eravamo noi sotto la nube e dentro il mar Rosso.. Ma questo non vuol dire che basta pronunciare certe parole o ripetere certi gesti per essere veramente "dentro" il dinamismo della salvezza..
Dal cuore non ci dispensa nessuno, tanto meno Gesù Cristo..
La Liturgia, e in genere la preghiera, pubblica e privata, hanno un ruolo e un posto fondamentale nella vita del credente e della nostra comunità. Non lo discuto. E lo pratico. Sono convintissimo anch'io che la liturgia debba essere "punto di arrivo" e "punto di ri-partenza" di tutta la vita cristiana. Ma per essere tale la vita cristiana ci deve essere come vita vissuta. E ci deve essere "oggi" e "qui". Non basta credere di "trasferirci" al tempo di Gesù o dell'Esodo o di chissà quando, e di essere a posto.. Tutto avviene e nulla avviene, se non avviene anche oggi! Nel Cristianesimo gli automatismi sono messi al bando e basta..
Perché gli automatismi trasformano la religione in magia, in culto formale, in ritualità. Come per esempio sacramenti come il battesimo e la Cresima, quando si crede che "noi pensiamo a dare il sacramento che poi al resto pensa lo Spirito". Invece nell'impostazione della religione del cuore, se tutto non avviene all'interno di un reale dialogo d'amore tra Persona divina e persona umana, nulla accade, anzi, riceviamo qualcosa che è a nostra condanna, non a nostra salvezza!
Quando dunque celebriamo i riti della Chiesa, bisogna essere attenti ad un equilibrio vitale della nostra vita cristiana. La dimensione di lode, ringraziamento, offerta in unione con il Cristo sulla croce ci deve essere ed è meravigliosa. Ma ricordiamoci prima di tutto che sono segni, collegati alla realtà significata, ma non la realtà stessa presente al punto che si sostituisce a noi. Qualche prete, mi par di capire, è arrivato a pensare che lui e Cristo, quando "celebra" sono la stessa persona, e che lui è quasi un "medium" che presta la sua voce e il suo corpo ad una entità superiore! Ora il dinamismo del sacramento non mi pare questo.. Qui siamo nei culti misterici di Dioniso o di Cerere, al massimo, ma non nel Cristianesimo..
Il Dio trascendente rimane tale, e se "tocca" la nostra storia, lo fa nel mistero, nel sacramento, che è segno e strumento, "memoriale" di qualcosa che avvenuto una volta per sempre, 2000 anni fa, e che "vive" per la dimensione di "spirito eterno" in cui il Cristo è stato intronizzato..
Puoi anche essere "contemporaneo dei santi" nella tua celebrazione, ma se il tuo cuore non è "contemporaneo all'Amore" nulla ti giova. Le parole di 1Co 13 valgono tantissimo anche in questa problematica!!
Ricordiamo l'espressione del paragrafo 14 della Costituzione del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla Sacra Liturgia. Andando a verificarne il testo, sono stato positivamente sorpreso nel notare, ad un esame più approfondito, quante volte il Concilio, in quella stessa Costituzione, parla di "partecipazione attiva" dei fedeli, partecipazione responsabile, devota, ricca.. Ho contato ben 17 frasi in tutto il documento dove ricorre (nella traduzione italiana) la parola "attiva" riferita a questa partecipazione.
E anche se un po' lungo desidero inserire qui (diversamente da come ho fatto in tutti i capitoli, dove volutamente, per non appesantire il libro, ho evitato in ammucchiare citazioni da testi diversi) alcune frasi di quel documento, perché sono troppo importanti, e purtroppo sono sconosciute al grande pubblico dei fedeli cristiani.
Dice dunque il Concilio nella Costituzione "Sacrosanctum Concilium":
14. È
ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella
piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è
richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, «
stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato » (1 Pt 2,9;
cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva
partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro
della riforma e della promozione della liturgia. Essa infatti è la prima e
indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito
cristiano, e perciò i pastori d'anime in tutta la loro attività pastorale devono
sforzarsi di ottenerla attraverso un'adeguata formazione.
19. I
pastori d'anime curino con zelo e con pazienza la formazione liturgica, come
pure la partecipazione attiva dei fedeli, sia interna che esterna, secondo la
loro età, condizione, genere di vita e cultura religiosa. Assolveranno così uno
dei principali doveri del fedele dispensatore dei misteri di Dio. E in questo
campo cerchino di guidare il loro gregge non solo con la parola ma anche con
l'esempio.
21. Perché
il popolo cristiano ottenga più sicuramente le grazie abbondanti che la sacra
liturgia racchiude, la santa madre Chiesa desidera fare un'accurata riforma
generale della liturgia. Questa infatti consta di una parte immutabile, perché
di istituzione divina, e di parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei
tempi possono o addirittura devono variare, qualora si siano introdotti in esse
elementi meno rispondenti alla intima natura della liturgia stessa, oppure
queste parti siano diventate non più idonee. In tale riforma l'ordinamento dei
testi e dei riti deve essere condotto in modo che le sante realtà che essi
significano, siano espresse più chiaramente e il popolo cristiano possa capirne
più facilmente il senso e possa parteciparvi con una celebrazione piena, attiva
e comunitaria.
Partecipazione attiva dei fedeli alla messa
48. Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti.
Revisione dei sacramentali
79. Si faccia una revisione dei sacramentali, tenendo presente il principio fondamentale di una cosciente, attiva e facile partecipazione da parte dei fedeli e avendo riguardo delle necessità dei nostri tempi.
E non ho inserito tutte le citazioni possibili!
La Chiesa richiede dunque una partecipazione piena, attiva, responsabile, interiore, facile, cosciente, ecc.. da parte dei fedeli cristiani alla celebrazione della liturgia, cioè della preghiera ufficiale della Chiesa.
Ma da anni, a parte qualche lodevole eccezione, non abbiamo partecipazione da parte dei normali credenti:
- non una
partecipazione attiva: cosa fanno i fedeli, quando ormai i presbiteri che
presiedono le celebrazioni fanno sempre di più tutto loro? Solo perché "possono"
rispondere o obbedire a quello che viene comandato o suggerito? E' questo essere
attivi?
- tanto
meno una partecipazione responsabile: dipende forse da ogni singolo fedele
qualcosa, anche minima, della celebrazione comunitaria? Sono forse i fedeli
laici responsabili di qualche cosa?
- e ancor
meno una partecipazione consapevole: io sono convintissimo che il 98% delle cose
che vengono dette o fatte nelle celebrazioni della Chiesa sono assolutamente
incomprensibili ai presenti, chiamati ad assistere sempre di più come
disciplinati ascoltatori, partecipando al massimo con le risposte e il
canto...
E' qui il punto su cui vorrei di più esortare la mia Chiesa a ripartire, a ripartire sul serio come non ha mai fatto e come normalmente non sta facendo nelle nostre comunità: tenere presente l'uomo, la persona umana nella sua concretezza, nella sua quotidianità, nella sua cultura di ogni giorno, nel senso che dà alle parole e alle cose.. Come accusiamo i politici di parlare il "politichese", gli uomini di Chiesa parlano un linguaggio tutto loro, senza normalmente verificare se il messaggio passa o meno..
L'evento
celebrativo cristiano, come ogni evento di salvezza e della storia della
salvezza, è e deve essere un evento dialogico, tra Dio che dona e parla e il
fedele e la comunità che ascoltano, comprendono, reagiscono e rispondono con la
loro adesione di fede.. Ma se la persona non è raggiunta nelle sue categorie di
pensiero e di azione, nella sua quotidianità, se non sente e scopre Cristo come
inserito al centro della sua vita di ogni giorno, come risposta ai suoi problemi
economici, politici, culturali, familiari, relazioni, lavorativi, ecco che la
liturgia rimane un rito, un rito staccato dalla vita, non come fonte e culmine
della vita stessa..
Occorre
fermarsi, occorre spiegare parola per parola, occorre non dare più per scontata
nemmeno una espressione o una parola di quelle che usiamo. La gente non sa più
niente, la gente non ci segue, la gente confonde i piani e le cose.
Veramente
ci si può chiedere, come si chiedeva quel professore ateo l'altro giorno ad una
conferenza: se il Cattolicesimo è una religione basata sulla condivisione di una
verità, sull'ossequio che parte dal cervello e va al cuore, esistono ancora
Cattolici su questa terra? Certamente non ne vedo attorno a me..
Si dice
che la Parola di Dio viene annunciata nella liturgia. Ma quale annuncio?
Chiamiamo forse annuncio quella lettura spesso fatta male, incomprensibile, da
parte di un lettore che ha solo della buona volontà?
Come far
passare nella testa e nel cuore delle persone presenti, dei bambini, degli
anziani, messaggi che sconvolgono il mondo e la vita semplicemente con una
lettura di due minuti? E poi bisogna essere fortunati che i presenti stanno con
le orecchie tese ad ascoltare. Il che non succede quasi mai. E poi bisogna che
quel giorno siamo andati a Messa, altrimenti testi decisivi per la nostra vita
come il discorso della montagna, se va bene, lo risentiremo fra tre anni, quando
tornerà secondo il ciclo usato delle letture domenicali..
E' questa
definibile una partecipazione cosciente e attiva? Sono io il cattivo se dico:
non mi pare!, oppure sto semplicemente ricordando l'ovvio? Basta aprire gli
occhi ad ogni celebrazione domenicale cui fedelmente partecipiamo (io da 50 e
passa anni)!
Sono
cattivi e non disponibili alla conversione i fedeli, oppure il mistero che si
celebra è celebrato in modo che li sfiora soltanto, che li tocca solo
occasionalmente, nella Parola che non è spezzata e rimane lì (Pane spesso
indigesto da accantonare subito), nel Pane che non significa spesso niente (o
troppo poco),
nelle preghiere ripetute sempre nello stesso tono, nella stessa posizione, con
le stesse cadenze, nei simboli così ridotti al minimo, quasi a niente, come il
simbolo decisivo dello spezzare il pane, o il simbolo della cena che non è più
cena, ma al massimo una piccola ostia dolciastra in bocca?
Io da
tempo faccio una proposta che sembra pazza, ma forse non lo è: fermiamo questo
fiume di "Messe", fermiamo il Cristianesimo interpretato come kg di
celebrazioni, riti, riti, processioni, funzioni.. Organizziamo assemblee di
fedeli, in cui far loro scuola della Parola, in cui condurli per mano verso il
sacramento dell'acqua, del pane, della luce.. Ascoltiamoli nei loro problemi e
illuminiamoli con la Parola del Signore.. Aiutiamo anche a liberare il loro
corpo perché compiti gesti di gratitudine, fosse anche il battere le mani...
Facciamo festa e meno rito. Facciamo, come diceva il grande cardinal Lercaro,
anima di quella Costituzione Conciliare, "meno Messe e più Messa"!
Cosa
importa al Cristo se abbiamo eseguito un rito in maniera impeccabile (come vuole
la Santa Liturgia, si dice), se non siamo stati attenti al fratello e al bambino
e all'anziano per i quali e solo per i quali Cristo ha parlato, ha sofferto, è
morto e risorto? Cosa gliene importa a Cristo dei paramenti lustrati, dei calici
ricchi di ori, degli incensi, degli Evangeliari portati pomposamente in
processione, se quella parola non è spezzata veramente ad ogni fratello e
sorella presente? (Salvo sempre quei pochi, rari, lodevoli casi che
costituiscono, come sempre, l'eccezione)...
Da qualche
tempo mi ronza in testa una proposta, e con essa voglio chiudere questo capitolo
che tanto mi fa soffrire da tanto, troppo tempo (mentre dovremmo star parlando
dei nostri momenti di gioia, di condivisione, di festa e di pace!).
Guardiamo alla grande assemblea di Israele al ritorno da Babilonia (Neemia 8)! Esdra lo scriba è lassù in alto, su un palco improvvisato, con i sacerdoti e
legge la Legge di Mosè a tutto il popolo dall'alba fino a mezzogiorno. Ma ecco
la meravigliosa "attenzione condivisa" dei responsabili del popolo, i Leviti.
Hanno diviso il popolo a gruppetti, ogni gruppetto un levita. Esdra legge un
brano, e parla di ciò che il Signore vuole dal suo popolo e la misericordia che
è disposto a continuare ad avere verso di esso. E i leviti poi spiegano al loro
gruppetto la parola letta da Esdra e ne discutono brevemente con le persone. E
le persone capiscono e piangono di gioia e di rammarico, piangono di dolore per
le loro disobbedienze. Accade qualcosa in quella piazza: è l'evento
dell'annuncio-ascolto, è il miracolo della predicazione, della Parola che
raggiunge le orecchie e i cuori, e cambia la vita, e sorge una nuova alba..
Perché non
facciamo così anche noi?
Perché non
celebrare meno formalmente ma organizzandoci in modo che la "Parola accada" tra
noi con la forza che le è propria?
Facciamo caso alle nostre assemblee? Quante volte ho pensato alle terribili parole di Gesù dette a proposito di Giovanni: "Lc 7,32: Sono simili a quei bambini che stando in piazza gridano gli uni agli altri: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato; vi abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!" (Lc 7,32). In queste condizioni non possiamo più giocare nessun gioco. Possiamo essere lì come mummie, come ebeti, come "presenze assenti". E non succede nulla. Quanto mi arrabbio quando non succede nulla! Il Signore, dal suo Vangelo può dire le cose più consolanti, lanciare gli anatemi più sconvolgenti, annunciarci l'eternità più felice o più disperata: succede forse qualcosa nelle nostre assemblee? Ed è sufficiente consolarci con il pensiero (bel pensiero farisaico!!) che sicuramente succede qualcosa nei cuori dei presenti e nella loro vita una volta usciti dalla celebrazione? Ma è proprio così?
E' ora, è ora passata, anche qui, di cambiare pagina, di riprendere analisi, esperimenti, cammini, modi diversi... In maniera costruttiva diciamo: è ora di aggiungere quel tanto che non c'è, a quel poco che c'è, che vale e che va mantenuto...