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| 29 - Vocazione e Vocazioni nella Chiesa |
29.1. Sgomberiamo il campo da pregiudizi..
Prima di tutto va sgomberato il campo da alcune idee che considero pregiudizi: per esempio il fatto che non ci sono vocazioni perché siamo particolarmente cattivi o perché non preghiamo per questo o perché non ce le meritiamo. Globalmente io credo che il livello di bontà personale e di impegno delle persone che fanno parte di preti frati e suore sia più o alto o certamente non inferiore a quello di persone di due o tre secoli fa quando non c'erano problemi di vocazioni. E poi la libertà e la decisione di Dio sappiamo bene che non dipende da noi, né dal nostro grado di "santità". Paolo di Tarso insegna..
Secondo, so che ci sono centinaia di persone che pregano ogni giorno e si offrono per questo. Ci sono movimenti di preghiera e riflessione nati apposta per questo.
Terzo, il dato sociologico da solo (una volta si andava in seminario per mangiare o per studiare) non può bastare da solo, perché vorrebbe dire che Dio fa dipendere le sorti della sua Chiesa dall'andamento della società e dell'economia.. Forse un po', non discuto, ma pensare che sia tutto qui è come pensare (come del resto fanno molti) che il Cristianesimo ha fatto il suo tempo perché la società è diversa...
Quarto, va chiarito bene se la parola del Signore "pregate perché mandi operai nella sua messe, la messe è molta gli operai sono pochi" di Mt 9,35-38 riguarda proprio la chiamata di vescovi, presbiteri o comunque di gente "ordinata", di capi della comunità, o riguarda semplicemente tutti i credenti cristiani, chiamati, tutti!, ad essere annunciatori del Vangelo e operatori di carità: la vocazione al Cristianesimo, dunque, non ad una speciale consacrazione!
29.2. Domandiamoci: è questa la Chiesa che vuole il Signore?
Se dunque noi preghiamo per le vocazioni, se valorizziamo quelle che abbiamo, se ci impegniamo a collaborare con chi è consacrato, bisogna, come sempre, porsi la domanda fondamentale, quella che richiede conversione di base, quella che dobbiamo farci sempre, anche sulle cose mille volte chiare e scontate: qual è la volontà del Signore su questo argomento, che cosa vuole da noi il Signore Gesù, capo unico e indiscusso della sua Chiesa? Che cosa ci ha rivelato?
E qui, collegandomi a quanto detto nei capitoli precedenti, credo che dobbiamo domandarci: sicuramente il Signore Gesù voleva una Chiesa "clericale" come ce l'abbiamo noi? Cioè una Chiesa che non esiste se ha al suo centro dei consacrati in un certo modo, in un certo stato di vita, con certe promesse, con una vita gestita "a parte" con uno stile proprio?
Se Dio c'è e se ha basato la sua Chiesa su questa struttura, e se la gente necessaria a questa struttura viene clamorosamente e vistosamente a mancare, ovviamente qualcosa non funziona: o Dio non c'è, o questa non è una struttura veramente necessaria e comunque l'unica per la sua Chiesa, oppure il Signore, che noi invochiamo costantemente, vuol far capire qualcosa, attraverso questa situazione ci rivela qualcosa?
Ed ecco, sempre di nuovo, la Chiesa chiamata a mettersi seriamente in cammino, non dando nulla per scontato o acquisito per sempre. La Chiesa che deve riflettere sui segni dei tempi e rimettersi in discussione e fare scelte sempre più aderenti a quella rivelazione che ancora dopo 2000 anni conosciamo così poco nelle sue reali implicazioni nella nostra vita e che pratichiamo ancor di meno..
29.3. Due punti per aiutare la riflessione comune
Come contributo alla riflessione comune, anche su questo argomento vorrei suggerire dei punti di riflessione, che possano aiutare la ricerca comune.
a) Anzitutto la grande riscoperta della vita come vocazione, come chiamata alla vita stessa e ad essere "significativi" nella vita: ognuno di noi è un dono di Dio, ognuno di noi è un dono per gli altri, ognuno di noi è un dono perché "fatto-per" qualcosa, per saper fare qualcosa, per fare qualcosa, che se egli non fa, nessun altro farà.. E' il concetto di "carisma" dello Spirito, così caro a 1Co 12..
b) Le vocazioni di consacrazione alla guida della comunità (presbiteri e diaconi) e quelle di speciale consacrazione (i cosiddetti religiosi e religiose) devono dire relazione alla comunità cristiana, e alla loro comunità in cui nascono come cristiani.
29.4. "Stabilitas" e missionarietà
Non credo sia un buon metodo per "far appartenere" i credenti, che sentono una chiamata a seguire il Signore in un servizio esclusivo, quello di "strapparli" alle loro comunità e di farne dei "cavalieri erranti", legati ad un amore "generico" (la Chiesa).
Come succedeva anticamente io credo sia molto importante parlare a cuore aperto alle singole comunità, e dire loro che i ministeri devono nascere dal loro interno, Insomma, se una comunità è "sterile" in questo senso, è una famiglia che deve finire, perché non ha figli..
Gli antichi monaci chiamavano questa la "stabilitas": ognuno era "figlio" del convento in cui si era consacrato, ed era "per" quel convento, figlio della fede di quella comunità, e poi divenuto "uno della comunità".
E allora l'apertura alle altre comunità e la missionarietà? Ci devono essere, senza meno, ma a partire da questa visione concreta di comunità di riferimento e non con discorsi generici e campati per aria: non "la" vocazione, dovunque o comunque nasca, cresca o si realizzi, ma "questa chiamata" "in questa comunità", nella tua comunità eucaristica, riunita attorno alla Parola e legata da legami di mutua carità.
Che poi uno dei nostri vada "missionario" in una comunità che ha un momentaneo bisogno, può andar bene, e di fatto la storia della Chiesa è piena di queste cose. Ma questa è sussidiarietà, non condizione "normale", il che vuol dire che l'altra comunità è aiutata per un periodo di tempo, fino a che non ha dal Signore delle persone consacrate native al suo interno..
Praticamente si tratta di rovesciare la prospettiva: di dire alle comunità locali che non devono aspettare responsabili e servitori chissà da dove (discorsi come "il vescovo ci deve mandare un prete giovane perché la nostra parrocchia è sempre stata importante.."). Occorre pregare, parlare, operare, riunirsi e discuterne, fare proposte, fino a che la comunità non sia autosufficiente nei vari settori, tra cui quello delle figure istituzionali..
Mi ha sempre colpito a questo proposito il fatto che Agostino non poté mai essere eletto Papa, pur desiderato da tanti suoi contemporanei, perché era di una diocesi diversa da quella di Roma. E vescovo di Roma diveniva solo uno che era nato cristianamente nella diocesi di Roma..
29.5. La chiamata della comunità
Un'altra suggestione, che mi viene anch'essa da un noto episodio della vita di Agostino e di tanti altri Padri della Chiesa Antica. Quando c'era bisogno di un presbitero nuovo o di una figura di servizio nella comunità, il vescovo convocava l'assemblea della Chiesa, esponeva il momento di difficoltà e la comunità chiedeva a qualcuno particolarmente noto per la sua rettitudine e fede di dedicarsi a quel servizio. Così Agostino, che si trovava per caso nella chiesa di Ippona mentre il vescovo Valerio diceva alla gente di aver bisogno di un prete, fu preso a forza dalla gente, portato all'altare e costretto ad accettare di divenire membro e servitore di quella comunità..
Non è difficile, in questo modo, provvedere ai bisogni delle comunità.. E se ci si rifiuta, non si ripete in fondo l'esperienza dell'uomo ricco che si rifiutò di seguire Gesù? Ma ci sarà pure qualcuno che per fede non si rifiuta. Perché se tutti si rifiutano, quella comunità ha fede sufficiente per mettere il Signore al primo posto, come lui chiede nel Vangelo? E allora, di nuovo, quella comunità non merita forse di estinguersi?
Qualcuno non dica che faccio discorsi strani o che sono solo un sognatore. Movimenti cristiani attuali, come per esempio i Neocatecumenali, non chiedono forse ai loro membri, nelle grandi e importanti assemblee annuali, di "alzarsi" per accettare di essere mandati in missioni e servizi che vengono proposti? E così un mio amico, in questo momento, è finito missionario in Corea!
Certo, questo è possibile se il livello di fede e di impegno ecclesiale è notevole, se c'è vita di fede, di preghiera, di carità e di comunità. Sappiamo bene infatti, come dicevano gli antichi Scolastici, che "la grazia di Dio non sostituisce la natura"..
29.6. Vocazioni di consacrazione e chiamata a guidare la comunità
Ma al di là di tutto, secondo me, rimane la domanda se non sia il caso di distinguere tra la scelta di consacrazione radicale (ad immagine del genere di vita scelto per sé da Gesù e dagli Apostoli: poveri, casti, obbedienti) e l'organizzazione concreta delle nostre comunità. La Chiesa si deve sinceramente interrogare se non sia più opportuno entrare in un regime di libera scelta, permettendo a chi ha il carisma del servizio e dell'autorità, ma non ha, per esempio quello della consacrazione nella castità, di essere un buon presbitero e un buon vescovo, senza bisogno di non avere una famiglia.. So che il Papa, anche recentemente ha messo il "veto" sulla possibilità stessa di parlare di questa cosa..
Il Papa ha l'autorità per fare tutto quello che ritiene opportuno. Ma fino a quanto tempo ha durato in passato nella Chiesa una cosa gestita solo d'autorità e senza far fluire con coraggio il ragionamento, il confronto, il dibattito, la sperimentazione e la scelta di vita?
Se queste cose non fanno parte del nucleo essenziale della fede (e non sono collegate ontologicamente al servizio che i ministri sono chiamati a fare), bisognerà pure avere il coraggio di parlarne, e di verificare se ci dobbiamo "convertire" su questo punto, a partire da Pietro in giù. Altrimenti parliamo, parliamo, mettiamo principi di riflessione e discernimento e poi rischiamo di andare avanti per anni e secoli con pregiudizi che forse non hanno origine dalla nostra fede ma da tante altre ragioni storiche, culturali, consuetudinarie, e via di questo passo..
29.7. Per tutti una vocazione: la vita come vocazione
Fortunatamente questo è un aspetto del problema vocazionale che riceve da anni una grande attenzione e viene proposto a tutti: la vita è risposta ad una chiamata di Dio all'esistenza e all'amore. Uno degli sforzi che si devono fare nella Chiesa e nella società di oggi è proporre soprattutto ai giovani questo aspetto: la vita non te la sei data da solo/a, è un dono, ed è una responsabilità, cioè ne dovrai rispondere e rendere conto a Colui che te l'ha data. E la vocazione è per qualcosa: nessuno nasce a caso su questa terra. La vita dunque è un'avventura nell'amore, per una missione che ognuno di noi deve portare avanti.. La vita ha senso nell'amore di Dio in Cristo. Egli ci stima, ci valorizza, ci vuole collaboratori del suo piano di salvezza..
29.8. Le vocazioni di "speciale consacrazione" come "kamikaze di Dio"
Le vocazioni ad un amore totale e indiviso del Signore dentro la sua Chiesa hanno senso solo se il loro ideale rimane quello di essere "kamikaze di Dio": gente che ha tolto le lancette all'orologio della sua vita e conosce solo la parola "tutto": amore con tutto il cuore, amore verso tutti, cercare e venerare Dio nel tutto e in tutti e per tutti, stare davanti a Dio per tutti, tutto che viene utilizzato per l'amore totale di Dio.. "Mio Dio, mio Tutto", diceva Francesco d'Assisi. Agostino metteva in guardia i consacrati del suo tempo (soprattutto nel libro sulla Verginità consacrata): inutile rinunciare ad una famiglia e ad ogni attaccamento terreno, se poi non siamo totalmente del Signore ma ci lasciamo prendere da altri "dèmoni": l'ira, l'accidia, l'avarizia, la lussuria, ecc..