6. Is 42,1-9: Primo Canto del Servo di Jahvè
Nella lectio divina di giovedì scorso, abbiamo accolto e brevemente ascoltato e meditato l’inizio del capitolo 42 di Isaia, il cosiddetto “Primo Canto del Servo di Jahvè”. Nel libro del Secondo Isaia (40-55) sono ben quattro i testi che la tradizione ha intitolato appunto come “Canti del Servo”: Is 42, 49, 50, 53.
Sono testi che presentano una figura a dir poco misteriosa e ancor oggi difficile da decifrare. Perché si parla di un “Servo”, in ebraico “ebed”, che può significare uno nella situazione di dipendenza-collaborazione con qualcuno più grande di lui: servo, figlio, agnello, schiavo..
Nella prospettiva complessiva della rivelazione e della Parola di Dio, per noi credenti in Cristo è diventato più facile: la profezia tende ad annunciare la figura di Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, profeta, sacerdote e re della nuova alleanza, che ha dato la sua vita per noi, per innalzare la nostra vicino al Padre, nella potenza dello Spirito.
Invece gli Ebrei faticano a tutt’oggi a fornire una qualche identificazione del Servo. Parlano di una identificazione collettiva, il Servo come popolo di Israele (questo titolo in effetti gli è attribuito in Is 49,3 ma è titolo applicato a una persona, non a un gruppo!). In effetti il popolo di Dio ha dovuto soffrire ben molto lungo la storia, ma qui, in questi canti, non si parla solo di sofferenza, e sofferenza profetica, ma anche di luce e di nuova umanità, sotto la guida di questo servo!
Ecco il testo della nostra meditazione, Is 42,1-9:
[1] Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.
[2] Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce,
[3] non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità.
[4] Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento.
[5] Così dice il Signore Dio, che crea i cieli e li dispiega, distende la terra con ciò che vi nasce, dà il respiro alla gente che la abita e l’alito a quanti camminano su di essa:
[6] «Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni,
[7] perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.
[8] Io sono il Signore: questo è il mio nome; non cederò la mia gloria ad altri, né il mio onore agli idoli.
[9] I primi fatti, ecco, sono avvenuti e i nuovi io preannuncio; prima che spuntino, ve li faccio sentire».
Abbiamo messo in evidenza le caratteristiche di questo Servo. E certamente la prima e più evidente è il suo tono umile, pacato, costruttivo, dalla parte dei poveri e dei sofferenti. Certamente Gesù non è nato e vissuto nel palazzo di Augusto imperatore!
Ma è anche presente in questo canto una missione e un compito molto forte e molto netto a favore della giustizia, della luce, della epifania di Dio; dalla parte del diritto senza tentennamenti: egli è presentato come Mediatore di una nuovo e definitiva alleanza tra Dio che già conosciamo supremo, unico, onnipotente, creatore e vivificatore dell’universo e tutti i popoli della terra, non più solo Israele!
Come già abbiamo visto, Dio ha fatto esistere il passato, fa camminare il presente e prepara un futuro che lui solo sa: lui è il solo e unico Signore della Storia e dell’universo.
E questo Dio ha misteriosamente “chiamato” e “formato” il suo Servo, per inviarlo nel mondo come portatore di salvezza per i poveri, per i perseguitato, per i sofferenti, per i deboli, ma nella prospettiva dell’accoglienza della vita di Dio come Padre nello Spirito Creatore e Vivificatore, Forza e Generosità di Dio, motore misterioso di tutta la nostra storia..
