13. Is 44,1-8: Iesurùn non temere. Io sono il solo Dio
Giovedì abbiamo accolto e meditato il testo del profeta Isaia (del Secondo-Isaia) che ruota attorno ad un termine per noi sconosciuto, anche se appare altre volte nella Bibbia, Iesurùn. Si tratta di un termine piuttosto misterioso che i commentatori interpretano da una parte quasi fosse un “soprannome” di Israele (tu Israele il popolo diletto) e dall’altra come un aggettivo del popolo in quanto amato dal Signore, ma sempre con la tendenza a disobbedirgli in particolare Dt 32,15-16 (“[15] Iesurùn si è ingrassato e ha recalcitrato, – sì, ti sei ingrassato, impinguato, rimpinzato – e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza. [16] Lo hanno fatto ingelosire con dèi stranieri e provocato all’ira con abomini“) mentre in altri testi (DT 33,5 e 33,26) si parla di re eletti nel popolo chiamato Iesurun, diletto da Dio. Io credo che in questo testo il profeta dice a Israele di ricordarsi – finalmente – di essere il “cocco” di Dio! Ecco il testo:
[1] Ora ascolta, Giacobbe mio servo, Israele che ho eletto.
[2] Così dice il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato dal seno materno e ti soccorre: «Non temere, Giacobbe mio servo, Iesurùn che ho eletto,
[3] poiché io verserò acqua sul suolo assetato, torrenti sul terreno arido. Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri;
[4] cresceranno fra l’erba, come salici lungo acque correnti.
[5] Questi dirà: “Io appartengo al Signore”, quegli si chiamerà Giacobbe; altri scriverà sulla mano: “Del Signore”, e verrà designato con il nome d’Israele».
[6] Così dice il Signore, il re d’Israele, il suo redentore, il Signore degli eserciti: «Io sono il primo e io l’ultimo; fuori di me non vi sono dèi.
[7] Chi è come me? Lo proclami, lo annunci e me lo esponga. Chi ha reso noto il futuro dal tempo antico? Ci annuncino ciò che succederà.
[8] Non siate ansiosi e non temete: non è forse già da molto tempo che te l’ho fatto intendere e rivelato? Voi siete miei testimoni: c’è forse un dio fuori di me o una roccia che io non conosca?».
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All’inizio di questo capitolo 44 c’è questo brano (questa pericope) che ripropone di nuovo tutto il messaggio positivo che comunque domina il libro del Secondo Isaia. Israele, e cioè Giacobbe, e cioè Iesurùn, deve rendersi conto finalmente, dopo tanti e tanti tradimenti, che vale la pena di amare Dio, di sceglierlo, di riconoscere soprattutto il suo ruolo unico e preminente, non diciamo nel mondo ma nell’universo, nella storia, nell’orizzonte dei popoli. Ormai quanto Jahvè fa per il suo popolo e per “regolare” tutti i conti con tutti gli altri popoli, lo pongono assolutamente al di sopra e al di là di tutti, dello spazio e del tempo.
E in questa pericope Israele è invitato a riconoscersi “suo”, suo di Dio, suo del Padrone di tutto e di tutti. E si moltiplicano le espressioni particolari che nelle usanze antiche sottolineano l’appartenere, l’appartenenza: essere chiamati con il nome che il Signore ha dato, scrivere nella propria mano il suo “marchio” di appartenenza, e poi il proclamare apertamente davanti al mondo “Io appartengo al Signore”.
Sono passati i tempi in cui ogni popolo aveva i suoi dèi e Israele aveva il suo, e fondamentalmente era più ripiegato su se stesso per onorare e benedire il proprio Dio. Ora, e d’ora in poi, tutto è aperto, tutto è e deve essere possibile. Perché non ci sono più dubbi: gli eventi hanno aperto gli occhi e le orecchie del popolo di Dio, grazie anche all’annuncio forte dei profeti, veri “portavoce” di Jahvè.
Se ci sono altri dèi che hanno qualche pretesa (e lo vedremo nel prossimo incontro) è ora di finirla: i titoli di Jahvè ad essere titolare di ogni cosa, ad essere la vita di tutto e di tutti, sono talmente tanti e che Israele ormai deve ben sapere quale sarà il suo compito: sarà popolo-profeta, popolo annunciatore, popolo che guiderà i popoli all’adorazione dell’unico Dio di tutti (e non più solo dell’unico Dio di Israele!).
