22. Is 49,1-7: Secondo Canto del Servo di Jahvè
4 giugno 2026
Il testo della nostra lectio divina di questa settimana è la prima pericope di Is 49, laddove siamo arrivati nel nostro cammino di ascolto, adorazione e tentativo di sequela: insieme a Is 42,1-7 (che abbiamo già meditato) e a Is 50 e 53 siamo nell’ambito dei quattro “Canti del Servo di Jahvè”, testi fondamentali per la salvezza di tutti noi, e che noi, Chiesa, da subito abbiamo accolto come detti profeticamente di Gesù di Nazaret. Anche perché Gesù più volte ha fatto allusione ad essi come riferiti a lui..
Finora, nel secondo Isaia, il “servo” di Jahvè che egli aveva scelto per compiere la sua volontà a favore del suo popolo e contro i suoi nemici è stato sempre Ciro il Grande, il re dei Persiani, l’imperatore potente che stava assoggettano la maggior parte del mondo conosciuto, dall’India al Mediterraneo.
E invece no: questi testi fanno eccezione, parlando di un Servo senza nome, senza collocazione storica o geografica, con una storia che sa di gloria ma anche di dolore e di morte.. Un Servo misterioso, del quale il popolo di Dio nei secoli è chiamato a cogliere il nome, la sua natura e il suo ruolo..
In ebraico la parola indicante il Servo è “èbed” che significa ogni essere sottoposto per amore, obbedienza o sottomissione a qualcun altro. Quindi è ebed un figlio, un servo, una pecora o agnello del gregge, ecc.. A questa parola possiamo riferire anche quanto dice di lui Giovanni Battista: “Ecco l’Agnello di Dio”.
Leggiamo il testo del Secondo Canto del Servo di Jahvè:
[1] Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome.
[2] Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all’ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra.
[3] Mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria».
[4] Io ho risposto: «Invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio».
[5] Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza –
[6] e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
[7] Così dice il Signore, il redentore d’Israele, il suo Santo, a colui che è disprezzato, rifiutato dalle nazioni, schiavo dei potenti: «I re vedranno e si alzeranno in piedi, i prìncipi si prostreranno, a causa del Signore che è fedele, del Santo d’Israele che ti ha scelto».
Come negli altri “Canti” del Servo e come in tante altre parole riguardanti il rapporto tra il popolo e il suo Dio o tra il profeta e il Signore abbiamo spesso una altalenanza tra aspetti positivi di valorizzazione, di grazia, di gloria, di Dio che ama, segue e protegge il suo “ebed” e d’altra parte aspetti più difficili: il Servo chiamato a soffrire e a dare la vita per il suo popolo, il Signore di cui si dice “a lui piacque di prostrarlo con sofferenze”. E questo soprattutto quando questo misterioso servo si fa carico delle trasgressioni e disobbedienze del popolo di Dio.
Comunque da allora e ancora oggi non si sa dare un nome e un volto a questo servo di Dio chiamato dal Signore a instaurare il suo regno in tutto il mondo, vocato ad essere “luce delle nazioni”, portatore di giustizia e di pace nella mitezza e nella umiltà.
Non si sa. Per gli Ebrei egli ancora deve venire, spesso collegato anche al ritorno del profeta Elia, mentre per altri è una “parabola” del migliore Israele (nome che la Parola in effetti attribuisce al Servo).
Per noi cristiani, soprattutto in una prospettiva di sviluppo e di cammino della rivelazione divina lungo la storia non ci sono dubbi: il Servo di Jahvè è Gesù Cristo, Figlio del Padre, portatore del suo Regno, creatore, redentore, maestro e salvatore di tutti noi. La Parola che Dio fa sgorgare dal seno dei profeti “cammina” fino a diventare chiara, ricca e piena in Gesù di Nazareth, vero e unico Servo del Signore. E così lo interpretano gli evangelisti e così parla di sé Gesù stesso.. (es. Mt 12,18ss; At 4,27ss; Mc 10,42-45!
