Quaderni avanti 2. ((18.1.26)

2. Il “sacerdozio” nel Cristianesimo. “Sacerdoti” o responsabili di comunità?

 

      1. Livello Generale: Principi generali per un discorso su sacerdozio e comunità

       

      (Essere-Conoscere): Quali principi e dati generali possiamo tenere presenti?

       

      – Premessa di metodo: noi cerchiamo, ascoltando e riflettendo, quanto ci viene dalla Parola di Dio, dalla tradizione della Chiesa, dalla sapienza dei popoli; poi diamo valutazioni; poi diamo suggerimenti e consigli come sia meglio fare in ogni problematica. Ma poi il nostro “servizio profetico” (lettura dei tempi alla luce della Parola e della tradizione ed esperienza) si ferma qui. La nostra ricerca viene offerta a chi ha il mandato e il compito di prendere decisioni, di incarnare nella storia concreta della comunità ecclesiale quanto offriamo loro (naturalmente se lo ritengono opportuno!)

      Sullo sfondo (storia e luoghi):

      – I popoli della terra prima e dopo Cristo ha sempre avuto il concetto e la prassi dei mediatori tra la divinità e la comunità: sacerdoti, sciamani, re, profeti. L’uomo arriva al dio tramite il mediatore (nella parola, nel culto, nel governo..)

      – in particolare nella storia d’Israele il ruolo di mediazione è legato “fisicamente” alla tribù di Levi, almeno per i sacerdoti, mentre re e profeti sono eletti e consacrati

      – da tempo si parla nella Chiesa di “ordine sacerdotale” (vescovi, preti, diaconi..), cioè di persone incaricate e “consacrate” per essere mediatori del sacro nelle nostre comunità. Ma notiamo che Gesù non ha mai parlato né tantomeno stabilito delle “classi” (come ad esempio fece Davide 1Cr 23,6 ss). E così pure la prima comunità cristiana. Il linguaggio sacrale e sacerdotale fu ripreso (ad imitazione di Pagani ed Ebrei) alla fine del secondo secolo d.C. e da allora fu pacifico che la religione vivesse e si esprimesse attorno a concetti e funzioni quali vescovi, presbiteri, diaconi, templi, liturgie, sacramenti…

      – A partire da Gesù e poi a seguire nelle comunità, il Cristianesimo ha usato un linguaggio “laico” per parlare dei responsabili di comunità: vescovo-sorvegliante, presbitero-anziano, diacono-servitore, ecc..

      – Certamente Gesù e gli Apostoli hanno voluto una comunità ecclesiale strutturata, con capi stabiliti, che però avevano due compiti fondamentali: annunciare il Vangelo e servire le persone. Prima dunque viene la comunità e poi chi la serve e la dirige. Fondamentale per questo la “successione apostolica” che parte da Pietro e da Mt 16. Ricordiamo At 14,28!

      – La distinzione “sacro-profano” con Gesù e gli Apostoli di fatto non esiste più: non c’è più uno “spazio” riservato alla divinità, distinto da quello riservato all’umanità (e così per quanto riguarda vestiti, formule, oggetti, tempi, luoghi, ecc..) da quando in particolare il velo del tempio è stato spezzato alla morte di Cristo. Il vero “sacro” è il cuore nella sua appartenenza a Dio, la “religione del cuore”.

      – Ora invece il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dichiarato che il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune dei fedeli differiscono “essenzialmente e non solo di grado”, pur facendo suo il detto di sant’Agostino: “con voi sono cristiano, per voi sono vescovo”, nome di dignità e nome di servizio!

      Parliamo di Gesù Cristo:

      –  Tenendo l’antico, egli ha voluto rifondare su altre basi la sua comunità, nuovo Israele

      – Egli non ha mai avuto comportamenti sacerdotali né si è mai servito di mezzi specifici legati all’uso esclusivo dei sacerdoti (riti, vestiti, formule, animali, tempio, oggetti, ecc..)

      – Ha legato l’annuncio della sua presenza tra i discepoli con il gesto “familiare” del pane e del vino.

      Parliamo della comunità dei discepoli di Gesù Cristo:

      – Le qualifiche di “sacerdote” (Eb 7,26-28; 8,1ss; 9,11ss; Ap 5,10;20,6) e “mediatore” (1Tm 2,5) sono date solo a Gesù Cristo, mentre alcuni apostoli parlano “popolo sacerdotale”  proposito dei discepoli (1Pt 2,5-10)

      – Ma il senso profondo dell’essere sacerdote di Gesù e di essere “sacerdoti in quanto membra dell’unico Sacerdote” non è di nuovo nella distinzione tra sacro e profano e nella funzione di offrire al Padre, per Cristo nello Spirito se stessi (Rm 12,1-3), come ha fatto Cristo offrendo se stesso (Mc 14,36; Lc 23,46)

      – Due testi in particolare: Gv 4,24 (ormai il culto verrà offerto “in spirito e verità” (Gv 4,24) e il senso fondamentale di essere membra di Cristo e suoi discepoli è offrire se stessi in sacrificio spirituale (Rm 12,1)

      – Alla comunità riunita (rappresentata dal suo gruppo degli Apostoli) in vari momenti Gesù ha chiesto di essere la “memoria di lui” nel mondo, portando la diffusione del regno di Dio (“fate questo in memoria di me”, “dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”, “fate discepole tutte le nazioni.. e io sarò con voi fino alla fine del mondo). E così è nata la comunità chiamata Chiesa.

      (da notare che Gesù interagisce e dà disposizioni ai suoi apostoli, che sono da considerare l’inizio del “Nuovo Israele” e non come una casta, un “ordine” a se stante! Tanto è vero che altrove il Signore interagisce con tutto il gruppo dei discepoli, come in Gv 20,19-23 e non è mai detto un “presidente” allo spezzare il suo pane, fatto in comunità come At 2,42; 1Co 11,23-26). Testi come At 1,13-15 e Gv 20,19-23 non parlano solo del gruppo degli Apostoli ma dei “discepoli” (120!) e lo Spirito scende su tutti loro (At 2,1!).

      – Nella comunità per indicare i ruoli si usavano termini “laici” non “sacri” non “sacerdotali”: presbitero, vescovo, diacono, spezzare il pane nelle comunità e nelle case (At 2,48)

      – Nella comunità, Corpo di Cristo, il servizio (unico valore vero del Signore e del discepolo: Mc 10,42-45) si esprime nei carismi, doni dello Spirito ad ognuno per essere a servizio di tutto il corpo (1Co 12; Rm 12,6-8)

      – in Cristo l’unica caratteristica che identifica i discepoli è la fede nel Figlio, nel Padre e nello Spirito e il servizio vicendevole. Per il resto non ci sono più distinzioni (Ga 3,28: “Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù“)

      Dunque:

      Gesù, che ha dato se stesso per riunire insieme i dispersi figli di Dio, ha voluto la sua comunità, nuovo Israele, distinta dal vecchio Israele, in ascolto e obbedienza delle sue parole

      Queste comunità, seguendo l’esempio di Gesù che ha affidato tutta la comunità anzitutto a Pietro, è fin dall’inizio una comunità strutturata con capi selezionati (presbiteri ad es. in At 14,23; vescovi, sovrintendenti, 1Tm 4,14 e in genere tutte le lettere “pastorali”, 1 e 2Tm,Tt).

       

      (Valutare-Discernere): Quali sono i valori universali (riguardanti l’appartenenza a lui o la non appartenenza) secondo cui vivere la fede in Cristo?

      – La comunità tutta intera, la Chiesa, che abbraccia ogni luogo, ogni tempo e ogni persona ed è il Corpo di Cristo, arricchita di membri e di carismi

      – Le singole comunità sono visibilizzazione e attuazione della Chiesa di Cristo in un luogo e in un tempo

      – In Cristo Sacerdote tutti siamo templi e sacerdoti chiamati ad offrire un culto spirituale (Rm 12, uno dei “manifesti” fondamentali dell’essere nostro in Gesù Cristo)

      Quindi il valore universale al primo posto nella volontà di Gesù e della prima Chiesa è la Comunità riunita, Comunità dei credenti

      Poi, in secondo luogo (dipendente dal precedente!) c’è la ricchezza dei servizi e dei carismi che reggono, servono, promuovono questa comunità e l’annunciano al mondo. Soprattutto non esercitando alcun potere ma amandosi e perdonandosi a vicenda: Gv 13,34-35!

      (Decidere-Agire): Come impostare in generale la vita (organizzata) dei cristiani?

       

      Dunque cosa viene prima nel progetto di Gesù: la comunità o i suoi capi? Il servizio o il potere?

      Ci sono compiti “sacrali” o “magici” nella comunità di Gesù Cristo (sulla linea di quelli di altre religioni)?

       

      1. Livello Particolare: Le concrete strutture di consacrazione (luoghi, persone, oggetti, riti, ecc..) nella storia della Chiesa e nel presente

       

      (Essere-Conoscere): Occorre una “scala dei valori”

      – Oggi la situazione oggettiva delle nostre comunità (pochi presbiteri, pochi fedeli, ecc..) richiede di evidenziare e seguire una scala di valori: cosa c’è prima e cosa c’è dopo?

      – Sicuramente il Signore e la comunità cristiana hanno voluto la Chiesa di Cristo come realtà strutturata, con carismi diversi e tutta unita nel servizio vicendevole e del mondo:1Co 12

      – Le lettere “Pastorali” (1 e 2Tm e Tt) e espressioni diverse del Nuovo Testamento, in particolare At 14,23 parlano di “responsabili” di comunità che annuncino la Parola, facciano vivere insieme i cristiani, siano al servizio

      – Ma come con Gesù non si parla di “ordini”, “riti”, vesti, parole, luoghi “sacri”: padri e madri di famiglia a servizio delle “chiese-case” come quella di Filemone (Fm 2) o di Lidia (At 16,40) o di Filippo (Evangelizzatore) (At 21,8)

       

      (Valutare-Discernere):

      Chiediamoci con forza: In base alla Parola di Dio, di Gesù e della prima comunità, cosa veramente ci costituisce “Chiesa”, Chiesa universale visualizzata e resa presente in questo luogo e in questo spazio?

      E’ chi la dirige o è il popolo di Dio di tutti i credenti?

      Come garantire il colloquio, l’unità effettiva, la disponibilità vicendevole tra i vari livelli di servizio dell’unità, appunto Papa, Vescovi, presbiteri, diaconi, laici selezionati ad essere responsabili di comunità?

      (Decidere-Agire):

      Una proposta “secca”: pur lasciando libero chi vuole (e soprattutto la Chiesa in coloro che hanno l’incarico di dirigerla) di continuare a fare percorsi di formazione e consacrazione per chi si rende disponibile a fare il “servitore” delle comunità (gli attuali presbiteri)

      è il caso di cominciare a studiare e intraprendere percorsi strutturati diversamente per arrivare nel più breve tempo possibile ad avere “responsabili di comunità” cui affidare porzioni non eccessivamente grandi del popolo di Dio? Perché le singole comunità, collegate nella comunione ecclesiale con chi svolge il servizio di vescovo e il Papa con il “servizio petrino”, possano vivere tutte agevolmente nell’ascolto della Parola, nella celebrazione dell’Eucaristia (e dei sacramenti), nel servizio di carità vicendevole, all’interno della comunità e sul territorio affidato alla comunità stessa..

       

      1. Livello Singolare: La comunità credente e le persone che in sono essa

       

      (Essere-Conoscere):

      – C’è una rivelazione determinante sulla relazione tra sacerdozio e singoli credenti: 1Pt 2,5-10: “quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo“: non più caste di mediatori, tutti sacerdoti, ma sacerdoti interiori nella offerta di se stessi

      – Tutti gli strumenti e i simboli dei sacerdoti di ogni tempo e luogo (ripassiamo Es 25-40!): siamo liberi di usare quelli che vogliamo, ma l’importante è che il primato sia del cuore, della sua fede, del suo amore, della relazione con Gesù, con il suo Spirito e con lui con il Padre.

      (Valutare-Discernere):

      Quale percorso formativo e di rafforzamento interiore e comunitario cominciare a pensare per chi dovrà essere “responsabile di comunità”?

      (Decidere-Agire):

      Come valutiamo il “partire subito” con strutture e iniziative nuove, di formazione e di pratica concreta, perché accanto agli attuali vescovi-preti-diaconi si possano creare figure nuove di laici e laiche responsabili di comunità ad ogni livello, presidenti dell’Eucaristia comunitaria, operanti sul territorio affidato alla comunità insieme a tutti gli altri credenti della comunità loro affidata?