10. Is 43,8-15: Jahvè, il Dio unico

 

Dopo lo stupendo “conglomerato” di espressioni positive a proposito di Jahvè e del suo popolo, che abbiamo accolto la volta scorsa, questo giovedì la pericope successiva è stata al centro della nostra meditazione adorante. Dopo aver affermato in tutti i toni che Jahvè è il Dio innamorato del suo popolo Israele (pur avendolo piuttosto bastonato nella pericope precedente!), in questo brano si sale sullo sfondo di tutto, all’origine di ogni cosa, contemporaneamente ad ogni cosa e alla fine di ogni cosa. Mentre finora c’era Jahvè e poi c’erano gli altri dèi, che lui regolarmente vinceva e abbatteva portando alla vittoria il suo popolo, adesso, da ora in poi, grazie alla rivelazione tramite questi profeti del dopo-esilio, Jahvè è ormai conosciuto e riconosciuto come Dio unico, solo, immenso, onnipotente. In realtà quello che sono chiamati dèi dai popoli sono solo creazioni delle loro mani. Lo vedremo meglio al capitolo 44. Ecco il testo:

 

[8] Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi, che pure hanno orecchi.

[9] Si radunino insieme tutti i popoli e si raccolgano le nazioni. Chi può annunciare questo tra loro per farci udire le cose passate? Presentino i loro testimoni e avranno ragione, ce li facciano udire e avranno detto la verità.

[10] Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – e il mio servo, che io mi sono scelto, perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io. Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà.

[11] Io, io sono il Signore, fuori di me non c’è salvatore.

[12] Io ho annunciato e ho salvato, mi sono fatto sentire e non c’era tra voi alcun dio straniero. Voi siete miei testimoni – oracolo del Signore – e io sono Dio,

[13] sempre il medesimo dall’eternità. Nessuno può sottrarre nulla al mio potere: chi può cambiare quanto io faccio?».

[14] Così dice il Signore, vostro redentore, il Santo d’Israele: «Per amore vostro l’ho mandato contro Babilonia e farò cadere tutte le loro spranghe, e, quanto ai Caldei, muterò i loro clamori in lutto.

[15] Io sono il Signore, il vostro Santo, il creatore d’Israele, il vostro re».

 

 

Al v. 10 l’affermazione dell’Es 3,14, al roveto ardente: Io sono, senza se, senza ma e senza altri appellativi. Non Io sono il dio di questo o di quello, no, Io sono e basta. Io sono il Signore (v. 11) e fuori di me non c’è salvatore. Ecco la figura eterna e potente del Dio d’Israele e oggi da noi chiamato “il nostro Dio”.

Il popolo c’è come testimone di questo Dio. Non si tratta più di “stare con il nostro Dio” come gli altri popoli stanno con i loro. Ormai è rivelato che il “giorno” di Jahvè non ha confini di tempo e di spazio (“il medesimo dall’eternità” nel testo ebraico è “lo stesso nel mio giorno” un giorno senza inizio e senza fine, un “sabato senza tramonto” come direbbe Agostino.

Il popolo, e il misterioso servo che lo guida, sono ormai i testimoni dell’amore e del giudizio di Dio su tutta la terra, il redentore, il “Santo”, cioè “Il separato”, il “totalmente altro” rispetto al mondo e agli uomini. Il suo potere è inconcepibile e nulla può sfuggire ad esso. Nulla e nessuno può fare cose diverse da quelle che Dio vuole.

La prospettiva lanciata verso l’incarnazione del Figlio di Dio, della Sapienza e Parola del Padre, è ormai presente nella storia. Ci vorranno ancora secoli e anche dopo quell’incarnazione altri secoli correranno.. E ancora oggi il cuore dell’uomo non è in gran parte di abitanti della terra capace di pensare che se vuol vivere ha di che vivere, purché non continui scioccamente a considerarsi il dio di se stesso, ma si apra all’amore creatore e redentore del Dio ancora considerato il Dio d’Israele, ma ormai proiettato ad essere riconosciuto, adorato e amato come Dio di tutti i popoli, di tutta la terra, di tutta la storia..